Addio Andrea

In morte di Andrea Camilleri credo che chi lo ha amato sia tenuto a ringraziarlo. Quelli che lo hanno letto, i tanti che ne hanno seguito le storie di Montalbano alla televisione, quelli meno numerosi ma non meno appassionati che di questo scrittore hanno commentato le prese di posizione civili, a favore della dignità delle persone, e della vita umana.

Lo faceva sempre con dignità, con quel suo tono da vecchio un po’ burbero, ma senza mai cadere nella polemica o nell’aggressione dell’interlocutore.

Per la mia esperienza posso dire che ho letto con avidità una decina dei suoi primi romanzi, che attendevo con la stessa frenesia con cui, da ragazzo, aspettavo certi fumetti. Sono davvero pochi, in Italia, gli scrittori che, pur colti, abbiano saputo raccontare con apparente facilità storie coinvolgenti, leggere, in cui però presentava una sua personale e non banale storia della Sicilia e d ’Italia. Fateci caso: dove, se non nelle “semplici” storie di Montalbano compaiono i migranti, gente che viene dal mare, dalla Tunisia. Quanti noti scrittori e progressisti del nostro paese, usi a frequentare i dibattiti televisivi, ne hanno scritto con altrettanta sensibilità e intelligenza?

Poi ho seguito con passione anche le varie versioni televisive, apprezzando la bravura degli attori, capaci di incarnare pienamente non solo i personaggi, ma anche il loro stile. E il tono della voce.

Rileggendo Catarella, sul libro, mi capitava di leggerlo col tono di voce di Angelo Russo, col ritmo da maschera della Commedia che quel bravissimo attore ha saputo dargli.

Ma quella cadenza, come anche quella di Zingaretti, cantilenata e spezzata da scatti improvvisi, non sono solo merito degli attori o del regista, ma vengono prima di tutto dalla scrittura di Camilleri, dalla sua parte più segreta, il ritmo.

Diceva del suo maestro Simenon: “Questa cosa che io ammiro più che altro: la semplicità apparente del racconto, il senza sforzo, il senza intoppo col quale il racconto fluisce. Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta negli scrittori che prediligo. Ciò che io chiamo la trapezista.” Sta parlando del ritmo del racconto.

Mentre rileggo queste parole, mi pare di farlo con la sua voce cavernosa, lo sento mentre le scandisce. Con le pause sagaci, prima di calcare il tono su quella che gli serviva per sottolineare il cuore del discorso, la parola scenica. Come in Verdi. Quella che io chiamo… la trapezista, così avrebbe detto, caricando l’ultima parola per un triplo salto mortale nei precordi di chi lo ascolta / lo legge.

I suoi testi sono pieni di formule, che sono a loro volta segmenti sonori, in cui il significato delle parole si perdeva nel valore quasi magico del suono stesso. Per fare un esempio troppo noto: montalbanosono. Non si può tagliare, non si dovrebbe farlo nemmeno in traduzione. Ho trovato incongruo, nella versione finlandese del Cane di terracotta di Helinä Kangas, renderlo prosaicamente come “Montalbano tässä”. Non è lui.  

Questa qualità sonora, da cantore, lo fa erede di una antica tradizione, quella omerica, così vicina al suo mondo mediterraneo, ma anche di un Arhippa Perttunen o un Timo Lipitsä ad altre latitudini. E il tratto comune, la cecità, non sembra accentuare il valore primigenio del canto?

La sua reincarnazione in Tiresia, magistralmente vissuta nella agorà di Siracusa, ha fatto di quel pubblico una famiglia di suoi allievi, eredi, idealmente figli. In quella toccante ultima cerimonia di addio quei figli, in nome dei tanti lettori, hanno celebrato il trionfo della lettera che si fa carne, nella sua voce. Un padre si può amare o odiare. Non dimenticare.