L’analfabetismo in Italia. È funzionale

Escono spesso analisi e statistiche sul livello culturale dei Paesi del mondo, e noi siamo attenti a confrontare Italia e Finlandia: anche perché in quelle classifiche a volte si trovano a occupare posizioni molto diverse. Di recente, per la Finlandia, Mattia Retta sulla Rondine ha presentato un’analisi preoccupata dell’imperium della matematica  in Finlandia, prospettando una sorta di rischio di un “pensiero unico.”

Oggi invece, rifacendomi ai dati da poco resi noti di una ricerca dell’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, segnalo che a preoccupare, e per ragioni molto più serie, è la situazione italiana. Il problema non è di oggi, ed è sotto gli occhi di tutti per lo meno a partire dalle indagini seminali di Tullio De Mauro. Che parlava, con scandalo di tanti, di “analfabetismo funzionale”, un fenomeno più grave di quanto si pensi. Che significa? In base al rapporto Piaac-Ocse (“Programme for the International Assessment of Adult Competencies”)  un analfabeta funzionale è chi non è in grado di “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

In Italia il 47% degli italiani sarebbe formato di analfabeti funzionali. Gente che, anche dopo avere acquisito buoni livelli di literacy e numeracy in età scolastica, in età adulta cade in una regressione verso livelli molto bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali.

Test internazionale PISA 2015 per la lettura e comprensione di testi complessi

In tanti si chiudono nel proprio particolare, si campicchia più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano, disperse in una comunicazione sulla rete che più che conoscenza e condivisione invita al consumo, un nutrimento spesso passivo, una sorta di bolo dell’informazione.

I dati Invalsi 2019 sono preoccupanti soprattutto perché riguardano i ragazzi della scuola di base. I test di apprendimento sono stati eseguiti nelle classi II e V delle elementari, nella classe III della scuola secondaria di primo grado e nelle classi II e V della scuola secondaria di secondo grado.

Il dato che viene fuori è che la comprensione di un testo di italiano è un problema per il 35% degli studenti italiani di terza media. I risultati peggiorano se si scende nel Sud Italia, l’italiano è un problema per il 50% degli alunni calabresi e per oltre il 40% di quelli campani, siciliani e sardi. Per quanto riguarda le altre materie, a livello nazionale il 61,33% raggiunge risultati adeguati in matematica, il 77,58% in inglese reading e il 59,94% in inglese listening.

Il confronto con la situazione finlandese risulta particolarmente interessante per la matematica. Qui la sofferenza tra gli studenti italiani, sempre in terza media, sale al 38 %, e  si parla di sofferenza rispetto a “nozioni base “. In Sardegna e in Campania si supera il 50 %, in Sicilia ci si avvicina al 60 e in Calabria sono sei i ragazzi su dieci che non conoscono gli elementi di base della disciplina.

Spiega Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi: “Possiamo dire che in larghe parti del Sud ci sono adolescenti che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare. Sulla comprensione dell’Inglese, ancora, i ‘gravi ritardi’ in Valle d’Aosta sono poco meno di uno su cinque, in Sicilia sfiorano il 65 %.”

Per l’Inglese il livello è imbarazzante. In Calabria quasi 7 maturandi su 10 non riesce a leggerlo, in Calabria e in Sicilia l’85 % non lo comprende (al livello richiesto seguendo standard europei). Il dato medio del Paese sulla seconda lingua resta da allarme rosso: quasi il 50 % non sa leggere, il 65 % non raggiunge il livello B1 previsto, appunto, dai programmi di quinta superiore.

Dati Eurostat 2016 su apprendimento di 2 o più lingue straniere in UE

Dietro questi dati ci sono carenze generali e storiche, tra cui anche di formazione degli insegnanti, il diverso status di questo personale statale, l ’ uso in televisione e al cinema degli audio originali con i sottotitoli (ma di questo ci occuperemo in futuro). Contano ovviamente gli investimenti nel settore. Una cosa che colpisce, nelle scuole del paese nordico, ad ogni livello, è l’importanza data a istruzione e ricerca, con i conseguenti impegni di spesa. Anche qui i confronti soni impietosi.

I dati Eurostat che prendono in esame un bilancio del 2016, in cui l’Italia destinava il 3,9% all’Istruzione, ci davano già tra gli ultimi nella classifica europea. Peggio di noi solo Slovacchia (3,8%) e Irlanda (3,3%), e Romania e Bulgaria, rispettivamente con percentuali di 3,7 e 3,4%. In testa alla graduatoria assoluta c’erano invece Danimarca (6,9%) e Svezia (6,6%), tra i Paesi esterni all’ euro zona, e Belgio (6,4%) e Finlandia (6,1%), tra quelli che adottano la moneta comunitaria. In sintesi si raggiunge una media dell’Unione europea corrispondente al 4,7% del Pil, che si abbassa al 4,6% prendendo in considerazione solo i Paesi dell’area euro. Da noi l’istruzione, rispetto alle altre voci di spesa dei servizi al “popolo”,  resta sistematicamente, in barba ai governi che cambiano o del cambiamento, una delle ultime voci.

Il problema non è semplicemente culturale, Tullio De Mauro segnalava con preoccupazione un pericolo anche dal punto di vista della tenuta democratica del nostro Paese:  “Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni”.

A parte lo scarso impegno economico dei nostri governanti, a colpire è oggi la celebrazione in alcuni suoi esponenti, a volte esibita, della propria indifferenza nei confronti della cultura. Come si può tollerare che personaggi di rilievo del governo si facciano vanto di non leggere un libro di cultura generale da anni, qualcuno addirittura di non averne letti mai dopo la scuola? E si può credergli.

La adozione entusiasta della cultura del tweet, cioè di quel chiacchiericcio che dai talk show passa sui display dei cellulari cambiando solo formato, il disprezzo quando non l’odio per i “giornaloni”, vale a dire quei fogli un po’ polverosi, a volte, che per spiegare un problema ci mettono tante, troppe parole, ci raccontano di una generazione cosiddetta digitale che avrebbe dovuto portare innovazione e cambiamento, ma al momento, dati alla mano, sta portando un Paese noto per la sua raffinata cultura agli ultimi posti in Europa.

Una questione inquietante, che farebbe la sua bella figura in uno dei (troppi) talk-show: quando si piange sulla “fuga dei cervelli” dall’Italia, e si confrontano quei numeri con quelli degli studenti effettivamente maturi e consapevoli, viene da domandarsi se allora quella minoranza capace migri in buona parte all’estero, per esempio in Finlandia come risulta in base alla nostra esperienza. E allora chi rimane, in Italia? Chi formerà la prossima classe dirigente? E a chi e a che cosa questa condizione è funzionale?