Paura in Scandinavia: le previsioni economiche Nordea

La flessione nella produzione che si registra in tutti i Paesi industrializzati, la crisi nelle relazioni internazionali, non possono non avere conseguenze anche nel sistema economico-finanziario del nord Europa, nonostante certe differenze. Purtroppo il detto ‘se Atene piange, Sparta non ride’ è sempre maledettamente vero. Così in effetti si esprime Helge J. Pedersen, economista capo del Gruppo Nordea, il principale gruppo bancario nordico, con base ad Helsinki: “Esiste il rischio reale che le relazioni tra Stati Uniti e Cina, che fondamentalmente sono una lotta per il dominio globale, possano peggiorare ulteriormente. Questo è uno dei motivi per cui vediamo un rischio maggiore di crescita al ribasso piuttosto che al rialzo nei prossimi anni.”

Paura è una parola pesante da usare in qualsiasi contesto, ma, osservando il comportamento dei mercati finanziari e dei banchieri centrali, non ci si meraviglia che compaia nel rapporto del gruppo oggi diretto da Frank Vang-Jensen.

Un anno fa ci si chiedeva  se la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potesse avvicinarsi alla fine. Si ipotizzava anche un accordo sulla Brexit. E la Germania avrebbe dovuto sostenere una spinta salariale di tipo nordico. Ma un anno è passato velocemente e la guerra commerciale è stabilmente in atto, il Regno Unito sta muovendosi a spirale verso un’uscita senza accordi e la Germania sta flirtando con la recessione. Non c’è da stupirsi quindi che i i paesi nordici si preoccupino, in diversa misura.

In Svezia, il PIL è previsto in crescita dell’1,4% nel 2019 prima di scendere all’1,0% nel 2020. Il che è in parte sulla scia di un calo delle esportazioni che mostrano tutti i segni di stagnazione nella seconda metà dell’anno dopo aver in qualche modo aiutato inaspettatamente a sostenere l’ economia negli ultimi 12 mesi. In questa fase non è possibile escludere tassi di crescita negativi, ma i consumi delle famiglie dovrebbero aumentare l’anno prossimo e anche le esportazioni dovrebbero migliorare gradualmente. Tuttavia, si aspetta che la corona svedese rimanga debole fino alla fine del 2021.

Anche la Finlandia sta affrontando un grave rallentamento della dinamica che Nordea ritiene  possa ridurre la crescita del PIL dall’1,2% nel 2019 a un 0,5% anemico nel 2021. La forte dipendenza della Finlandia dal commercio con la zona euro in difficoltà provocherà indubbiamente riflessi negativi nell’economia e la scivolata in territorio negativo del partner commerciale numero uno, la Germania, non farà che aggravare le difficoltà del settore delle esportazioni. Una ripresa è improbabile nel periodo di previsione e quale crescita possa esserci dipenderà in gran parte dai consumi delle famiglie.

La Danimarca non è affatto immune ai capricci dell’economia globale e il rallentamento della crescita dell’occupazione e della fiducia delle imprese sono prove evidenti di tale influenza, ma l’economia sembra ben posizionata per resistere al peggio di qualsiasi rallentamento. Con un eccesso di risparmio prevalente tra le famiglie e le imprese e un portafoglio diversificato di esportazioni, la crescita del PIL si ridurrà leggermente dall’1,8% nel 2019 all’1,5% nel 2020. Tale indebolimento probabilmente verrà da una leggera flessione delle esportazioni e da una riduzione dell’attività di investimento .

Se c’è una voce fuori dal coro tra  i  paesi nordici, questa non può che essere la Norvegia.

Un forte aumento degli investimenti petroliferi e solidi guadagni nei settori di esportazione orientati alle materie prime, alleati alla struttura del settore delle imprese norvegesi, dovrebbero garantire prospettive positive per il settore manifatturiero. La crescita dei salari reali è prevista per il 3,4% nel 2019, con forse l’unico salto all’orizzonte nel settore del lavoro in cui la crescita nei luoghi di lavoro potrebbe non tenere il passo con la domanda. Con l’immigrazione al minimo dal 2006, non ci sarà alcuna sorpresa previsionale.

Crescita reale del PIL in %:

Immagine del titolo da Yle.fi