Le 60, tenere sardine di Helsinki

Un gruppo di giovani italiane e italiani che vivono in Finlandia, facendo leva sui social, hanno promosso un flash mob a Helsinki, aderendo alla giornata della Sardina International, contemporaneamente alla manifestazione madre di Piazza san Giovanni a Roma. Su Facebook l’evento di Helsinki è presentato così: “Vorremmo portare in piazza la cultura, contro l’odio e a favore dell’accoglienza e della diversità. Chiunque è invitato a portare e a leggere una pagina di un libro, una poesia, il testo di una canzone. Fateci sapere nei commenti o in privato se volete leggere, così capiamo quanti siamo!”

Tra le più attive a promuovere l’incontro sono Gloria De Felice Rizzo e Francesca Rewner, che ritrovo nella piazza. Oddio, piazza. In Finlandia sono spesso solo grandi spiazzi, senza quella cornice raccolta di edilizia civile e religiosa che conosciamo in Italia. Il luogo prescelto è Narinkkatori, qualcosa come Piazza nella piazza (russo na rynke), di fatto un enorme slargo che introduce ai bastioni del Kamppi.

Le preoccupazioni di quel “quanti siamo” sono legittime. Arrivo all’orario previsto, le 13, e vedo dapprima un gazebo bianco del Kokoomuus, il partito di Coalizione Nazionale, bianco e solitario, poco più di un ombrellone contro la pioggerella che cade lieve ma insistente. Dall’altra parte dello slargo noto invece un gruppetto di persone e in mezzo a loro affiora qualche sagoma ormai nota di sardine, dei cartoncini bigi anche loro, come la giornata uggiosissima. Appena due gradi, quanto basta perché non scenda un po’ di neve.

Trovo una ventina di persone in tutto, ragazze prevalentemente dai venti ai trent’anni. Mi avvicino a Francesca, che ho conosciuto su Facebook, chiedendole di fare una breve intervista, e lei si affretta a chiamare altre amiche, dicendomi che fanno tutto insieme, che lei non rappresenta tutti. Un collettivo, si sarebbe detto una volta.

Faccio poche domande, chiedo che cosa li spinga ad agire, se hanno dei programmi , e le risposte tendono tutte a sottolineare lo spontaneismo dell’iniziativa: niente programmi precisi, niente manifesti, ma aperti ad accogliere ogni proposta e ogni opinione.

Dunque dare voce a tutti, alla cultura, all’arte, a ciò che amiamo, perciò poesie, canzoni. “Conoscerci fra noi, questo è il programma a grandi linee”.

Ma ritrovarsi a Helsinki, e non in una piazza italiana, ha un senso diverso, vero? chiedo ad un’altra sardina promotrice. Cosa pensate di portare di nuovo al movimento in cui vi riconoscete. La risposta è un inno al senso globale del movimento, un invito all’integrazione, contro ogni discriminazione. Da parte di una comunità di giovani immigrati, una celebrazione della “diversità”.

Ma il grande oceano, insisto, è pieno di ben altri pesci: pensate davvero che il vostro programma del rispetto e della cortesia basti a cambiare qualcosa? Perché a qualche cambiamento pensate, vero? Non avete individuato, in questo senso, una controparte (non oso dire “nemico”)?

Francesca tiene a precisare: “Noi sardine chiediamo una politica seria che ponga al centro il rispetto delle persone”. Poi aggiunge, sorridendo, “noi sardine non siamo contro nessuno, scendiamo in piazza in nome di qualcosa di bello, vogliamo bene al nostro paese, e lo vogliamo mostrare anche all’estero.”

Ma basta davvero essere solo contro le “cattive maniere” per rappresentare un cambiamento? Anche qui la risposa è decisa: “Sì, noi crediamo tantissimo nella tenerezza e nella gentilezza, nel mettere al centro l’altro, crediamo che siano essenziali anche agli alti livelli, come la politica.”

Non temete di essere una specie di movimento artistico? la bellezza, le buone maniere, il rispetto della persona, un sogno rinascimentale. Ma ci sono anche questioni meno nobili, come la disoccupazione, la violenza sociale e di genere, la crisi economica: non si tratta solo di buone e cattive maniere. Un’altra promo-sardina mi precisa: noi pensiamo soprattutto allo sviluppo della conoscenza, contro l’ignoranza dilagante, contro il razzismo. In questo senso, se vuole, ci sentiamo un movimento culturale.

Comincia a far freddo, mancano delle organizzazioni politiche di una volta non solo le bandiere e gli slogan, ma anche cose più banali come un servizio bar per riscaldare i corpi, invano intabarrati intorno a un traliccio che funziona da totem. Una specie di rete metallica in cui le sardine, ormai una sessantina, si stringono battendo i piedi. Un vecchio sardone con la barba bianca si dà, stremato. Ma se il corpo trema, gli spiriti sono intrepidi, e per scaldare almeno le anime si alza lentamente, poi sempre più forte, l’inno ufficioso del movimento, quel “Bella ciao” che sembra assegnare a questi giovani un vago sentimento resistenziale.

Lo intendono qui come nelle piazze italiane come un inno privo di colori politici, che accoglie tante anime di buona volontà. Tutto bello, se non fosse che, per quanto io ricordo, è pur sempre un inno “partigiano”, e dunque di una parte. Come sono anche i “partiti”, che nell’arena della democrazia devono ingaggiare una lotta politica, perché poi a prevalere sia una parte, quella che si conquista una maggioranza. Con le sue idee, ma non solo.

Difficile organizzare un programma di lunga durata, al freddo della Piazza delle piazze. I promotori attingono al repertorio ormai globale del movimento: qualcuno legge una poesia, con scarso seguito, poi due giovani col megafono tentano di leggere in inglese i princìpi fondamentali della Costituzione italiana. Sarà il freddo, sarà l’inglese, i princìpi costituzionali “founded on labour” non bastano a scaldare gli animi anch’essi avvizziti.

Ma è stato piacevole trovarsi in mezzo a questo piccolo banco di giovani italiani, mossi da grandi ideali, fondamentalmente spinti dal bisogno di colmare un vuoto avvertito nel paese d’origine. Ecco, la natura di “reazione” (ma non reazionaria) a una mancanza avvertita dà comunque ragione a questo pezzo d’Italia che comunque s’è desta. Le reazioni rancorose di certa politica e certa stampa in Italia dicono che tutto questo ha un senso. E quando si muovono i giovani, è comunque giusto stare ad ascoltare, se non altro.

Poche le “aringhe” presenti: mi sarei aspettato qualche finlandese in più. Ma ci vuole tempo, per condividere esperienze solo in parte comuni. Quel che conta è che sardine o aringhe coninuino a muoversi in mare aperto. Che non finiscano nella scatoletta dove altri, per una nemesi beffarda, si sono ritrovati imprigionati, e nemmeno in fondo a qualche barile, nella salamoia grigia dei luoghi comuni in cui sguazza tanta parte della classe dirigente italiana, a cominciare dalla stampa.