Le sardine e la banalità del Bene. Lettera al direttore

Le sardine, come è noto, sono creature pelagiche, mobili e senza confini. Pertanto, dopo l’interesse di un politologo in Finlandia, hanno destato anche quello dello storico Luigi G. de Anna, attualmente nel sud-est asiatico. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Caro Nicola,

ho appena letto, con un certo ritardo, il tuo resoconto della riunione delle Sardine italiane a Helsinki. Il ritardo è dovuto al fatto che mi trovo tra le montagne del Triangolo d’oro, nord della Thailandia, e qui la connessione con internet a volte salta. Per questo motivo invece di girare nella rete, accendo piuttosto il televisore. L’unico canale in inglese che ricevo è quello di Al-Jazeera, una trasmittente ammirevole per l’ampio spettro con cui racconta quanto avviene nel mondo, con una visione a 360 gradi. Dunque, vedo i cinesi di Hong Khong in rivolta, gli indiani che protestano contro la nuova legge sulla nazionalità, le ultime ondate di primavere arabe, dal Libano all’Algeria, gli scontri di piazza a Santiago e così via protestando di Paese in Paese. Ed ecco che all’indomani di Piazza S. Giovanni vedo anche il raduno, imponente, delle Sardine. Il Mar Baltico, si sa, è impoverito di fauna ittica, ma sulle sue coste nord-orientali poche decine di sardine, o erano silakka?, arrivano anche al mercato del pesce di Helsinki.

Alcuni politologi dalle pagine dei giornali, compresa la Rondine, ci spiegano che cosa sta succedendo in Italia, e sono abbastanza unanimi nel considerare il fenomeno come banale, superficiale e transeunte.

Appartengo alle generazione del Sessantotto, per ragioni di residenza in Finlandia ho saltato i girotondini, i vaffaday e altre manifestazioni di massa similari. Ma del Sessantotto ho un ricordo indelebile. Fu una scossa epocale nella società italiana. Certo è presto per giudicare, o indovinare, la portata di questa protesta ittica, ma non è nulla di paragonabile all’ondata del Sessantotto, nel bene e nel male. Nel bene perché non ha assunto, né certamente assumerà se non verrà infiltrata dai violenti Centri sociali, una caratteristica di aggressività fisica, nel male perché è di una desolante povertà intellettuale e culturale. Il Sessantotto protestava contro l’establishment, il “sistema” e il governo, le Sardine, unico movimento al mondo, protestano contro l’opposizione, che al governo non è. Potrei capire le manifestazioni di piazza se fossero state organizzate ai tempi del governo Salvini-Di Maio, ma ora?

Il Sessantotto, nelle sue variegate manifestazioni politico-ideologiche, si basava su una rilettura del comunismo, nella quale confluivano il maoismo, il castrismo-guevarismo, il marcusismo, l’anarchia e altri filoni di un pensiero alternativo. A giudizio dei politoligi, e mio, le Sardine, una volta aperta la  scatola, non emanano alcun odore. Insipide, come salacche baltiche. Il loro programma potrebbe comprendere tutto e il contrario di tutto, e per reggere rispolvera “anti” ridicoli come è quello del fascismo, morto e sepolto il 25 aprile del 1945. Chiamare Salvini fascista è un assurdo, non solo perché viene proprio dalla sinistra extraparlamentare, ma perché del fascismo ideologia non ha assolutamente nulla. Il sovranismo non è il nazionalismo degli anni Venti e Trenta, che tendeva ad un ruolo mondiale per l’Italia, né Salvini auspica una camera delle Corporazioni, o l’abolizione del sistema partitico, e perfino la sua ostilità nei confronti dell’immigrazione incontrollata non ha nulla a che fare con le leggi del 1938, considerato anche il suo conclamato filo-sionismo. Salvini non ha camicie nere, né manganelli, e al massimo minaccia di lanciare i suoi gatti a far manbassa di sardine.

Lo so, griderebbe il Berlusca in versione Crozza, che la parola “fascismo” ha oggi altri significati, ma come filologo amo la conservazione delle semantiche, altrimenti si genera confusione. E mi pare che i giovani di Helsinki in testa ne abbiano molta.

Mi correggo, di idee non ne hanno molte. Mentre i 5Stelle, per prendere l’esempio più recente, avevano (uso il passato perché la loro esibizione al governo è penosa) un programma anti-sistema, un afflato di rinnovamento verso l’intero apparato politico italiano, che li ha portati al successo elettorale, le Sardine si limitano a proclamare le ovvietà che sono tipiche di una sinistra velleitaria la quale, abbandonato Marx e Gramsci, cerca di rinnovarsi attraverso la Rete. E qui sta la grande differenza con la generazione del Sessantotto, nutrita di samizdat usciti da ciclostili sotterranei, da un passa parola fatto di incontri, telefonate (accidenti perché non si trovano i gettoni, chi ne ha uno?) occupazioni di facoltà con assemblee permanenti. Le Sardine invece se ne stanno a casa a digitare, digitano, digitano… per poi darsi appuntamento in piazza. Ed è il digitare il grande male di questa società banalizzata. Si twitta, si messaggia, e necessariamente i messaggi sono sintetici, spesso scritti in un italiano che di anno in anno si impoverisce, come testimoniano i temi degli studenti agli esami di maturità. Di più profondo, dalla piccola testa di queste Sardine, non esce.

Certo, cantano, e probabilmente anche bene. Cantano Bella ciao, canzone così popolare che la sento suonare nella Kauppatori di Turku anche dai romeni che chiedono l’obolo. Una melodia facile da ricordare. E che importa se è, come tu giustamente ricordi, una canzone “partigiana”? Che almeno a me ricorda la guerra civile italiana, quella che solo dopo decenni di imbarazzante silenzio Giampaolo Pansa ha potuto raccontare in tutta la sua crudeltà.

L’Italia rivolta all’indietro, che ricorda il fascismo, i sopravvissuti (nuova categoria del dolore umano) ma dimentica i molti milioni di morti fatti dal comunismo (quanti? il conto dei miioni in questi casi di memoria tendente al politico è ondivago).

Le Sardine trovano spazio, ma lo trovano nella Sinistra, in tragica crisi di identità. Se andassero alle elezioni (non lo escluderei) prosciugherebbero PD e 5stelle, cioè quella sinistra incolore e denaturata che è la grande tragedia del sistema politico italiano. Non a torto Rizzo, ultimo paladino del comunismo in Italia, non si è accodato al mercato del pesce.

Ogni generazione vuole la sua parte di rivoluzione, è un fatto normale; le rivoluzioni sono un elemento endemico della nostra società, la fa regredire o progredire. Quella francese, quella borghese del ’48, quella bolscevica, quella fascista, quella castrista, e così via. A me è toccato il Sessantotto, e sono ben lieto di esserne uscito penalmente indenne.

A poco a poco il filone rivoluzionario si è inaridito.  Ora siamo alla frutta. Pardon, al pesce.