Cure|Culture. La legge di natura

Proposte di omeopatia culturale

«La vita ti arriva sempre alle spalle, e poi di colpo te la ritrovi davanti.» Pochi scrittori hanno la sensibilità per il cambiamento sociale di Kari Hotakainen, molto amato da un solido nucleo di lettori, ma ancora non sufficientemente noto. E invece, di questi tempi, risulta una delle voci più intense, critiche, e umane, del panorama letterario. Vi proponiamo uno scampolo di una lettura che sembra perfetta per meditare con responsabilità sui limiti della nostra natura, sul senso delle relazioni sociali, di fronte a un morbo che non conosce barriere, muri, stati sovrani, e ci riporta a un’idea di natura non materna, né dura, semplicemente natura, come dovevano averci insegnato i greci.

Sopravvissuto per un caso fortunato a uno spaventoso incidente stradale, Hotakainen scrive un romanzo un po’ testamento e un po’ profezia,  La legge di natura (Iperborea 2015). Mette in scena un imprenditore del settore geotermico, Jussi Rautala, vedovo, in costante conflitto con la figlia Mira, un’ecologista impegnata in politica, che sta per dare alla luce il primo figlio. Rautala cavalca allegramente la nuova crisi economica, da evasore fiscale impunito e arrogante, finché un terribile incidente d’auto lo distrugge nel corpo e nell’animo, e lo costringe, da un letto d’ospedale, a guardare la propria vita, e quella degli altri, a cominciare dal sistema sanitario che lo cura, con altri occhi. Di colpo tutto acquista un senso diverso, e la sua vita, che prima gli sembrava un sistema coerente, sembra sgretolarglisi davanti, diventare un puzzle. All’improvviso non ha più risposte, e domande di ogni tipo gli si affastellano nella mente.

“Rautala si ricordò di essere padre. Si sforzò di ricordare tutte le sue diverse metamorfosi. Padre. Figlio. Imprenditore geotermico. Vedovo. Padrino. A breve nonnino. Quasi cadavere. Ne aveva parecchie. E da ciascuna spuntavano tanti ossi.”

Scrittore delle crisi, Kari Hotakainen, ma nel senso originario della parola, di separazione, distinzione. Nei momenti critici il mondo si divide, e ciascuno si ritrova da una parte o dall’altra.

Rautala, sprofondato nel suo letto di sofferenza, è una sorta di personaggio del sottosuolo con l’orecchio teso ad afferrare ogni parola degli altri che pare riguardarlo. Non solo. Adesso, afflitto da profondi sensi di colpa per l’enormità delle spese sociali destinate a curare lui, un evasore incallito,  si ascolta nelle parole altrui come davanti a uno specchio. E le voci dell’ospedale si mescolano con quelle dei media, della televisione, dove Presidente del consiglio e Ministri competenti parlano, in piena crisi, di “tagli”.

Tagli dei corpi e tagli alle spese si alternano nei discorsi che veglie dolenti e sogni penosi rimescolano in un calderone linguistico, propagandosi come un virus.

La narrazione avvince il lettore, gli rende quasi inabitabile, intollerabile il mondo che descrive. Da qui il senso di rarefazione dell’aria che ti prende. La velocità del pensiero, incapsulato in una scrittura sincopata, ti toglie il tempo di una lettura distesa, omologa alla realtà come la raccontano i media, o la narrativa contemporanea.

Le prime pagine del romanzo qui di seguito riprodotte, e che raccontano il trauma dell’incidente, sono tratte dall’edizione italiana, che trovate qui, e che potete scaricare in formato ebook.

«Eccolo su un letto del reparto di terapia intensiva in attesa dell’intervento.

Sembrava un paziente, ed era un uomo.»

Capitolo I

Non guardarti, guarda il cielo.

L’uomo indossava una giacca arancione e un casco rosso. Disse di essere un paramedico e raccomandò a Rautala di stare calmo, pur sapendo quanto fosse difficile in quell’ammasso di lamiere insanguinate. Basta non guardare le ossa che ti spuntano fuori ma tenere gli occhi fissi al cielo, attraverso il parabrezza frantumato, e rimarrai cosciente.

Rautala provò a cercare il nome dell’uomo sulla giacca. Non lo trovò, si ricordò del cielo. Era terso e senza uccelli, poco prima brillava il sole. Ricordò i raggi del mattino, quando aveva avviato il motore per andare dai suoi vecchi che abitavano a un centinaio di chilometri da lì.

L’uomo gli si fece più vicino dicendo che per tirarlo fuori occorrevano attrezzi speciali, ci sarebbe voluto ancora un po’. Gli avrebbe dato subito un analgesico. Rautala annuì e fece quello che gli era stato appena proibito: si guardò.

Le ossa se n’erano andate per proprio conto, si erano aperte un varco nella carne verso la libertà e avevano bucato anche la giacca a vento, da cui ora spuntavano come da un taglio d’arrosto. I jeans neri erano un grumo rosso. Gli crollò la testa sul volante. Perse i sensi.

A un tratto sussultò per un rumore violento, metallico: era forse qualche grosso attrezzo? Sì. Stavano tagliando le portiere. Ma non era già abbastanza a pezzi quella macchina?

Qualcuno gli disse che ad appena cento chilometri da lì lo attendevano i migliori ortopedici del Paese, la migliore squadra di chirurghi. Tutti a sua disposizione, stia tranquillo. L’elicottero del pronto intervento sta arrivando. L’elicottero, roba che si vede solo nei film. E alle fiere agricole dove lo portava suo padre da piccolo. Il pubblico poteva salire a bordo e farci un giro, ma papà non aveva i soldi per far volare alto il suo ragazzo.

Rautala se ne stava immobile tra le lamiere battendo i denti, come un bambino che è stato troppo in acqua e non trova più l’asciugamano. Ma non era il caso di agitarsi, o rischiava che le gambe maciullate gli si staccassero del tutto dal tronco.

Poco prima stava parlando con la figlia nel ronzio dell’abitacolo, e adesso era al centro del mondo. È così che si sentono i privilegiati? Tutta quella gente per una persona sola. Per lui. Se lo meritava? Oppure no? Ma lo sanno, tutti questi, chi sono io? Non sono nessuno. E quanto costerà? Quando arriverà il conto? È colpa mia? Stavo forse armeggiando con la radio e ho combinato un guaio? O cercavo le mentine sul sedile accanto? Ho forse vissuto abbastanza per potermene andare? C’è ancora qualcosa che mi resta da dire? Si può giocare a pallavolo su una sedia a rotelle? Magari facendo solo il palleggiatore? E un disabile può frequentare anche gente con le gambe sane, o deve starsene con quelli come lui?

Trattenne il pianto e quello gli rientrò a singulti. Il pianto è una brutta bestia. Gli scuoteva il corpo lacero, Rautala cercò di arginarlo con un muro, che però crollò e le lacrime proruppero a spruzzi dal naso. Non poteva pulirselo con le mani ridotte in quel modo. Ma prima che arrivasse la vergogna spuntò una mano con un fazzoletto di carta che glielo asciugò.

Senti le dita dei piedi?

No.

Riprova.

Niente. Non ce le ho. Resterò invalido? Adesso lo sento. Almeno un dito.

Bene. Molto bene. Se ne senti uno, tra non molto sentirai anche gli altri. Stai tranquillo.

Gli occhi lacrimarono di sollievo.

(Immagine del titolo: Helene Schjerfbeck: Lukevat tytöt, 1907)

Giornalista, traduttore letterario, studioso di lingua italiana e storia dell'arte. Emigra dal Salento a Bologna per studi, poi a Helsinki per vivere. Decise di fondare La Rondine una buia notte dell'inverno del 2002 dopo una serata all'opera.