Poesia popolare finlandese e sua traduzione in italiano

Col passare degli anni, mi risulta sempre più difficile esprimere un giudizio estetico su una qualsivoglia traduzione, a meno di non giustificarlo con il gusto personale. Ho da tempo teorizzato la necessità di dividere l’analisi di una traduzione nei suoi due concetti di base, quello di processo e di prodotto, e di come sia più logico e appropriato esprimere anche un giudizio estetico sul primo e non sul secondo, dove spesso intervengono fattori esterni alla volontà del traduttore.

Questo mio approccio si riflette, naturalmente, anche su quel che riguarda la traduzione della poesia popolare finlandese,  sia nelle riscritture ad opera di Elias Lönnrot (come il Kalevala  e la Kanteletar) sia nelle forme più “autentiche”.

Analizzando le varie traduzioni italiane di poesia popolare finlandese da un punto di vista di impianto ritmico, vediamo che le scelte formali del traduttore si riducono a: verso libero, prosodia quantitativa e prosodia accentuativa.

Senza voler esprimere un giudizio di merito sulle varie versioni, è chiaro come la mia preferenza vada a quella che io definisco “traduzione giustificata”, vale a dire quella (o quelle) dove risulta evidente e soprattutto consistente (per l’intero testo) l’approccio traduttivo.

Bisogna ricordare come, molto spesso, la scelta di tale approccio sia influenzata dalla poetica nazionale dominante nel determinato contesto storico; allo stesso modo, però, è necessario anche considerare la possibilità di fronteggiarne l’uso corrente, e magari argomentare la necessità di una svolta della forma poetica.

Ad esempio, nel saggio Sulla poesia ceca (1620), il filosofo J. A. Comenio sollecita il passaggio della poetica nazionale dalle rime (allora in uso prevalente) alla quantità vocalica: “I versi metrici (in uso la parola carmina) sono molto di ben più forbita fattura, dal momento che si cura non solo l’ultima sillaba, ma anche ogni altra, non ché adducano ritmo (rime) ma metro.” 

Alla fine, l’unico parametro ricorrente sembra così essere una certa musicalità, vale a dire che i versi risuonino, secondo le parole del teologo e traduttore Théodore de Bèze, sine aurium offensione [audiri non possunt].

Consistente sembra invece, nelle varie versioni italiane, la preservazione degli artifici retorici che, bisogna però ricordare, fungevano soprattutto da aiuto mnemonico.

Un altro aiuto nella lettura di traduzioni di poesia (non solo) popolare finlandese è la possibilità di differenziare la poesia dalla funzione poetica, e la possibilità, quindi, dell’uso poetico formale più vicino a quello che consideriamo lo spirito della nostra lingua.

Come sempre, più che risposte certe, il traduttore si trova a fronteggiare domande e, soprattutto, a negoziare una strategia, facendo magari riferimento alle possibilità antitetiche (e alle innumerevoli posizioni intermedie) esplicitate dal traduttologo Jiří Levý nella sua opera più famosa, L’arte della traduzione (1963):

La traduzione deve riprodurre le parole dell’originale / La traduzione deve riprodurre le idee dell’originale

La traduzione si deve poter leggere come se fosse l’originale / La traduzione si deve poter leggere come una traduzione

La traduzione deve rispecchiare lo stile dell’originale / La traduzione deve mostrare lo stile del traduttore

La traduzione può aggiungere o sottrarre qualcosa dall’originale / La traduzione non dovrebbe mai aggiungere o sottrarre qualcosa dall’originale

La traduzione di poesie in rima può essere fatta senza rima / La traduzione di poesie in rima deve essere fatta in rima

La traduzione dovrebbe rispecchiare la lingua dei tempi dell’originale / La traduzione dovrebbe rispecchiare la lingua dei tempi del traduttore

Di seguito, alcuni miei tentativi di traduzione di poesia popolare finlandese. La ricerca continua…

Vecchio e saggio Väinämöinen
Intagliò la barca al monte,
Cacciò un grido sulla roccia,
L’ascia scivola nell’osso,
Nel ginocchio del potente,
Nella gamba del sublime.
Vecchio e saggio Väinämöinen
Pone briglie al suo puledro,
Alla slitta il suo Brunetto,
Si diresse all’altra casa:
“C’è qui forse in questa casa
Chi imprigiona il sangue a fiumi?”
Dietro il forno urlò un vecchio:
“Queste cose le ho già viste,
Quando il sangue fiotta ad onde,
Si raggruma e si disperde;
Lascia che la vecchia cuci,
Porti qui le erbe sane
Per bloccare il fiotto rosso,
Per lenir l’inondazione!”
E la vecchia prese l’erba,
e la stoppa come cencio;
Ma il sollievo punto giunse
Scorse in sibilo del sangue
Dalla gamba del sublime,
Dal ginocchio dell’augusto.
Ed allora Väinämöinen
profferrì queste parole:
“Il Signore come unguento,
Il suo verbo per bloccare,
Per richiudere la piaga;
Porta aiuto mio Creatore,
Beneficiami o Signore,
Fa che il corpo mio non sfibri,
Né il malessere mi uccida!”
Ricevette un vero aiuto,
Il suo sangue più non sgorga,
ha già smesso di scrosciare,
per la terra di fiottare.
(Frammento di inizio XIX secolo)


C’è chi sparge sol menzogne,
Tante dicerie maligne,
Come il kantele sia nato,
E chi l’abbia artificiato:
Väinämöinen l’intagliò,
Pel Signore lo foggiò,
Dalla lisca di un gran luccio,
Dalle ossa di un can d’acqua;
Ma il suo suono è di tristezza
Del dolore ha la fattezza:
Di fatica è il suo telaio,
La penuria lo fomenta,
Ha le corde di tormenta,
I suoi chiodi pien di stenti.
E perciò non si compiace,
Il mio kantele poi tace,
La sua musica non squilla,
Dalle note gioia non trilla,
Ché il suo suono è di tristezza,
Del dolore ha la fattezza.
(Kantele, I,1)


Il consiglio della mamma
A suo figlio che ha cresciuto,
Generato a questo mondo,
Che ha curato e ben voluto.
Sento mamma che mi spiega
il perché del suo consiglio:
“Figlio mio giovinetto,
Caro frutto benedetto!
Quando a nozze tu convoli,
Se la nuora vuoi portarmi,
Non promettertela sposa
Nelle feste o alla chiesa;
Anche un porco è rosso allora,
e la scrofa veste in seta.
Le peggiori concubine
Sul vialetto della chiesa,
Con le calze tutte azzurre,
E i fiocchetti belli rossi,
Nei capelli seta a nastri,
Acconciati con le trecce.”

“Se una sposa vuoi cercare,
Fallo nella settimana!
Nella stanza con la paglia,
Chi sta usando il coreggiato,
Alla macina la scegli;
Se la giacca che lei indossa
È al rovescio o bella dritta;
E la brina copre il velo,
La farina il suo didietro,
Tutta bianca dal pestello.”
(Kantele, I, 88)


Su da Pohjola il ragazzo,
da Lapponia in uno sprazzo,
sulla slitta il perticone
porta canti il buontempone.
Cozza il masso di confine
e l’alloggio in legno accline,
Le parole che ho raccolto
a caterve ve ne porto;
al riparo sotto al tetto,
nella casa bene accetto,
tra la stufa e la parete
sopra il ceppo dell’abete.
Nella stanza le dispongo,
ve le canto e le compongo.
Se l’accesso mi negate
e ad entrar non mi invitate
le disperdo, siate accorti,
e che il vento se le porti.

“Entra pure dentro casa
benvenuto nell’alloggio
del tuo canto fai gran sfoggio
la canzon dal gelo invasa.”

Grazie a voi e grazie a Dio,
per il generoso invito!
Siedo al tavolo pur io
compagnone ben gradito.
Permettete che tracanni
sia la birra che il liquore?
Se non posso accomodarmi,
stare in vostra compagnia
e non posso dissetarmi
della birra o del liquore
che il demonio tutto scoli
dalla botte vuota e lercia
tutto l’alcol contenuto
nella botte della quercia.

“Perché mai obietteremmo
che tu sieda in mezzo a noi?
Di proibirti mai potremmo,
birra e alcol quanto vuoi!”
Pien di birra ecco un gotto,
l’idromele in due bicchieri,
e il burro da noi addotto,
cinque libbre fatte ieri,
sei di lardo di gran taglia,
e del porco la frattaglia.”

Grazie a voi e grazie a Dio,
per il generoso invito!
A poetar comincio io,
il mio canto già applaudito.
Fate luce con le torce,
ché ben veda le parole.
La mia lingua non le storce,
vengon fuori già da sole.
Ed allora, gente cara,
sono pronto ad intonare,
melodia per nulla avara,
voi prendete a canticchiare
con lo stomaco satollo
della birra e del pan mollo.
(Kantele, II, 281)

(L’immagine del titolo è un poster di A. Gallen-Kallela per l’Esposizione universale di Parigi , 1900. Gli intagli in legno riprodotti sono di Igor Gashkov)