Crisi finanziaria: non è tutta colpa del virus

Parlando di Italia e Finlandia, è abbastanza comune prestare attenzione soprattutto alle differenze. Tuttavia, se si guarda alla risposta dei rispettivi governi alla crisi finanziaria innescata dall’emergenza sanitaria, in questo caso le somiglianze forse eccedono le difformità. Entrambi i governi, per dirla in breve, hanno posto la salute della società e dei cittadini prima della ‘salute’ dei mercati. Questa scelta, come cercherò di dimostrare, è una scelta azzeccata anche dal punto di vista economico e della gestione del risparmio privato.

Come sottolineava spesso J.M. Keynes, l’economia dovrebbe essere, in estrema sintesi, la scienza che studia come far vivere meglio il numero più ampio possibile di persone, trovando nuove risorse, redistribuendo meglio quelle disponibili, finanziando i settori che si ritengono strategici per tali scopi. Vivere meglio, appunto.

Come me, forse anche Keynes sarebbe stato contento di vedere che, contrariamente a Paesi come l’Inghilterra o gli Usa, paesi come l’Italia e la Finlandia abbiano pensato che la salvaguardia della salute dei cittadini sia più importante di una, seppur molto dolorosa, chiusura delle attività produttive. 

Pensare alla salute non significa trascurare i problemi economici ma, al contrario, è una scelta razionale anche da una prospettiva economica. Per chi dispone di risparmi da investire uno dei problemi consiste nel capire come e quando sia saggio investire. Per comprendere quali siano i tempi e i passi utili da compiere in questa direzione, occorre prima chiarire le radici della crisi.

Come siamo arrivati a questa crisi economica e perché non è tutta colpa del Covid-19

La crisi dei mercati finanziari mondiali rispecchia appieno le preoccupazioni legate al virus ed è inevitabile porsi domande del tipo: quante aziende sopravviveranno alla crisi? Quanti lavoratori perderanno il posto? Che ne sarà del debito pubblico di paesi già indebitati? E noi privati, i soldi che abbiamo da parte ci basteranno ad arrivare alla fine della crisi? 

La prima cosa da chiarire è che alcune criticità che oggi si manifestano così prepotentemente erano ben presenti già da prima ma nessuno ha voluto farci caso. Per esempio, da lungo tempo i mercati finanziari sono cresciuti rispecchiando solo in parte i fondamentali economici. La grande liquidità già presente nel mercato prima di questa crisi ha favorito l’acquisto di azioni proprie da parte delle aziende, facendo lievitare i prezzi di tali azioni a livelli non sempre coerenti con l’effettivo valore dell’azienda.

Questo vuol dire, in altre parole, che il crollo delle borse non è dovuto solo agli effetti della pandemia ma ad un comportamento troppo avido e in ultima istanza irresponsabile dei principali attori che operano sui mercati finanziari.

Oggi, come nella crisi del 2008, la liquidità serve, e serve molto ma non può essere l’unica soluzione a tutti i mali. La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia di tutti i giorni, oltre a produrre molta disuguaglianza genera anche shock violentissimi nei mercati finanziari. I mercati finanziari si gonfiano e si sgonfiano spesso sulla base di previsioni per nulla certe, legate alla voglia di guadagnare di continuo, grazie (ma non solo) anche a strumenti finanziari sempre più sofisticati che però allontanano sempre di più dalla realtà. In sintesi, in questa crisi, la colpa è della speculazione finanziaria degli ultimi dieci anni almeno in misura uguale, se non superiore, agli effetti della pandemia sull’economia reale.

Che fare? Consigli per i piccoli risparmiatori

Nelle circostanze attuali, per la gente comune che, come noi, cerca di proteggere i risparmi di una vita, ci sono alcune cose importanti da tener presente.

Per prima cosa bisogna evitare di incorrere in un errore che ancora molte persone fanno: quello di pensare che se un Paese o un settore soccombe ce ne sarà un altro che vivrà meglio. Pensare su che settori o paesi sia meglio investire i nostri risparmi è un buon esercizio intellettuale. Pensare che un settore possa esistere senza una filiera di servizi o che un paese possa prosperare se un altro soffre significa commettere un grave errore. Nel bene e nel male, settori e paesi sono collegati tra loro in maniera fondamentale, nonostante tra loro esista competizione e, per esempio, la prosperità della Cina dipende in misura considerevole anche dalla forza dell’economia statunitense.

In finanza, a sparire sono semmai le singole aziende. In quel caso è vero che, molto probabilmente, non tutte le aziende sopravviveranno a questa crisi o perlomeno non con le dimensioni attuali. Il suggerimento qui è di evitare di comprare azioni o obbligazioni di una singola azienda. Questo perché, semplificando un discorso complesso, se l’azienda fallisce, azioni ed obbligazioni hanno più o meno la stessa sorte, nonostante in tanti la pensino diversamente.

Uno strumento importante per evitare questo rischio ci viene dai fondi di investimento (a gestione passiva o attiva). Questi sono una forma di investimento o di “scommessa” che permette di non “scommettere” su singole aziende ma su pool di molte aziende nel mondo e in settori diversi. Il vantaggio dei fondi è almeno duplice: diversificare il rischio e lasciare a gente più esperta di noi di decidere il paniere dei nostri investimenti.

In un mondo che pare sempre più rischioso, diventa sempre più vera la famosa frase: si fa fatica a guadagnare denaro, e poi si deve far ancora più fatica nel proteggerlo. Siamo tutti d’accordo che 50 anni fa era molto più semplice investire e che lo “spread” non sconvolgeva proprio per nulla la tranquillità delle finanze familiari.

Cosa fare a fronte della catena di forti ribassi che sta colpendo le borse di tutto il mondo e lo scambio di azioni ma anche obbligazioni? Questa situazione è prodotta da almeno due fattori.  Per un verso ci sono molti attori del mercato che vendono spesso, ma non solo, a causa di un panico che stacca il circuito del cosiddetto pensiero razionale ed innesca invece quello del pensiero emotivo. Per un altro, ci sono poche persone che comprano, convinte che tutto prima o poi passerà. Chi compra lo fa a prezzi più bassi di un mese fa perché, come in tutti i mercati di qualsiasi merce, ciò di cui tutti si vogliono sbarazzare costa poco, mentre ciò che tutti vogliono costa molto.

In sintesi, la morale di questa condizione è la seguente: vende l’impaziente compra il paziente. Come ha detto W. Buffett: le crisi sono un ottimo strumento per trasferire ricchezza dagli impazienti ai pazienti.

Chi vende senza pensare dimentica che il valore del denaro non è assoluto. Soprattutto In situazioni come quella che stiamo vivendo, è utile considerare la moneta come un bene di valore relativo che, come un immobile, un ‘azione o un fondo di investimento, varia in rapporto a domanda e offerta. Quando le banche centrali immettono tanta moneta (parliamo di centinaia di miliardi di Euro!) la moneta perde valore ma non ce ne accorgiamo. Se in preda al panico vendiamo i nostri investimenti per realizzare moneta, facciamo un cattivo affare perché la moneta che otteniamo forse vale meno degli investimenti che avevamo. Se invece portiamo pazienza, saranno gli stessi investimenti a proteggerci dalla perdita di valore della moneta.

La cosa importante da tener presente è quindi che, se non abbiamo bisogno di soldi subito, se avevamo investito sulla base di un orizzonte temporale di medio o lungo termine, per esempio 3 anni, ed abbiamo diversificato abbastanza i nostri investimenti, oggi non dobbiamo fare nulla, se non avere pazienza, mantenendo l’orizzonte che ci eravamo prefissati.

Solo chi ha soldi e molto tempo, può pensare a dove iniziare a comprare, dividendo i prossimi 6 mesi in almeno in 3 periodi. La finanza infatti, anche se qualcuno cerca di farcelo credere, non è matematica e non è una scienza esatta: non sappiamo esattamente come andranno le cose, e così dobbiamo comportarci, con buon senso, non scommettendo se siamo arrivati ai minimi (come fonti pur autorevoli sembrano suggerire Alla ricerca di opportunità dopo il crollo sui mercati per la pandemia da Covid-19 ; Borsa, quando arriverà il rimbalzo? Ecco le variabili da tenere d’occhio ) ma riservandoci di poter comprare anche più avanti, se i mercati saranno scesi ancora.

Anche le persone meno esperte di finanza, possono imparare velocemente a difendersi da questi ribassi mantenendo la pazienza, ben sapendo che chi compra (intendo fondi sovrani, grandi capitalisti etc.) non solo ha molti soldi ma molto probabilmente è più bravo di noi a ragionare in termini finanziari/economici (Quanto hanno guadagnato i fondi ribassisti dal crollo dei mercati ).

Per decidere cosa fare al momento opportuno, bisogna ricordare che si investe solo ciò che non serve per molto tempo, diversificando tanto. Ma investire non è un obbligo morale. Se per carattere non sopportiamo le crisi e le oscillazioni di valore che sono naturali sia nel mercato dei beni mobili che di quelli immobili, allora faremmo meglio a non investire: a mettere i nostri soldi in banca (in una buona banca) e lasciarli lì, magari in un conto al risparmio, perché le crisi, grandi o piccole, ci saranno sempre.

In questa crisi, se si hanno a disposizione somme di denaro e si vuole investirle, il grosso vantaggio dei fondi di investimento consiste nel dare la possibilità di comprare molti titoli diversi, riducendo il rischio di investire in una sola azienda che può fallire. Inoltre, poiché i fondi sono separati dai patrimoni delle singole banche, ci salvaguardano anche dai fallimenti della banca con cui lavoriamo – una cosa non da poco!

A monte di tutto, la forza da cui dipendono le sorti del nostro mondo come del sistema economico e finanziario, è la fiducia. In questa prospettiva, forse non è esagerato dire che tutto sta girando sulla fiducia verso le persone, come una forma di amore che non ha prezzo: non si penserà davvero che le banche centrali abbiano tutti quei soldi?

La fiducia, però, è un valore la cui disponibilità dipende da noi. Semplicemente siamo noi che, ancora una volta, ci fidiamo del fatto che quei soldi le banche centrali li abbiano o che quantomeno li troveranno. Sempre in nome della fiducia, dobbiamo evitare di pensare che le crisi non si risolveranno mai (il classico errore che si fa in ogni crisi), altrimenti vedremo sempre poco nitido in tutte le nostre scelte ed avremo tanta ansia. L’ansia, contrariamente alla paura, ci fa sbagliare di sicuro.

Se poi le cose dovessero andare davvero diversamente e tutto il sistema si sfasciasse, avremo altre cose di cose di cui preoccuparci prima dei problemi di bond o equity.

Uno sguardo al futuro, fiducia e valori diversi dal denaro

Con i nostri comportamenti siamo arrivati ad una cattiva anzi cattivissima redistribuzione del reddito mondiale e ad un pessimo modello di sviluppo. Far soldi, far crescere il Pil, ricerca di risultati ‘ora e subito’ oggi sono diventati dei dogmi troppo influenti.

Quello che viviamo non è capitalismo ma un cosiddetto iper-capitalismo che non fa bene a nessuno (in fondo nemmeno a quell’1% della popolazione mondiale che detiene così tanti soldi).

Gli obbiettivi di crescita mondiali continui e sempre richiesti con forza come dei mantra hanno portato ad una fondamentale cecità: crescere sempre, non accontentarsi mai, vuol dire continuare a produrre beni che per gran parte non servono, e continuare a consumare beni dei quali si può tranquillamente fare a meno. Vuol dire lavorare a ritmi insostenibili. Significa, per esempio, eccessivo inquinamento, deforestazione, ed anche turni di lavoro massacranti, meno spazio alla cultura scientifica e umanistica (non si ha tempo e non fa soldi), e, negli ultimi 40/ 50 anni anche iper-concentrazione delle ricchezze in pochi, per cui anche maggior povertà e molto stress inutile.

Ogni crisi economica ha qualcosa di unico, e in questo caso si tratta della nostra salute. E sarà proprio la salute, ossia l’andamento del virus che guiderà le nostre scelte e condizionerà la nostra vita. Non ne è esclusa la finanza, dove qualsiasi ragionamento anche ottimistico oggi deve prima di tutto tener presente cosa accadrà, per così dire, nel rapporto tra noi e il virus.

(da fpri.org)

Se tutto ciò che accade, pur nella sua grande drammaticità, insegna sempre qualcosa, una cosa che questo virus ci ha insegnato è che siamo tutti, sempre, nella stessa barca. Che lo vogliamo o no, che i nostri orientamenti politici siano di destra o di sinistra, populisti o socialisti, nessuno di noi è immune dalle conseguenze dei destini altrui anche di quanti vivono all’altro capo del pianeta. Questo sembra ovvio dal punto di vista ambientale. I processi di deforestazione in Amazzonia e altrove, e una accelerata urbanizzazione alterano equilibri naturali con effetti che colpiscono non solo indirettamente ma anche, come stiamo vedendo, molto direttamente sulla nostra salute, per esempio favorendo la diffusione del virus o accrescendone gli effetti deleteri.

Quanti vivono una vita agiata dovrebbero chiedersi (oggi più che mai), se effettivamente valga la pena diventare un po’ più ricchi (acquistando poi beni spesso inutili) o se invece non sia meglio aver più tempo per noi e per gli altri. Se è ricco uno che ha cose rare, la risposta oggi ce la siamo già data: oltre una certa soglia non sono più i soldi ad essere rari ma il tempo. Essere ricchi non significa solo avere soldi ma, sempre di più, avere tempo.

Nella sua tragicità (per noi umani, in fondo, lui fa semplicemente l’unica cosa che sa fare, replicarsi, trovando il modo migliore), il virus ci dà un’occasione di capire che questo modello di sviluppo danneggia sia l’ambiente sociale che l’ambiente naturale, creando povertà e inquinamento che insieme producono condizioni favorevoli al diffondersi di malattie infettive (Covid-19, esiste un legame con il clima; The Wuhan Coronavirus, Climate Change, and Future Epidemics). Sostenendo una economia fondata sull’iper-capitalismo, in altre parole, stiamo aiutando il virus nel suo unico intento: sopravvivere a spese nostre!

In questo senso, e solo in questo senso, si può dire che ‘siamo in guerra’. Il nemico è una forma di vita antica (circa 3 miliardi di anni) rispetto alla quale noi siamo dei meri ‘giovincelli’ (solo 3/400 mila anni). Su questo piano, per noi non c’è scampo. Noi però abbiamo qualcosa che lui non ha: il cervello, uno strumento molto potente che, se usato bene, può darci un vantaggio decisivo contro la sua grande capacità di sopravvivere a nostre spese, per esempio, come spesso ripetuto in queste settimane, evitando il più possibile contatti con altre persone, lavandoci spesso le mani, etc.

Una concezione troppo antropocentrica del mondo conduce all’errore fatale di pensare che la sopravvivenza della nostra specie dipenda da una specie di diritto acquisito. Nonostante il divario di vetustà, questo ‘nemico’ possiamo vincerlo, ma solo se usiamo il cervello. Altrimenti la guerra la vince lui perché questo virus, e altre forme di vita che per noi sono patogene, abitano questo mondo da prima di noi e sanno bene come cavarsela.

In Italia, come ormai anche in Finlandia, siamo in molti a casa. Guardando il paesaggio dalla finestra, d’un tratto ci rendiamo conto che la natura non ha bisogno di noi e che il virus in una prospettiva evolutiva, non è cattivo. Semplicemente non ha scelta. Noi invece la scelta e gli strumenti per cambiare quello che non va ce li abbiamo. Ma come diceva Einstein, la mente è come un paracadute: funziona solo se lo apri.

Dario Colussi è consulente finanziario a Trento

(Foto del titolo da Savonsanomat.fi)