Debito pubblico in Italia e Finlandia. Molte differenze

In Italia come in Finlandia il ruolo dello stato in ambito economico si ispira a criteri keynesiani. Gli esiti di queste politiche, tuttavia, sono molto diversi. I problemi dell’Italia sono dovuti soprattutto a particolari condizioni legate alla qualità della sua leadership, condizionata a volte da corruzione e sprechi. Ma diciamo qualcosa su come funziona il sistema economico nazionale e cosa distingua la prospettiva keynesiana dalla teoria economica classica.

Come tutti sanno il reddito nazionale è la somma di tutti i redditi realizzati all’interno di una nazione ed equivale, in estrema sintesi al più noto PIL nella contabilità pubblica. Il reddito nazionale può essere consumato e/o risparmiato. Il consumo è la parte del reddito che viene scambiato per ottenere bene e servizi. Il risparmio invece è quella parte di reddito che non viene consumato e consiste nella differenza fra reddito e consumo.

In pratica, in un sistema economico ci si basa su domanda e offerta. Semplificando un po’, e a prescindere dall’estero, il reddito nazionale lordo è il valore totale dei beni e dei servizi finali prodotti da un Paese, o da questi tre “attori”: lo Stato, le famiglie e le imprese. Ogni attore recita la sua parte: le imprese cercano il profitto attraverso la produzione e vendita di beni e servizi richiesti e consumati dalle famiglie e da altre imprese. Gli investimenti necessari alle imprese per migliorare la produttività (qualità e quantità dei prodotti in rapporto ai costi) vengono finanziati dalle banche che, per questa funzione, usano i risparmi delle famiglie. Le famiglie, a loro volta, possono consumare e risparmiare grazie al reddito che ricevono dalle imprese come salario per la manodopera. Lo Stato riscuote le imposte sia dalle Famiglie che dalle imprese e redistribuisce queste risorse a vantaggio del bene pubblico, ad esempio per fare strade, collegamenti internet, stipendi degli insegnanti pubblici etc. Ricordare che lo Stato siamo noi sarà banale ma è bene non dimenticarlo.

Secondo la Teoria classica, detta anche del “laissez-faire”, lo Stato non deve intervenire nel sistema economico e non deve occuparsi di economia in quanto il sistema economico si mantiene in equilibrio efficiente da solo, ri-equilibrandosi se necessario, senza interventi pubblici. Nei termini della teoria classica, quindi, imprese e famiglie sono gli attori principali del sistema economico che mantengono il sistema stesso in equilibrio attraverso comportamenti perfettamente razionali. 

La teoria keynesiana, invece, sostiene che un sistema economico non si ri-equilibra da solo e lasciar fare solo a imprese e famiglie rischia di peggiorare le cose. Soprattutto nelle fasi di crisi, l’intervento dello stato attraverso la spesa pubblica e altre politiche aiuta l’economia privata e serve a rilanciare consumi, investimenti e occupazione. Sia l’Italia che la Finlandia adottano politiche economiche di stampo keynesiano, ovvero basate sull’idea che lo stato debba svolgere un ruolo attivo nel sistema economico nazionale e che questo ruolo è particolarmente importante nelle fasi di crisi per compensare l’irrazionalità del comportamento degli altri attori economici che, spinti da paura, debolezza, avidità, conduce a errori di programmazione e che finirebbero per aggravare le conseguenze della crisi. Come vedremo fra poco, però, le differenze riguardano il rapporto tra risparmio e investimenti, la politica dell’occupazione e la politica fiscale.

Numeri e qualche riflessione

  Finlandia (Fonte)   Italia (Fonte)  
Disoccupazione (al febbraio 2020) 6,9%  (Tilastukeskus)   9,7%  (Istat)
PIL 2017 2,8%(Tilastukeskus)   1,7% (Istat)
pil 2018 2,4%(Tilastukeskus)   0,8%  (Istat)
pil 2019 0,8%(Tilastukeskus)   0,3%(Istat)
Rapporto debito/Pil    2019            61%(Tilastukeskus)   132% ( Index Mundi9
Rapporto deficit/pil   2019  0,5% (La Repubblica)      1,6%  (La Repubblica, 2.3.20)
Patrimonio medio totale 2019 (Studi Credit Swiss)       183.124 euro 234.139 euro
Pil procapite (FMI) 2017 44.500 euro 38.200 euro
Pil procapite (FMI) 2018 49.738 euro 34.321 euro

Possiamo aggiungere che quanto alla sicurezza la Finlandia è uno dei Paesi più sicuri al mondo e che l’imposizione fiscale rispetto all’Italia è inferiore di 5/6 punti percentuali.

E’ utile osservare i dati di Italia e Finlandia perché forniscono risultati diversi pur in presenza di una spesa pubblica e di un forte Stato sociale in entrambi Paesi.

Ministro delle Finanze Katri Kulmuni e Christine Lagarde

Italia e Finlandia hanno certamente in comune una concezione prevalentemente Keynesiana del ruolo dello stato e non vi è dubbio che lo Stato sia un attore influente del sistema economico. Tenendo presente che i numeri rispecchiano solo in parte la situazione, basta comunque una occhiata per capire che la Finlandia è messa meglio dell’Italia. In Finlandia il reddito pro-capite è alto, il debito pubblico è tenuto sotto controllo, i servizi sono di buona qualità e la disoccupazione è inferiore alla nostra.

In Italia, invece, il debito pubblico è sempre stato molto alto e spesso più alto del PIL. Diversamente che in Finlandia, da noi il debito pubblico è cresciuto dal 1860 ad oggi (con 4 grandi fasi di rialzo) senza che questo portasse ad una crescita del PIL o dell’occupazione (salvo che in pochissimi momenti storici come il dopoguerra). Più recentemente, negli anni 80-90, all’aumento davvero folle del debito pubblico non ha corrisposto che un minimo rialzo del Pil e un ancora meno significativo miglioramento nei servizi pubblici essenziali. In certi casi, si potrebbe addirittura dire che questi servizi siano peggiorati! Inoltre, in moltissimi periodi non ne è derivato un aumento significativo dell’occupazione.

Tra le cause di mancato sviluppo indicate da Keynes quella della gestione del risparmio credo spieghi abbastanza i problemi del sistema economico italiano. L’Italia ha una notevole ricchezza complessiva fra immobili e settore finanziario di circa 10 mila miliardi di euro ed un debito pubblico (pre-virus) di circa 2.400 miliardi. Non vi è dubbio che in Italia si risparmia perché, come si usa dire, “non si mai”. Questa apparente parsimonia tradisce in realtà una grande insicurezza e sfiducia verso lo Stato che, per altri aspetti, non è priva di fondamenti. E qui il primo problema : se si risparmia troppo si consuma meno , ma minor domanda di beni significa minor produzione e minor produzione significa maggiore disoccupazione ed ancora più disoccupati significa più cittadini senza reddito e dinuovo depressione dei consumi.

Ma il giro vizioso non finisce purtroppo qui: perché in Italia questi grandi risparmi non trovano troppo spesso, nemmeno un loro impiego in investimenti produttivi ed a volte comunque nemmeno in investimenti, rimanendo moneta: scarsi investimenti delle imprese contribuiscono all’impoverimento futuro dell’Italia.

Osservando ora il debito pubblico italiano, constatiamo che un cattivo impiego delle risorse pubbliche  per esempio impiegate per gran parte per la spesa corrente e poco e male per investimenti produttivi (Strade, reti, miglioramento dell’istruzione per esempio) crea ulteriore indebitamento e ci impoverisce come Paese: La spesa corrente sono stipendi dei dipendenti pubblici, pensioni, sussidi, ma anche interessi passivi sul debito pubblico , se spendiamo troppo per l’ordinario (ovviamente importante) non abbiamo più risorse da spendere per gli investimenti , ma sono proprio gli investimenti fatti bene che produrranno risorse future per il Paese , risorse che fra l’altro contribuiranno a diminuire tale debito pubblico : se uno Stato spende tanto per pagare gli interessi sul debito pubblico, per esempio, non è la stessa cosa dire che  spende in investimenti produttivi per il futuro!

Ecco perché dunque alcuni dei precetti chiave della teoria keynesiana in Finlandia ed Italia producono risultati così diversi.

Uno Stato che gestisca bene le necessità dei suoi cittadini libera un sacco di risorse: la manovra sul debito funziona, crea ricchezza ed il cerchio si chiude col ripagarsi del debito o comunque evitando che tale debito aumenti sempre e basta. In Finlandia ci si fida dallo Stato e lo Stato ben ripaga questa fiducia, provando, fra l’altro, che Keynes aveva ragione. Il caso dell’Italia non prova che Keynes si sbagliava, ma che è la qualità dell’intervento dello Stato nel produrre spesa pubblica che fa la differenza: lo stato deve operare con buon senso e capacità evitando sperperi inutili altrimenti il rischio è accumulare debito senza crescere e poterlo ripagare, come sta accadendo da noi in Italia.

In Italia, le imposte sono di due tipi: il primo tipo sono le tasse. Il secondo tipo come osservò con grande lucidità Ernesto Rossi in “I Padroni del vapore” sono gli sprechi: la cattiva finanza pubblica che indirizza risorse in modo distorto e spesso corrotto. Molti cittadini sono disposti a pagare le tasse perché comprendono a cosa servono: infrastrutture, strade, ospedali, contributi allo studio, scuole pubbliche e tanto altro. Chi pensa che le tasse – non gli sprechi – siano di ostacolo alla ricchezza commette un grave errore di politica economica. I ricchi che pensano di fare il proprio interesse sostenendo le forze politiche che vogliono abbassare le tasse commettono un grave errore perché le imposte servono al benessere di tutti ed anche chi è ricco ha bisogno di servizi e infrastrutture (strade, assistenza sanitaria, educazione, sicurezza, internet etc.) di qualità.

Per esempio, oggi in Italia rischiamo di perdere un sistema sanitario pubblico che il mondo ci invidia perché non riusciamo più a trovare le risorse per mantenerlo. La cosa è grave non perché la sanità privata sia ‘cattiva’ ma perché il ruolo delle aziende private nel sistema economico è quello di fare utili, non di fare politica economica o redistribuire le risorse.

L’economia è una dimensione troppo importante della nostra vita per lasciarla completamente in mano al ‘mercato’. Al giorno d’oggi, in altri termini, nessuno crede veramente che lo stato possa farsi da parte. Nei fatti, se non nelle parole, la partecipazione dello stato al sistema economico è ritenuta da tutti necessaria perché una buona politica economica pubblica libera risorse per tutti, ricchi e poveri, contribuendo così alla ricchezza del paese.

Se lo stato però è un cattivo gestore, i privati si convincono che la teoria classica è la più convincente quando suggerisce di fare a meno dello stato. L’errore qui è duplice. Per un verso di pensare che basti aumentare la spesa pubblica per perseguire politiche keynesiane, e per un altro che queste politiche mirino a limitare la libertà individuale. Se la spesa pubblica è mirata e tempestiva, la presenza dello stato non limita l’iniziativa privata anzi la stimola.

Se poi si guarda ai casi dell’Italia e della Finlandia, vi sono tantissimi elementi importanti da tener d’occhio per capire perché l’intervento dello stato in entrambi i casi abbia dato esiti tanto diversi. A mio avviso, tuttavia, il più importante è la coesione sociale o, per dirla più semplicemente, la consapevolezza che lo Stato siamo noi. In Finlandia la cosa sembra naturale. Da noi invece no e la gente, non fidandosi dello Stato, preferisce far da sé.

Inoltre, troppo spesso in Italia spesso il risparmio non viene investito per infrastrutture e sente la mancanza di capitale umano e capacità imprenditoriale vera. Se per ‘ricchezza’ intendiamo la condizione di chi ha la possibilità di vivere bene, le dimensioni del conto in banca sono meno importanti della qualità dei servizi. In Italia bisognerebbe comprendessimo ciò che disse un giorno Keynes:

La sola cosa che fa aumentare la ricchezza effettiva del mondo è l’investimento effettivo […] Quando la gente chiede più risparmi ciò che dovrebbe fare è chiedere più investimenti. Gli uomini diventano ricchi non per i loro risparmi, ma perché hanno più ferrovie, strade e investimenti simili. Non c’è altro modo per diventare ricchi (J.M. Keynes, Risparmio e investimento).

In Italia le attività economiche sono regolate da una montagna di leggi e norme che non tuttavia non si traducono in meno corruzione o in comportamenti ‘virtuosi’ da parte dello Stato. Il confronto che ho proposto tra Italia e Finlandia dimostra, a mio avviso, che ciò che conta veramente non sono i modelli di economia ma il senso dello stato sia tra i cittadini che, evidentemente, tra i membri della classe politica.

I precetti del modello keynesiano, per quanto validi o meno, devono essere applicati da persone ed è la qualità delle persone che, nel nostro caso, fa la differenza. Altri modelli possono essere utilmente applicati purché chi li applica abbia a cuore il benessere dei cittadini e sia dotato di una certa dose di buon senso. Poiché in definitiva, ciò che conta di più non sono solo i modelli di ‘buona economia’, ma il senso dello Stato e la voglia di far bene è proprio secondo l’idea, ovvia ma troppo spesso data per scontata, che sono le persone a fare gli Stati. In tempi di crisi come i nostri, poi, è più facile capire quanto sia fondamentale la coesione sociale, da un lato, e la corretta programmazione dall’altro, per evitare errori che potrebbero avere effetti molto deleteri per le future generazioni.