Liberi in gabbia. Due ballerini italiani all’Opera di Helsinki

Due ragazzi italiani, due ballerini che si ritrovano a lavorare a Helsinki, nel corpo di ballo dell’Opera nazionale. Carolina Cortesi, ventitré anni, nata a Forlì, e Edoardo Pavoni, ventenne, di Recanati. Sabina Morandi mi ha suggerito di intervistarli, e mi ha fatto vedere un loro video, in cui interagiscono tra loro, con lo spazio libero e una parete a specchio. Sono due millennial, due italiani che partono dalla provincia, che hanno più o meno vent’anni ma già diverse esperienze di studio e di lavoro in giro per l’Europa. Sono belli, e trasmettono un’immagine di libertà, la danza come poche arti comunica questa sensazione. Però viviamo un periodo di restrizioni legate alla pandemia, vedendoli nel video ho pensato a due passeri in gabbia, così mi sono domandato: come vivono due giovani, da poco arrivati in un Paese così diverso, questa condizione coatta? E la danza, può essere un aiuto, o una sofferenza in più? Alle mie domande, hanno voluto dare ciascuno la sua risposta: un duetto, con variazioni interessanti.

Da dove venite prima di iniziare la vostra collaborazione con l’Opera nazionale finlandese? Venire a Helsinki è stato un caso, o è stato un vostro progetto realizzato?

E. – Sono nato e cresciuto in un piccolo paesino nel comune di Recanati, nelle Marche, poi a 13 anni ho fatto un’audizione all’Accademia del Teatro alla Scala di MIlano, dove ho studiato per i successivi tre anni. Durante questo periodo ho capito che desideravo continuare il mio percorso di studi all’estero e ho deciso, pertanto di trasferirmi a Londra dove mi sono diplomato all’English National Ballet School lo scorso luglio. Carolina, invece, ha studiato alla Rambert School, una scuola di Londra prevalentemente orientata verso la danza contemporanea; ci siamo conosciuti solo quando abbiamo iniziato a lavorare qui ad Helsinki.

C. –  Un mix!! Prima di trasferirmi ad Helsinki lavoravo nel teatro di Plzen, Repubblica Ceca come ballerina solista. Ero serena e soddisfatta di come la mia carriera stesse procedendo, ma dentro di me sentivo che volevo spingermi oltre, scoprire di più e sfidare me stessa in nuovi contesti.  Questa irrequietezza unita alla mia ammirazione e curiosità verso i paesi scandinavi mi portarono a fare un’audizione al Finnish National Ballet ed è qui che io ed Edo ci siamo incontrati.

Che sensazioni avete provato in Finlandia? Che aria avete respirato, vivendo qui? Sorpresi, e da cosa?

E. –  Non mi sentivo pronto a questo cambiamento quando arriva qui in Finlandia a luglio; e forse per questo ho impiegato più tempo di quanto mi aspettassi ad adattarmi a questo nuovo posto; essendo abituato alla frenesia di città come Milano e Londra, ho dovuto rallentare i miei ritmi per riuscire ad apprezzare la calma che caratterizza l’atmosfera ed ambiente finlandese. Nelle ultime settimane, inoltre, ho potuto constatare come la stagione estiva trasformi completamente Helsinki; il paesaggio urbano, che d’inverno tende a rimanere grigio e buio, inizia a riflettere la luce del sole ed è stato interessante osservare come questo abbia avuto un effetto positivo e tangibile sulla mia percezione della città facendo emergere la caratteristica “meteoropatica” squisitamente italiana. Ho notato anche una maggiore attenzione verso il rispetto dell’ambiente.

C. –  Una memoria vivida che ho del mio arrivo in Finlandia è il momento in cui sono scesa dall’aereo ed ho immediatamente percepito la differenza nella qualità dell’aria. Qui, infatti, ho percepito un alto livello di consapevolezza ed interesse nel trovare il giusto equilibrio tra sviluppo e rispetto per la natura. Purtroppo non ho ancora avuto il tempo di esplorare altre città, ma amo il fatto che Helsinki pur essendo cosi all’avanguardia con lo sviluppo tecnologico e industriale mantenga il rispetto nei confronti della natura. Molte sono le volte che una bella camminata nella foresta mi ha aiutato a scaricare lo stress accumulato. Sono certa che questo fattore contribuisca sostanzialmente all’alto benessere e qualità della vita della Finlandia, che sono classificati tra i piú felici e soddisfatti del mondo. Ancora prima di interessarmi alla compagnia del Finnish National Ballet, avevo iniziato a seguire con ammirazione lo sviluppo dei paesi nordici poiché come persona, mi rivedo molto nei principi e valori che caratterizzano queste culture e che mi affascinano.  A differenza degli altri paesi in cui ho vissuto, qui a Helsinki ho provato un forte senso di sicurezza come donna. Quando mi capitava di essere fuori da sola in zone poco frequentate, soprattutto di notte, ci sono state occasioni in cui non mi sentivo pienamente sicura. Quando gli spettacoli finiscono tardi, infatti, devo tornare a casa da sola, ma qui in Finlandia non ho mai percepito questo senso di insicurezza.

Cosa avete capito del suo mondo musicale, cosa avete trovato di diverso dalle vostre esperienze precedenti?

E.-  Avendo completato la mia formazione da ballerino da poco, è solo qui in Finlandia che ho compiuto il rito di passaggio da studente a professionista, che mi sta dando l’opportunità di mettere in pratica tutto ciò che ho imparato a scuola e, contemporaneamente, implementare le mie prime esperienze sul palco. Da quello che ho percepito negli ultimi mesi, mi sembra di vedere che, probabilmente anche a causa della sua posizione geografica, la Finlandia tenda a rimanere meno esposta ad influenze esterne. Come centri culturali ed artistici di primo piano, Milano e ancor più Londra, invece, offrono una vastissima gamma di opportunità lavorative e quindi richiamano costantemente artisti di ogni genere e provenienti da tutto il mondo.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale, il nostro teatro qui vanta un repertorio vasto con ospiti di alto calibro, cosa che permette a noi ballerini di rimanere alla ribalta sul piano internazionale e, allo stesso tempo, di crescere da un punto di vista individuale e professionale. Penso, dunque, che questa esperienza sia estremamente preziosa per arricchire il mio bagaglio artistico in questa fase della mia carriera.

C. A differenza della mia precedente esperienza in Repubblica Ceca, dove la compagnia era composta da relativamente pochi ballerini, il Finnish National Ballet è una compagnia decisamente piú numerosa che viene supportata fortemente dal governo e incoraggiata da un pubblico amante dell’arte. Ciò mi ha fatto riflettere su come la stabilità economica del settore artistico possa permettere agli artisti di portare avanti il proprio sviluppo con tranquillità. Arrivare in questo paese è stata una dolce sorpresa. Infatti, sono passata dal lavorare in un contesto modesto e con molte comodità ad uno dei paesi più avanzati tecnologicamente, socialmente e politicamente, con una stabilità organizzativa invidiata dalla maggior parte dei paesi europei. Questi tratti base si riflettono anche sul settore artistico, di frequente il primo ad essere trascurato e soffrire in mancanza di risorse. 

C’è una musica, balletto o altro, che qui avete scoperto, e vi ha interessati? Per quali motivi?

E. –  Il balletto che ho trovato più interessante in questa mia prima stagione è stato ‘Il Concerto’ di Jerome Robbins, pezzo in chiave semi-comica e parte di un triple bill andato in scena ad ottobre. Nonostante fosse principalmente composto da passi di danza classica, la coreografia imponeva il dover relazionarsi in prima persona con il pubblico, che spesso si lasciava andare a delle spontanee risate. E proprio questo approccio con il pubblico e il percepire il loro stato d’animo e le loro emozioni è stato per me una fonte di motivazione ed inspirazione.

Aldilà di questa esperienza, che trovo mi abbia particolarmente arricchito, penso che ogni tipo di musica o di balletto, sia classico che contemporaneo, rappresenti in sé un pezzo d’arte e risulterebbe alquanto riduttivo definire un genere d’arte migliore rispetto ad un’altra. Sono, anzi, certo che ognuna abbia a suo modo qualcosa da offrire, purché il fruitore riesca a comprenderla ed apprezzarla.

C. – Una delle prime esperienze che mi hanno arricchito artisticamente qui in Finlandia è stato visitare la galleria d’arte Amos Rex. Quando mi recai ad Helsinki per fare l’audizione per la compagnia di balletto, ebbi l’opportunità di trovare questa esposizione di lavori degli artisti Ralph Nauta e Lonneke Gordijn, in arte Studio Drift. Questo gruppo di artisti combina i fenomeni e le proprietà nascoste della natura con l’uso della tecnologia per imparare dai meccanismi sottostanti della Terra e ristabilire la nostra connessione con essa. Venni ammaliata dalle loro installazioni, non tanto per la loro originalità ma per la chiarezza del loro messaggio. È in momenti come questi che riconosco più lucidamente cosa rappresenta per me l’arte. Pura onesta comunicazione di un valore o idea in cui si crede in toto.

L’epoca delle limitazioni fa soffrire la gente in tutto il mondo, costringendo a vivere tra quattro mura. Ma dei ballerini lo fanno spesso, per lavoro, nei teatri. E allora, vi siete sentiti “a casa”, in questi mesi…?

E. – A differenza di altri ballerini in giro per il mondo, noi siamo fortunati perché il teatro ha organizzato dei turni per permetterci di usare le strutture e rimanere nella forma fisica e mentale giusta. In queste ultime settimane ho avuto modo di comprendere quanto sia primario il ruolo della nostra comunità e dei nostri colleghi per riuscire e crescere come individui; anche se noi ballerini vediamo il teatro come un punto di riferimento, fare classi ed allenarsi da soli ha un’energia completamente diversa da quella che si percepisce quando invece si lavora in gruppo. Inoltre, una delle nostre principali fonti di motivazione e di crescita scaturisce dall’emozione di esibirsi per il pubblico e, non essendo per ora possibile a causa delle restrizioni, è stato sicuramente più difficile mantenere una mente positiva ed energica.

Sono certo, però, che in futuro, voltandoci indietro, saremo fieri di aver scoperto nuove qualità sia come individui che come professionisti. Anche noi infatti abbiamo adattato il nostro lavoro alla modalità dello ‘smart working’ con tappeti di danza nei nostri salotti di casa e seguendo lezioni e seminari su Zoom. Anche se inevitabilmente sento di aver perso parte della mia forma fisica, sono felice di aver ritrovato degli insegnanti avuti in passato e di aver dedicato del tempo anche ad altri aspetti relativi alla danza attraverso delle classi proposte online, come il pilates e le lezioni di movimento Gaga.

Devo essere sincero: in queste settimane, ho capito che, nonostante il mio lavoro avvenga principalmente all’interno del teatro, la reclusione forzata di questo particolare momento ha fatto sì che trovassi la mia “casa” dentro di me, nella mia passione, impegno e professione, piuttosto che nel luogo fisico.

C. – Noi ballerini dell’opera finlandese siamo stati molto fortunati perché ci è stato garantito il permesso di accedere agli spazi del teatro. Questo ci ha permesso di continuare ad allenarci e lavorare sul mantenimento, se non perfezionamento, della nostra tecnica e creatività. Tuttavia, devo riconoscere che noi abbiamo rappresentato un’eccezione nel mondo della danza in quanto la maggior parte dei teatri in giro per il mondo sono stati costretti a chiudere le porte al proprio personale per rispettare le restrizioni imposte dal governo, ma in alcuni casi, purtroppo, anche a causa di mancanza di fondi. Durante questi mesi di “quarantena”, abbiamo avuto la fortuna di accedere a delle strutture sottoposte a trattamenti igienico-sanitari regolarmente. Anche noi ballerini siamo stati incoraggiati a fare uso di disinfettanti a base di alcol ogni qualvolta uno spazio comune venga utilizzato, sia esso lo studio di danza, ma anche la palestra o altre attrezzature, per aiutare nella gestione della pulizia. Ogni giorno l’opera finlandese viene pulita e igienizzata dal personale addetto. Da tali gesti, si può facilmente riconoscere il forte senso di comunità e collaborazione che caratterizza questo popolo.

Anche se in una posizione privilegiata, non oserei dire di essermi sentita a casa. Condividere valori ed emozioni con il pubblico è una delle principali fonti di motivazione ed inspirazioni per noi ballerini. Mi sentirei dunque di dire che il palco sia il posto al quale appartengo. Nonostante gli spettacoli siano momentaneamente sospesi per tutelare la salute delle persone, grazie al progresso tecnologico abbiamo avuto l’opportunità di esplorare metodi innovativi per virtualizzare e garantire l’esperienza del teatro anche in periodi difficili. In tale modo, la danza si adatta ai tempi ed al contesto in cui viviamo, quindi non si ferma completamente, ma si impara a convivere con le nuove circostanze.

Il balletto è un’arte di sintesi, combina diverse discipline, ma con la musica condivide il suo sviluppo nel tempo. In questo senso può essere una forma di educazione, per conviverci, per farlo proprio. Per gente che vive reclusa, in che misura può essere una scuola? Di cosa?

E. –  Ognuno di noi possiede un ritmo interno scandito dal nostro battito cardiaco e si muove ogni volta che si compie un’azione. Ritmo e movimento rappresentano dei tratti fondamentali, sebbene spesso inconsci, della nostra esistenza e il bisogno di sviluppare questi due sensi diventa immediatamente più chiaro. Ancora prima di sintetizzare un linguaggio raffinato e la scrittura, infatti, l’uomo aveva già creato degli strumenti per riprodurre suoni e danze di gruppo che potessero offrire occasioni di raduno sociale e sviluppo della comunità (1). Penso che questo semplice processo dica molto in merito a come la musica e la danza abbiano contribuito al benessere della società anche da un punto di vista evolutivo. Tra i molteplici studi odierni, alcuni suggeriscono che la danza associata alla musica abbia degli effetti positivi sulla salute fisica e mentale delle persone, stimolando lo sviluppo di abilità collegate alla risoluzione di problemi, orientamento e coordinazione (2). L’arte più in generale, poi, assiste nella formazione di un pensiero critico. Per le persone anziane e in particolar modo per coloro che soffrono di ridotta attività motoria e malattia di Parkinson, musica e danza sembrano attivare le reti motorie che facilitano il movimento (3). La lista va avanti.

C. –  Negli ultimi anni, la danza e la musica hanno iniziato ad essere prese in considerazione come campi di ricerca in molteplici ambiti. Per la tesi finale del mio corso alla Rambert School, ho personalmente avuto modo di verificare che la danza può essere utilizzata come supporto al trattamento psicoterapico e psicofarmacologico per pazienti con disturbi mentali e come terapia di mantenimento nella prevenzione di possibili ricadute. Nonostante la ricerca in questo campo sia ancora alle prime armi, è stato riconosciuto che la danza ha un grande effetto terapeutico per via dei suoi diversi aspetti: quello artistico, come forma di terapia; quello fisiologico e fisico, legato ai benefici che l’essere attivi produce per il corpo e la mente; quelli psicologici e sociali a causa della grande capacità di aggregazione che la danza ha. Una ballerina e pioniera della danza moderna dalla quale sono ispirata, Anna Halprin, ritiene che la danza abbia un potere curativo che può essere sperimentato solo quando c’è un totale abbandono ad essa. 

Per lavoro, sarete probabilmente costretti a cambiare paesi e culture. È un aspetto che alla vostra età può entusiasmare. È così? Qualche preoccupazione per il futuro?

E. – Penso che la maggior parte di noi sia accomunata dalla voglia di esplorare e conoscere nuovi posti. Aver avuto la possibilità di essere immerso in realtà così diverse tra loro mi ha sicuramente arricchito come persona e aperto a nuovi orizzonti come artista. Ho sicuramente imparato a conoscere e tollerare modi di pensare diversi dal mio, con la consapevolezza che tutto è essenziale per l’esperienza e la crescita di ogni individuo. Nonostante ciò, credo che quando si decida di modellare la propria vita sulla carriera e su questi continui cambiamenti, non si tratti più di una semplice curiosità di conoscere l’altro, ma diventi inevitabile il bisogno di ambientarsi nei paesi in cui si stabilisce la propria vita. Si affrontano momenti difficili e, specialmente quando si è così giovani e non si è ancora pienamente formati come persone, può a volte essere destabilizzante dover cambiare cultura e adattare le proprie abitudini e modi di pensare in periodi di tempo molto brevi; quando si intraprende questo tipo di professione, però, questo è un aspetto da tenere in conto. Sono una persona audace e impavida che è alla constante ricerca di situazioni scomode e sfide che mi stimolino a crescere; insomma ho sempre voluto la ‘bicicletta’ e mi piace pedalare! Probabilmente, ad un certo punto, questo cambierà e le mie priorità si sposteranno verso altro, ma per il momento questo è il mio percorso che, con le sue soddisfazioni e imperfezioni, non cambierei per nulla al mondo.

C. – Adoro viaggiare e ritrovarmi in situazioni nuove perché mi piace mettermi alla prova, mettermi in discussione, imparare nuovi schemi mentali e conoscere diversi stili di vita attraverso le persone che incontro. Tuttavia, la mia preoccupazione più grande riguardante il mio status nomade è di realizzare un giorno di aver sprecato tempo ed energie a rincorrere qualcosa che avevo già e di non averlo notato, non aver dato il giusto tempo ed essermelo fatto scappare. La nostra carriera, però, è caratterizzata da decisioni difficili e il dover lasciare la propria famiglia per rincorrere i propri sogni fa parte di questo. Personalmente, ho sempre fatto fatica con i trasferimenti. Quando partii per la prima volta verso Londra, mi ritrovai in un paese che non conoscevo con una lingua diversa dalla mia. Poco alla volta, mi abituai alla situazione e trovai modi che mi permisero di affrontare gli ostacoli piú facilmente, nonostante la distanza. Devo riconoscere, però, che questi cambiamenti mi hanno permesso di capire se la strada che stessi prendendo fosse giusta per me e di mettere alla prova la percezione di me stessa, il mio modo di pensare, la mia visione degli altri e dell’ambiente circostante. Andarsene via di casa vuol dire anche mettere a rischio i propri rapporti con le persone. Bisogna essere pronti ad accettare che, mentre alcuni rimarranno intatti, altri si perderanno con il tempo. Questa parte amara della nostra carriera non è sempre facile da affrontare, ma per questo bisogna esserne coscienti ed accettarla. 

Libertà e disciplina. In molte arti, sono condizioni necessarie. Quanto spazio di libertà avete nella vostra attività, e come si manifesta?

E. – Ho sempre sostenuto che la ricerca di equilibrio tra libertà e disciplina fosse un processo continuo. Per me, essere disciplinati nella mia professione significa imparare a motivarsi anche quando non lo si è, sviluppare la resilienza per superare gli ostacoli, collaborare nel rispetto delle diverse opinioni. Personalmente, però, ho sempre voluto sfidare lo status quo e capire il perché di ciò che facciamo e ciò che ci viene insegnato: non mi posso accontentare di subire passivamente ciò che succede intorno a me semplicemente perché “è sempre stato così”. La società e noi con essa siamo in continuo cambiamento e penso che, sebbene i principi etici e morali rimangano gli stessi, le modalità e i modi debbano essere adattati, tenendo in considerazione il mondo in cui viviamo oggi. Se tutto rimane com’è e non c’è libertà di scoprire nuove alternative, rimarremo bloccati dove siamo. Dal mio punto di vista, sfidare concetti predeterminati e renderli rilevanti al contesto in cui si vive, vuol dire in sé trovare libertà; quando si prepara uno spettacolo, per esempio, ogni ballerino deve imparare la propria parte e rispettare dei conti e delle posizioni per fare in modo che il risultato sia in linea con ciò che si vuole riprodurre: occorre, dunque, disciplina.

Dentro questa ‘cornice’, però, spetta ad ogni artista trovare il proprio modo di esprimersi in maniera del tutto personale e creativa, in questo universo deve sviluppare la propria capacità di interpretare il personaggio e recitarlo, deve migliorare la sensibilità individuale che riguarda la musica o semplicemente la percezione del proprio corpo. Trovandomi all’inizio del mio percorso professionale, in questo prima fase è stato interessante constatare come si possa essere creativi anche in piccoli ruoli ed iniziare a sperimentare e giocare con poco la libertà sul palco.

C. – Fortunatamente la maggior parte di noi nasce libero e ha nelle mani la propria vita.  Non mi piace parlare di liberta e disciplina come contrastanti, queste due parole sono più legate di ciò che si immagini. Quando compio un’azione, parto sempre dal presupposto di voler agire per amore e rispetto verso gli altri. Facendo cosí, spero di essere capace di seguire una mia etica personale che non nuoccia agli altri. 

Rimango consapevole del fatto che il percorso verso la realizzazione dei miei obiettivi ed aspettative non andrà mai esattamente come pianificato. È nei momenti più difficili che sfodero il mio asso nella manica: la disciplina. Percepisco la disciplina come un metodo per raggiungere la mia libertà. Nel momento in cui non mi rendo conto di non poter conseguire la libertà che mi rende l’individuo e l’artista che sono, capisco di essere arrivata al capolinea di un’esperienza e di dover prepararmi ad imbarcarne una nuova.

(1) Michel, D. (2014). Homo Sapiens Musicus, or Why Humans Make Music. https://www.audicus.com/homo-sapiens-musicus-or-why-humans-make-music-2/ (Accessed: 29.05.2020)

(2) Poikonen, H. (2017). A dancer’s brain develops in a unique way. University of Helsinki. https://www.helsinki.fi/en/news/health/a-dancers-brain-develops-in-a-unique-way (Accessed: 28.05.2020)

(3) Craig, C. & Bieńkiewicz, M. M. N. (2016). Sound, Music and Movement in Parkinson’s Disease. Frontiers in Neurology & Frontiers in Neuroscience & Frontiers in Psychology.

National Dance Education Organization (2020). Philosophy Underlying the Standards for Dance in Early Childhood. https://www.ndeo.org/content.aspx?page_id=22&club_id=893257&module_id=55419 (Accessed: 29.05.2020)

Il video coi due ballerini visibile su YouTube

Martedì 2 giugno, su iniziativa del Circolo degli Italiani in Finlandia, Danila Blasi , Giovanna Velardi e Valentina Iaia hanno realizzato un incontro sulla danza, con la partecipazione di Edoardo Pavoni e Carolina Cortesi. L’incontro è stato visibile dalle ore 19 su Facebook