Per la giornata della fiaba “C’era una volta o forse non c’era” di Elek Benedek

Esce per l'editore Vocifuoriscena una raccolta di fiabe del grande scrittore ungherese

Il 30 settembre ricorre l’anniversario della nascita di Elek Benedek, scrittore, traduttore, giornalista ed etnografo ungherese, che ha dedicato la vita alla raccolta delle fiabe popolari da lui definite «tesori dell’anima del popolo ungherese». Dal 2005, su iniziativa della Magyar Olvasástársaság (“Società ungherese di lettura”), il 30 settembre è divenuta, proprio in onore di Benedek, la giornata della fiaba popolare.
 
Elek Benedek era nato il 30 settembre 1859 a Kisbacon, paesino della Transilvania passato alla Romania in seguito al trattato di Trianon (1920). Benedek è ricordato soprattutto per la sua monumentale opera intitolata Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), pubblicata nel 1896 in occasione del Millennium, ovvero l’anniversario dei mille anni dall’arrivo degli ungheresi nel bacino dei Carpazi.

Per la sua intensa attività di raccolta e scrittura di fiabe popolari, Benedek viene ancora oggi ricordato come il nagy mesemondó, il grande narratore di fiabe. A lui è intestato l’Istituto di pedagogia dell’università di Sopron. In italiano di Elek Benedek abbiamo solo una antica traduzione, un testo antologico intitolato Le bestie raccontano, Editrice Genio Milano 1934, in cui l’autore compare come Alessio Benedek.

Oggi abbiamo la possibilità di conoscere meglio questo scrittore e il mondo delle fiabe del suo Paese grazie a un volume appena pubblicato che presenta in traduzione italiana quattordici fiabe popolari con testo ungherese a fronte.  Il testo, tradotto e curato da Elisa Zanchetta, si intitola C’era una volta o forse non c’era. Dice la studiosa nella sua Presentazione del volume, non a torto, che “a prima vista gli ungheresi sembrano possedere un patrimonio mitologico assai scarso se paragonato a quello di voguli e ostiachi”. Vero, se pensiamo al repertorio delle fiabe storicamente registrato. Ma non possiamo dimenticare il contributo degli ungheresi alla creazione di tanti miti della modernità, non solo in campo letterario (mi viene in mente Gyula Krúdy) ma anche in quello del folklore musicale, miti che, per la loro natura profondamente onirica, abbiamo imparato da Gianpiero Cavaglià a considerare “miraggi”. Figure come Bartók, per fare solo un nome, hanno insegnato come si può innovare partendo dallo studio della tradizione.

L’editore del libro di Benedek, a noi già noto per la pubblicazione di testi del mondo finnico, è Vocifuoriscena, che presenta il volume nella collana Bifröst.  Tempo fa sulla Rondine abbiamo intervistato il suo direttore Dario Giansanti. Qui, col suo permesso, pubblichiamo di seguito una parte della Presentazione del volume di Elisa Zanchetta.

Presentazione

C’era una volta o forse non c’era… è un titolo significativo per la presente raccolta, in quanto mira a un duplice obiettivo: da un lato proiettare immediatamente il lettore nella realtà altra in cui sono ambientate le fiabe ungheresi, dall’altro sensibilizzarlo alla formularità che le contraddistingue. Le fiabe proposte si svolgeranno, infatti, al di là dell’Óperenciás-tenger (“mare Óperencia”), abisso acqueo che potrebbe segnare il confine tra il mondo intermedio e l’aldilà; oppure al di qua o al di là di sette volte sette paesi, espressione contenente il riferimento al magico numero sette che, assieme ai suoi multipli, ricorre con insistenza nelle fiabe: sette dì e sette notti dura la scalata dell’égig érő fa (“albero che tocca il cielo”), sette sono le teste dello sárkány… oppure al di là degli Üveghegyek (“monti di vetro”) che si collocano sul bordo del mondo nel punto in cui la volta celeste è così bassa da impedire ai raggi solari di penetrare e da costringere le rondini a bere l’acqua in ginocchio. La formularità delle fiabe popolari ungheresi si discosta da quella che il lettore incontra approcciandosi ad altre narrazioni popolari europee: si tratta di formule riscontrabili nella tradizione caucasica e potrebbero pertanto essere considerate un retaggio culturale che gli antenati degli ungheresi portarono con sé durante la loro migrazione verso occidente.

Il sottotitolo Fiabe cosmologiche ungheresi chiarisce subito qual è il fil rouge che connette le quattordici fiabe selezionate, ovvero proporre al lettore italiano, sia esso uno specialista oppure un semplice appassionato, una carrellata di figure e luoghi della mitologia magiara. A prima vista gli ungheresi sembrano possedere un patrimonio mitologico assai scarso se paragonato a quello di voguli e ostiachi, popoli che, come l’ungherese, appartengono al supposto ramo linguistico ugrico. Il presente lavoro prende avvio dalla definizione di mitologia fornita dall’etnologo Hoppál Mihály, secondo cui la mitologia è quell’insieme di nozioni che possono essere ricostruite a partire dai canti popolari, dagli incantesimi e dalle fiabe: risulta quindi chiara l’importanza fondamentale che queste ultime acquisiscono per delineare la mitologia magiara. Nella traduzione tutti i termini riferiti alle figure e ai luoghi mitologici sono mantenuti in lingua originale, opportunamente tradotti e approfonditi nel saggio di apertura e nel glossario finale.

Il volume si apre con una fiaba che riprende una delle leggende relative all’origine di magiari e unni, condotti nella palude Meotide da un csodaszarvas, ovvero da un cervo meraviglioso, che nell’arte popolare sembra incarnare l’albero cosmico, in quanto raffigurato con corna simili a rami frondosi e con il corpo dritto e slanciato come il fusto di un albero che tocca il cielo.

Segue poi una carrellata di fiabe in cui vengono presentate le figure femminili della mitologia magiara, ovvero le tündérek, le fate, descritte sia come creature malevoli, sia benigne. Il lettore s’imbatterà dapprima nella vasorrú bába, la vecchia dal naso di ferro, «brutta come la disgrazia», come ben descritto nell’omonima fiaba. Vladimir Propp considera questa figura una versione magiara della baba jaga russa, ma potrebbe essere equiparata anche ai feticci utilizzati dai popoli ugrici per riconciliarsi con gli spiriti dei defunti: si trattava infatti di ceppi lignei conficcati nel suolo e ricoperti da uno strato di metallo per impedire che il sangue e la carne, con cui venivano spalmati, li facesse imputridire; il naso, invece, era sempre rappresentato da un chiodo.

Le tündérek, ovvero le fate propriamente dette, vengono descritte come fanciulle «così abbaglianti che il sole lo si sarebbe potuto guardare, ma non loro», dai capelli dorati lunghi fino alle caviglie, abbigliate con vesti dorate e dotate della capacità di metamorfosarsi: facendo una capriola esse sono in grado di trasformarsi in colombe bianche oppure in cigni e in questa forma discendono sulla terra dove incontrano l’eroe di cui si invaghiscono. L’incontro avviene spesso sotto un melo oppure un pero carichi di frutti dorati, per poi proseguire nel Tündérország, il paese delle fate, dove flora e fauna sono dorate, nei corsi d’acqua guizzano pesci dorati, ci sono vasche dorate piene di latte in cui la tündérkirályné, ovvero la regina delle tündérek, fa quotidianamente il bagno. Talvolta l’eroe deve giungere autonomamente nel Tündérország dove la fata, in preda alla rabbia, è fuggita in seguito alla violazione di un divieto che aveva imposto all’amato: si tratta di un topos narrativo che richiama alla mente i racconti melusiniani.

Il Paese delle fate dista, tuttavia, «più del cielo dalla terra», quindi l’eroe viene solitamente aiutato in quest’impresa da un griffmadár, un grifone che, trasportando i sacchi di farina alla regina delle tündérek, riesce ad accompagnarlo a destinazione.

Benedek Elek. C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020, pp. 398.