Sui sentieri del Kalevala

Chiunque sia interessato alla cultura nordica, non può non aver subito in qualche misura il fascino del Kalevala. Per quanto mi riguarda, si tratta di una fascino nutrito anche di interessi e studi sviluppati nel tempo.

Il mio primo incontro diretto con l’epos nazionale finlandese risale alla mia prima lezione di letteratura finnica all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, allorché l’insegnate, la compianta Eeva Uotila Arcelli, lesse a noi studenti l’incipit del primo runo, per darci un’idea della “musicalità” di questa lingua, che alcuni definiscono l’Italiano del Nord, proprio per questa sua (supposta?) armoniosità linguistica.

Devo dire che durante gli studi, e per la verità anche successivamente, il materiale del Kalevala mi fu sempre presentato come qualcosa di autentico e preesistente che, per nostra fortuna, Elias Lönnrot era riuscito a raccogliere direttamente dalla bocca dei cantori durante i suoi viaggi di ricerca nella Carelia dell’Arcangelo. L’influenza di questo approccio è tuttora ben visibile, tranne encomiabili eccezioni, anche nelle varie presentazioni dell’opera, soprattutto in traduzione.

Fu soltanto verso la fine degli anni 1980 che iniziai a dubitare di tanta veridicità, quando ebbi la fortuna di leggere gli scritti e frequentare a Londra le lezioni del professor Michael Branch, il quale presentava il Kalevala per quello che è: una compilazione di sicuro effetto ma a tratti abbastanza confusa e raffazzonata di canti più o meno autentici, con integrazioni, a volte anche esasperate, volte a trovare un filo di collegamento tra le varie “storie” e il cui compito principale era quello di creare l’epopea mitologico-nazionale della quale i Finlandesi avevano assolutamente bisogno, nello spirito dell’epoca, per creare un’identità nazionale.

L’immagine del medico Lönnrot, bisaccia al collo in viaggio per la Carelia, era di un romanticismo disarmante e ne rimasi talmente colpito che mi ripromisi di visitare quei luoghi, nella fattispecie quelli che vengono definiti i villaggi della poesia (runokylät), non appena ne avessi avuto l’opportunità, in modo da tentare anch’io di ascoltare qualcosa di realmente (?) autentico. Da allora ho avuto modo, fortunatamente, di visitare varie volte la Carelia della Dvina e ascoltarne i canti popolari.

L’occasione, però, che mi ha lasciato il ricordo più vivo è sicuramente quella del mio primo viaggio nel 1999, escursione che suggellò la conclusione della conferenza internazionale sul Kalevala, organizzata dalla Suomalainen kirjallisuuden seura per celebrare l’anniversario della pubblicazione della versione completa dell’opera.

Decisi di tenere un diario di viaggio di questa escursione (17-22 giugno 1999), ed è a quegli appunti che mi rifarò per descrivere brevemente questa mia prima avventura sulle tracce delle fonti del grande epos. Non scenderò nei particolari dei luoghi visitati, perché è possibile trovare maggiori informazioni (come anche delle vere chicche, ad esempio delle registrazioni originali) online al seguente indirizzo, in finlandese, oppure anche qui, in inglese, ma mi limiterò soltanto a segnalare le cose e gli avvenimenti per me più interessanti.


Lönnrot a Kajaani (Foto M. Oittinen)

Partiti da Helsinki e dopo una notte di viaggio in treno, arrivammo a Kajaani, la città dove Lönnrot lavorò come medico e che usò come punto di appoggio per i suoi viaggi in Carelia.  Le tracce della presenza del medico-raccoglitore sono tuttora giustamente evidenti, a cominciare dai nomi kalevaliani delle vie e da varie statue che lo ricordano, anche se la casa dove era solito alloggiare aveva ceduto il posto ai grandi magazzini Anttila. Ad aspettarci trovammo l’autobus che ci avrebbe portato in Carelia. La nostra visita era guidata da Markku e Sirpa Nieminen, che si sono prodigati negli anni nel processo di rivitalizzazione delle storiche aree kaleval-careliane.

Fondazione Juminkeko (wildtaiga.fi)

La prima tappa fu nella vicina Kuhmo, dove potemmo ammirare la costruzione in legno (appena terminata) dell’edificio che ospita la fondazione Juminkeko (maggiori particolari su questa fondazione e sulla sua importanza nel tenere viva la cultura kalevaliana –  così come una spiegazione del possibile significato della misteriosa parola Juminkeko – si possono trovare su questo sito.)

Markku Nieminen chiese ad alcuni di noi di registrare la lettura nella nostra lingua di un breve passo del Kalevala per l’archivio della Fondazione e subito dopo partimmo per la vera meta di questo viaggio; ci avvisarono che il percorso sarebbe stato piuttosto accidentato, e di questo ne avemmo presto prova, poco dopo aver superato il confine russo.  All’epoca la segnaletica era praticamente inesistente, e il percorso da “grande avventura” (tipo Camel Trophy): spesso dovevamo scendere dall’autobus per permettere al veicolo di superare affossamenti profondi o ponticelli a zattera (tronchi di legno legati tra loro con grosse funi). Tutti i componenti della spedizione ammiravano la verginità dei boschi, la copiosa presenza di naava (barba di bosco), il fatto che alcune zone non fossero mai state violate dal piede umano; come spesso mi accade, soprattutto qui in Finlandia, mi trovai in minoranza, principalmente a causa della mia incurabile incapacità di apprezzare la natura e le sue bellezze; per me piuttosto pericoli – ad esempio, il fatto che nessun essere umano abbia mai messo piede in una determinata area è per me una ragione di più per non praticarla. (Oggi, ovviamente, è tutta un’altra cosa. Anzi, per gli italiani che volessero visitare la regione, segnaliamo la presenza di una guida italiana, Giulia Santelli, proprio nel centro culturale dedicato alla Carelia e al Kalevala.)

Arrivati a Ponkalahti, anche il più titubante dei componenti della spedizione decise di scendere dall’autobus per ammirare l’albero magico del famoso saggio (tietäjä) Tšinkki-Riiko, ed i più coraggiosi osarono persino tentare di abbracciarne il tronco enorme, per trarre forza dalla sua natura.

Io fui l’unico a resistere la tentazione, memore della famosa frase di Robert G. Ingersoll, “In nature there are neither rewards nor punishments; there are consequences”, che si rivelò, una volta di più profondamente didascalica: i miei avventurosi compagni di viaggio tornarono con volti ed arti martoriati da punture di zanzara, anche se (beati loro) visibilmente soddisfatti per quella esperienza rinvigorente.

Arrivammo, quindi, a Vuokkiniemi,  uno dei villaggi storicamente più importanti dal punto di vista della tradizione orale, in particolar modo per quel che riguarda i canti popolari sul matrimonio e soprattutto perché è qui che Lönnrot raccolse l’unico canto che fa esplicita menzione del nome “Kalevala”. Nei collegamenti segnalati precedentemente, troverete le descrizioni delle principali attrazioni culturali e naturali del luogo, che eviterò qui di sottolineare. Preferisco invece parlare del nostro incontro con la leggenda vivente dei cantori popolari kareliani, Santra Remsujeva. Dotata di un’ottima memoria, che le consentiva di memorizzare un repertorio particolarmente vasto di canti e storie, ha lasciato numerose ore di registrazione che confermano questa sua abilità (sempre in uno dei collegamenti precedenti, è possibile ascoltarla recitare un canto e una favola). Qui un profilo di Santra Remsujeva nel ricordo di chi l’ha conosciuta.

Era dotata – ne parlo al passato in quanto scomparsa nel 2010 – di una forte presenza scenica e il suo racconto, che verteva su un gatto misterioso, lasciò una forte impressione in molti di noi. Ci fu anche subito chiara la sua abitudine a recitare in pubblico, e la centralità della sua posizione nella stanza che ci ospitava non era soltanto legata al posto che occupava. Il racconto in questione, così come un canto eziologico che cantalenò, ci vennero poi spiegati con maggiori particolari dal direttore dell’archivio della SKS, Pekka Laaksonen, al quale, tra l’altro, va anche il merito di aver documentato in video, nei primi anni 1990, i vari cantori e i loro luoghi di origine.

Il nostro “campo  base” fu poi fissato nel villaggio di Venehjärvi, che viene unanimemente considerato uno dei più pittoreschi e “selvaggi” della zona, ed è famoso soprattutto per la presenza di orsi; in una delle case che ci ospitarono, infatti, faceva bella mostra sulla parete una pelle d’orso, e ci fu fatto notare dalla nostra guida che sarebbe stato meglio non farne menzione in presenza della padrona di casa, Nina Lesonen, in quanto era stata proprio lei ad uccidere l’animale, e il ricordo di quell’episodio continuava ad atterrirla.

Venehjärvi (elamysmatkailu.fi)

A riva contai quattro belle costruzioni in legno abitabili e tre saune, una addirittura a fumo (quelle che vengono chiamate “bagni neri”, come ci informò Markku Nieminen, aggiungendo che quelle a vapore sono invece i “bagni bianchi”). Alcuni componenti del gruppo sembrarono sorprendersi per il contrasto tra quell’area selvaggia e il telefono (probabilmente satellitare) del padrone di casa, Santeri Lesonen; a me, invece, la cosa non sconcertava affatto, in primo luogo perché gli oggetti tecnologici mi danno una sensazione di sicurezza, a maggior ragione in un’area relativamente vergine come quella, e poi perché ricordo il senso di disagio che provavo quando abitavo a Praga e, nel periodo immediatamente post-comunista, i visitatori si lamentavano di come la città avesse perso quella patina socialista e d’oltre cortina (come se avesse dovuto rimanere “in gabbia”, ancorata al passato per preservare la propria bellezza), mentre io che ci abitavo ne ero più che felice.

Di quel luogo ricordo ancora la serata da cartolina: due pescatori che tornava a riva con delle ceste semivuote e la luce persistente che toccava la superficie d’acqua, dorando le sponde.

Degli altri siti visitati, le mie note sono piuttosto scarne (per citarne alcune: alberi, uffa che barba, ha ha; chiesa in legno – ma ricostruita; cimitero; statua di Miihkali Perttunen – forse copia? – figlio del famosissimo Arhippa), e di sicuro troverete molto di più nei collegamenti precedenti. L’ultima nota del viaggio, invece, è incorniciata con punti esclamativi; si tratta, in effetti, dell’esperienza di maggior impatto emotivo di quella spedizione, tra l’altro dovuta ad un incontro decisamente casuale.

Prima della partenza, andammo sulla riva del lago per ammirare le saune costruite in stretta prossimità dell’acqua; dopo aver camminato per un po’, intravedemmo una donna bassina, la quale fazzoletto in testa raccoglieva qualcosa dai prati. Una delle folcloriste presenti la riconobbe; era Pikku-Muarie Lisanen, una delle migliori cantatrici di Vuokkiniemi, anche lei ampiamente documentata. La invitarono a seguirci fino all’autobus e lei, dopo molte insistenze, accettò. Markku Nieminen ci spiegò che gli antenati di Pikku-Muarie avevano cantato per Lönnrot e che lei conservava ancora un astuccio di legno appartenuto al medico-raccoglitore. Iniziò a cantare le sue sofferenze in metro kalevaliano (la sua famiglia era stata deportata in Siberia, come molti altri abitanti della zona), e fu stupefacente vedere come anche studiosi avvezzi ad ascoltare storie cantate potessero commuoversi nel sentire la sua fragile voce, e accennare un sorriso timido ogni volta che Pikku-Muarie scandiva la fine di ogni canto sospirando un breve ed incisivo “loppu” (fine). Markku Nieminen mi informa che è venuta a mancare a 87 anni, non molto dopo quel nostro incontro.  Tra i vari cantori che ho avuto modo di ascoltare, Pikku-Muarie è quella che ricordo con maggior piacere e riconoscenza, presumo a causa del senso di genuinità che trapelava dalle sue storie.

Le mie brevi note finiscono qui e, come forse è evidente, erano più che altro un pretesto per far conoscere (soprattutto attraverso i collegamenti segnalati) le aree careliane di poesia popolare, come anche sottolineare l’importanza di canti e cantori nel processo di rivitalizzazione di quella regione. Il materiale che raccolsi, incentrato soprattutto sugli incantesimi, farà parte di una pubblicazione di materiale careliano alla quale lavoro da tempo. E per dimostrare l’attualità della tradizione popolare, nella fattispecie proprio degli incantesimi, un ultimo rimando; andate su questo sito e troverete le formule magiche da recitare in caso di emergenze proprie della vita moderna, ad esempio se non trovate un posto per parcheggiare; attaccate con “Oi sie Pekka parkkipoika…”, qualcosa succederà.

Foto Franco Figari

(Per le immagini riprodotte, siamo pronti a far fronte alle richieste di diritti)

Nato nel 1964, traduce testi letterari, prevalentemente poesia, dal finlandese, dal ceco e dall'inglese. Vincitore del premio nazionale per la traduzione letteraria del 2004 conferito dal Ministro della Cultura Finlandese.