La vendetta di Juho Vesainen

In edizione italiana un romanzo storico di Santeri Ivalo

Nello scrigno dei classici della letteratura finlandese vi sono opere immotivatamente dimenticate anche in patria che, silenziosamente, tornano alla luce grazie alla traduzione. È il caso di Juho Vesainen (1923), romanzo storico di Santeri Ivalo (Sodankylä 1866 – Helsinki 1937) che, con Kustaa Wilkuna, ha inaugurato un genere destinato a raggiungere la popolarità del pubblico e le più alte vette espressive con i libri di Mika Waltari. Si tratta della ricostruzione delle vicende di Pekka Vesainen, contadino di Ylikiiminki e voivatta, condottiero rusticano che, all’indomani della guerra russo-svedese (1590-1595), in un Nord finlandese flagellato dai saccheggi degli ostrobotnici e dei careliani della Dvina, longae manus delle rispettive corone, decide di intraprendere con le sue armate una spedizione per radere al suolo il monastero ortodosso di Petsamo sul Mare Artico, fulcro poco spirituale dell’egemonia commerciale russa nel Settentrione. Il compito di interrompere la spirale dell’odio e delle guerre è riservato alle donne ma ciò che rimane nella coscienza delle generazioni è la tragedia di un popolo tagliato in due da un confine, uno dei grandi temi della letteratura finlandese descritto nel ciclo kalevaliano di Kullervo e nella vicenda del padre Kalervo e dello zio Untamo, nati dalla stessa madre e divisi alla nascita.

Proponiamo ai lettori de La Rondine il primo capitolo del romanzo nell’edizione italiana dell’editore Vocifuoriscena.

“La vendetta di Juho Vesainen”

di Santeri Ivalo

Capitolo primo

Il cavallo galoppava spedito sulla piana imbiancata, gli zoccoli scricchiolavano sulla superficie liscia, a tratti il ghiaccio sembrava urlare sotto il peso degli zoccoli. Le folate della prima neve levavano strati sottili squarciati dal passaggio della slitta, che ora scivolava come una barca in acque quiete, ora strideva acuta e forsennata sui pattini di ferro.

Il vento soffiava gelido dal Golfo di Botnia. Il corsiero era coperto di brina fitta; la coda e la criniera ondeggiavano biancheggianti, il fiato dalle narici formava una lunga scia di vapore. L’uomo alle redini era vestito d’una spessa pelliccia di volpe, il collo lanoso; della donna seduta al suo fianco non si vedevano che due dolci occhi azzurri, un naso delicato e le gote arrossate sotto la coltre di stoffe e pelli. Lui teneva le redini con la mano destra (non pareva avesse bisogno di spronare il cavallo); con la sinistra cingeva la vita di lei, un poco piegato sul suo fianco. Il giovane aveva uno sguardo fiero, schietto; il volto della fanciulla, l’aria pacata, esprimeva solo gioia e felicità: rivolgeva parole serie e scherzose al silenzioso compagno di viaggio.

˗ Non sembri preoccupata di sapere in quale tugurio ti sto portando, disse lui guardandola tra il tenero e il beffardo.

˗ Che motivo avrei … A Vesala ci sono capanne nuove e belle: il padrone di casa è al mio fianco.

˗ Se ti avessero mentito? Una sauna malconcia e quattro stalle: come ci si troverà la figlia dei grandi Torvinen?

La donna alzò la testa tra le coperte, guardò il burlone con occhi grandi e rise:

˗ Tra poco lo vedremo.

˗ Dove sono gli altri? Non li vedo. Buon sauro, fermati: aspettiamoli. 

A Kemi Juho Vesainen aveva appena sposato una discendente dell’antica e ricca stirpe dei Torvinen: la portava alla sua magione, non lontano dal villaggio di Kiiminki. Durate due giorni, le sontuose nozze si erano tenute nella magione dei Torvinen: l’anziano patriarca rappresentava l’antica e prospera nobiltà rurale dei pirkkalaiset, il cui onore difendeva con la dignità dei tempi andati. Il giorno prima il padre di Juho, la sorella Helinä e il fratello Tapani (la madre era morta) erano tornati a Ii per preparare il loro benvenuto ai giovani sposi e alla novella padrona di casa; il resto del corteo nuziale era in viaggio dietro di loro. Il giorno dell’Epifania erano partiti alle prime ore del mattino dalla foce del Kemijoki; il sole ancora non si era liberato dal lungo buio dell’inverno; in marcia lungo il ghiaccio liscio, erano alla metà del viaggio.

Juho e Anni non si erano curati di controllare che gli altri li stessero seguendo. Attesero un istante e si rimisero in marcia. Poco a poco aumentava il chiarore del sole invernale; tenui e timidi, i raggi di luce fecero capolino appena sopra l’orizzonte; guizzarono freddi e lontani, come filtrati attraverso una stoffa leggera, illuminando la distesa sconfinata e i mille cristalli che allagavano il sottile strato di neve. A Sud si scorgeva una linea scura, la piatta costa di Ii, quieta e severa. Il flebile bagliore dell’alba non riusciva a scaldare la natura ghiacciata e irrigidita ma, come per incanto, la luce sembrava mitigare la furia gelida del vento marino, rendendo amiche le isole prigioniere della calaverna. 

˗ Guarda laggiù! Esclamò la donna dopo un attimo di silenzio. Mi sembra di vedere un fumo oltre la costa.

˗ … Forse è solo bruma.

˗ E se fossero case che bruciano, un’incursione del nemico, com’è accaduto anni fa …

˗ Nessun timore! Non s’arrischiano a raggiungere la costa. Da tempo stanno buoni, soprattutto dopo che, l’altro inverno, sulle rive dell’Oulujärvi, abbiamo dato loro benservito.

Juho la rassicurò; per il resto del viaggio chiacchierarono amabilmente. Ma quella colonna di fumo che si alzava da Sud-Est dietro la selva innevata era sempre davanti a loro. Cos’è? Solo il fumo dei comignoli? Si spande da una vasta fetta di bosco. Laggiù dovrebbe esserci Kiiminki. Il demonio ha messo di nuovo la Carelia sul sentiero di guerra? L’altro inverno sembrava tutto tranquillo. Quelle canaglie oserebbero saccheggiare la costa?

Per decenni non si sono spinti più in là dei villaggi nell’entroterra. Presso le acque dell’Oulujärvi, nel penultimo decennio del XVI secolo, si era combattuto quasi tutti gli anni; la primavera passata (1588) i conterranei, partiti dalla foce dell’Oulujoki per la pesca al luccio, furono vittime di un agguato. Vesainen aveva sentito dire che, presso il Mar Bianco, per tutta l’estate fino all’autunno, fervevano grandi lavori, tra cui la fortificazione del monastero di Solovki. Erano partiti per la caccia d’inverno?

Rifletteva avanzando sul ghiaccio; più si avvicinava alla foce del Kiiminginjoki, più si faceva serio e turbato. Non era il fumo dei focolari, lo sapeva; tentò di capire di cosa si trattasse. In prossimità della foce, fermò il corsiero ansante e si alzò sulla slitta con fare inquieto.

˗ Aspettiamo gli altri, disse alla giovinetta. ˗ Meglio procedere insieme.

Furono raggiunti dal resto del corteo che, nel frattempo, aveva accelerato il passo. Dieci cavalli si fermarono, uno dopo l’altro, sbuffando dopo la lunga galoppata; gli uomini scesero dalle slitte lasciando a bordo le donne al caldo delle pelli. La barba folta, scarpe di pelo di renna finemente bordate, il rosso berretto lappone dalle quattro punte, sessanta inverni non avevano piegato il corpo vigoroso di Torvinen. Il figlio Lauri, forte ma più minuto, lasciò le briglie alla madre e raggiunse gli altri. Si fece avanti un uomo alto e snello, i movimenti gentili, indosso una fine pelliccia di procione e una cintura ornata con seta di Germania. Era il giovane Hannu da Liminka, discendente di Krankka, una ricca stirpe della Lapponia Meridionale. Invitato alle sontuose nozze con la madre e la sorella, non certo soltanto per il lignaggio, era il migliore compagno d’arme di Juho. Gli uomini di Ii e d’altri villaggi erano radunati attorno a una slitta sulla quale sedeva Henrikki, il vecchio pastore di Kemi, e Pietari, il cappellano.

Negli occhi di tutti vi era la stessa inquietudine, sulle labbra la medesima domanda:

˗ Cos’è quel fumo che si alza sopra il villaggio?

Il fuoco appiccato dal nemico: molti ne erano convinti; discussero sul da farsi. Gli sguardi turbati, erano incapaci di prendere una decisione, finché Vesainen e il vecchio Torvinen ordinarono di avanzare con coraggio per salvare il salvabile, costi quel che costi.

Una decina di uomini risalirono il fiume con tre cavalli; le donne rimasero alla foce, ospiti nelle capanne di Haukipudas. Giunti al meandro dal quale si scorgevano le prime case di Kiiminki, videro bruciare le case lungo il fiume; alcune erano avvolte dalle fiamme, altre solo macerie fumanti. Il fuoco divampava implacabile su entrambe le sponde e più in là, fino al ciglio della foresta; la luce ardente tingeva di rosso il paesaggio innevato. L’incendio aveva preso interi casali mentre, altrove, bruciava solo la capanna, i fienili e i granai accanto ancora in piedi, cupi sotto il manto di neve. Quanto agli abitanti, non c’era un’anima: qualcuno avrebbe potuto pensare che fossero stati loro stessi ad appiccare il fuoco, prima di abbandonare il villaggio.

Gli uomini procedettero lungo il letto del fiume, fermarono i cavalli poco più a monte e, attoniti, assistettero a quello spettacolo di distruzione. In piedi sulla slitta, Juho fissava la riva sinistra, dove sorgeva la sua dimora. Le fiamme stavano inghiottendo la grande capanna appena costruita per la sua giovane sposa. Era l’edificio più grande del villaggio: prima di partire, lo aveva ammirato stagliarsi maestoso sopra la sponda, lindo, ammantato di chiarore. Le lingue di fuoco leccavano avidamente le sue bianche pareti, il tetto era già crollato e le finestre vomitavano volute ardenti. Juho non parlò, non mosse ciglio: una nube tenebrosa si era addensata sulla gioia che, un attimo prima, pervadeva il suo viso. Le pieghe della bocca si fecero gravi, taglienti. Afferrò le briglie, spronò energicamente il cavallo e galoppò verso la sua dimora.

Sulla ripa gli corse incontro il fratello Tapani, sedici anni, tornato il giorno prima con il padre e la madre. Lo sguardo terrorizzato, la voce tremula, il giovane gridò:

˗ Juho, corri nella vecchia capanna! Nostro padre sta morendo.

˗ I predoni sono ancora nel villaggio?

˗ No, gli ultimi se ne sono appena andati.

La piccola, antica dimora di Vesala sorgeva ancora accanto al bosco. Juho si precipitò senza guardarsi attorno. Sul letto in fondo alla stanza giaceva il padre, pallido e privo di sensi, una ferita profonda attraversava il collo fino al petto. Sebbene medicato, l’uomo era ormai quasi dissanguato. Quando Juho si avvicinò al capezzale, tentò faticosamente di aprire gli occhi. Con grande sforzo, alzò il braccio verso il figlio e sussurro con voce stentata:

˗ Figlio mio … vendicami …

Sospirò esangue, il petto sfregiato ansimava gravemente. Il corpo sussultò due volte, il volto fu attraversato da una smorfia di dolore. Poi i muscoli persero tensione e, in un istante, lo spirito abbandonò la sua sede.

Juho si guardò attorno: vide donne in ogni angolo della stanza; sconvolte dalla vista del saccheggio, non riuscire a piangere, e solo ora che il nemico se n’era andato le lacrime scorrevano sulle loro guance. Juho coprì il volto del padre con il lenzuolo e uscì per domandare cosa fosse successo.

La sera prima, la vigilia dell’Epifania, proprio all’ora della sauna, era apparso dal niente un manipolo di careliani della Viena, loro antichi rivali. Il vecchio padre di Vesala era nella sauna con i figli quando, dalle case a monte, avevano udito un frastuono, uomini in fuga oltre la corte. Colte di sorpresa, donne e ancelle erano rimaste paralizzate. Nessuno era in grado di muovere un dito. Il padrone di casa aveva aperto rapidamente i cancelli e fatto uscire le bestie, mandandole verso il bosco, dove ancora si trovavano. Precipitatosi nella sala, aveva preso le armi, l’archibugio, e tentato di proteggere ciò che poteva. Corso alle case vicine, aveva chiamato a raccolta gli uomini presso il bosco sulla riva sinistra per affrontare il nemico, il cui numero nessuno ancora conosceva.

Troppo tardi. Come uno sciame di calabroni, i banditi si dividevano per attaccare ogni casa. La sera non avevano bruciato che un paio di capanne; prima le saccheggiavano, puntando le lance contro gli abitanti perché consegnassero loro ciò che avevano, cibo e oggetti preziosi. Il primo che opponeva resistenza veniva trafitto all’istante. Avevano mangiato e si erano abbuffati fino a notte, per gli sventurati la più terribile della loro vita. Alcuni avevano cercato rifugio tra i pini, nel gelo della foresta tenebrosa, altri si erano nascosti dove capitava, in un angolo della cantina o sotto il tetto d’un fienile.

A Vesala il trambusto era durato molte ore: il nemico aveva fatto della nuova casa di Juho il proprio quartier generale, ammassando il ricco bottino raccolto. Ordinato di portare la birra preparata per il Natale, tra un boccale e l’altro avevano fatto turni di guardia, mentre gli altri dormivano distesi sul pavimento. Erano comandati da due capibanda: uno, di nome Kuisma, raccoglieva avidamente ila merce passando da una casa all’altra coi sui uomini; l’altro, Ahma, sembrava poco interessato a rubare e a distruggere, ma quando si trattava di muovere la truppa o di combattere, era in prima linea. Gli altri contavano il malloppo, mentre lui sembrava volersi godere solo il cibo e le bevande di casa. Per i finni della Botnia erano vecchie conoscenze: più di una volta, a caccia nel cuore della foresta, si erano affrontato l’uno contro l’altro. Per la prima volta, ricevevano la loro visita a casa.

Non erano molti: settanta o ottanta uomini. Ma, disarmati e colti di sorpresa, gli abitanti di Kiiminki non erano riusciti ad opporre resistenza. Chi non era riuscito a scappare veniva ucciso o fatto prigioniero. La notte, mentre tutti dormivano, il padrone di Vesala, costretto a fare loro da oste, era sgattaiolato fuori per recarsi al bosco e cercare gli altri, mandando avanti il figlio Tapani. Ma prima che fosse riuscito ad allontanarsi dalla corte, Ahma si era accorto della fuga e, corsogli dietro, lo aveva scaraventato nella sala legandolo ben bene.

Le pance ancora piene delle leccornie natalizie, dopo avere riposato, i careliani si preparavano a partire con il loro ricco carico. Accertatisi che nelle case non c’era più niente da prendere, avevano appiccato il fuoco. In breve tempo le fiamme avevano illuminato il crepuscolo dell’alba. Vesala fu data alle fiamme per ultima.

Usciti uno ad uno dai loro nascondigli, i sopravvissuti erano talmente scossi che non trovavano le parole per parlare. Scuro in volto, Juho guardava cadere a terra una trave annerita della sua casa. ˗ Doveva succedere proprio quando ero via. Avessi potuto affrontare quei cani bastardi … pensò. Strinse i pungi, lo sguardo si fece viepiù feroce. Sussultando, si voltò verso le donne e domandò:

˗ Dov’è Helinä?

Nessuno lo sapeva. Non la vedevano dalla sera prima: nel bosco non era assieme agli altri. Non ne sapevano niente neanche quelli rimasti prigionieri nella casa e sopravvissuti all’incendio. Si guardavano tra loro; nessuno aveva idea di dove si trovasse la giovinetta di Vesala.

˗ Dov’è mia sorella? Gridò Juho correndo a cercarla. Guardò nella sauna, nelle stalle, nel fienile, gridò il suo nome, chiese invano a tutti. Fu colto un dubbio atroce: era bruciata nella capanna? L’avevano rapita? Nessuno era in grado di rispondere. Forse l’unico a sapere qualcosa era il padre, passato a miglior vita.

Mentre il corteo nuziale arrivava dalla foce, nella corte di Vesala, poco a poco, si radunò tutto il contado. Piangevano i propri cari, qualcuno aveva perso un figlio, altri un padre, un marito o una moglie. Morti o feriti, erano stati ritrovati vicini alle proprie case, mentre Helinä era sparita: lei, la più diletta della dimora, del villaggio intero, colei che aveva già conquistato il cuore di molti giovani, tra i quali Hannu Krankka, che correva intorno disperato senza decidersi se cercarla tra le macerie o mettersi all’inseguimento del nemico.

Accanto al camino della vecchia capanna trovò il nonno, nascosto tra gli stracci, sfinito e mezzo sordo.

˗ Hai visto Helinä, gli gridò nelle orecchie.

˗ Helinä … era qui, accanto al focolare … poi quella canaglia d’un gigante ci ha scaraventati tutti a terra.

˗ Questa mattina? Un uomo alto?

˗ Sì … Ecco la più bella delle fanciulle, disse. Lui ha colpito tuo padre con l’ascia.

˗ Ahma. E Helinä?

˗ L’ha presa e portata via, chissà dove …

Presso il campo della mungitura, il vecchio spiegò come, la sera prima, arrivati i careliani, Helinä si era nascosta dietro la stufa, restando accanto a lui tutta la notte sotto gli stracci. Non la trovavano: nessuno l’aveva vista, eccetto il padre. La mattina Ahma era tornato nella vecchia capanna e li aveva trovati entrambi. Al padre di Juho aveva dato due calci e lo aveva lasciato lì; la ragazza doveva interessargli di più, perché l’aveva presa con sé. Non avevano fatto altri prigionieri: erano troppo pochi per portarli oltre il confine. Legato nella capanna nuova, il vecchio Vesainen era riuscito a liberarsi e, preoccupato per Helinä, si era precipitato fuori, dirigendosi alla vecchia capanna, proprio mentre Ahma stava trascinando via sua figlia. Era corso in suo aiuto ma, estratta l’ascia, Ahma lo aveva colpito al petto, facendolo ruzzolare a terra.

Qualcuno nascosto nei paraggi lo aveva visto bardare un cavallo nella stalla accanto e raggiungere al galoppo il resto del gruppo, già oltre i campi.

˗ Dobbiamo salvarla, esclamò Hannu. ˗ Uomini, prendiamo gli sci e inseguiamoli!

˗ Dove erano diretti? Juho chiese con voce calma e determinata.

˗ A Ii.

˗ Chi vuole seguirci, prenda le armi. Partiamo!

Davanti alla dimora di Vesala vi era grande in subbuglio. Le donne piangevano, pregando i mariti di restare a casa. Incendi e saccheggi avevano già fatto abbastanza vittime. Perché cercare la morte? Lasciare ancora una volta mogli e figli incustoditi, per giunta senza un tetto sulla testa? Pronti alla partenza, si fecero silenziosi e meditabondi. Hannu era sul punti di rinunciare. Juho incitò i suoi a ritrovare il coraggio, ma una mano delicata cinse anche il suo collo e, quando si girò, la giovane moglie gli sussurrò:

˗ Mi lasci sola?

Juho voleva gridare tutta la sua ira. Un istante prima non tratteneva la felicità, mentre portava la novella sposa, giovane e bella, alla capanna nuova, per trascorrere con lei giorni di pace e serenità accanto al padre e alla sorella. Della casa restava un cumulo di cenere, il padre giaceva in un bagno di sangue e la sorella, fanciulla dolce ed amata, era stata rapita dal nemico per essere sposata con la forza o fatta schiava. Doveva lasciare la consorte, con la quale aveva trascorso a malapena due giorni, e partire per combattere e, forse, morire? Rifletté. D’un tratto gli vennero in mente le ultime parole del padre e prese una decisione.

˗ Mia adorata, lascia che vada. Tornerò, stanne certa. Devo vendicare mio padre e salvare mia sorella.

˗ Giusto, Juho, disse il vecchio Torvinen, ˗ c’è tempo per gli affetti. Dov’è il valore dei nostri uomini? Il nemico passa di villaggio in villaggio, brucia le case, uccide innocenti, e voialtri ve ne state a tergiversare? Mentre parliamo, avranno già raggiunto la foce e le prime case di Ii. Partiamo subito! Raccoglieremo altri volenterosi lungo il tragitto, e li sorprenderemo prima che spargano ancora morte e distruzione. Ho i capelli bianchi, ma con due sci e una lancia in mano, non voglio attendere un istante di più. Ho parlato a nome di tutti gli uomini di Kemi qui presenti. Quelli di Ii hanno meno fegato di noi?

Le sue parole ebbero il loro effetto: le donne tacquero e gli uomini, in silenzio, andarono a prendere gli sci e le armi; chi aveva un archibugio nascosto da qualche parte prese anche quello. Sistemarono velocemente le provviste negli zaini, affilarono le lance arrugginite e cambiarono le corde agli archi. Legarono le asce in un fascio e gli archi in un altro; ognuno aveva il suo pugnale che pendeva dalla cintura. Poco dopo, sulla corte di Vesala, trenta uomini ritti sugli sci erano pronti per seguire le orme dal nemico.

Si congedarono dalle donne e dai figli in lacrime. Juho carezzò dolcemente la sua giovane moglie, la assicurò che sarebbe tornato presto e si mise alla guida del drappello al fianco di Torvinen.

Santeri Ivalo
LA VENDETTA DI JUHO VESAINEN

Traduzione di Marcello Ganassini

Edizioni Vocifuoriscena, 2016

pp. 244.

Marcello Ganassini, ugrofinnista, traduttore di letteratura finlandese ed autore della moderna edizione filologica del "Kalevala". Responsabile per la letteratura finlandese della casa editrice Vocifuoriscena.