Finlandia e Turchia, tra Nato e politica interna

In Finlandia perplessità, dibattiti e contrarietà a soddisfare le richieste della Turchia per consentire all’accesso nella Nato sono ancora vive, e quindi è comprensibile che i politici cerchino di rassicurare l’opinione pubblica sulla fermezza delle istituzioni del Paese nel gestire i contenuti del Memorandum Trilaterale che ha sgombrato la strada all’accesso nell’alleanza atlantica.

Su questa linea si colloca l’intervento della ministra per la Giustizia Anna-Maja Henriksson che ha dichiarato che la Finlandia continuerà a seguire gli stessi accordi internazionali in materia di estradizione chiarendo come “in altre parole, il processo legale sarà esattamente lo stesso e ogni singolo caso sarà esaminato separatamente”.

I commenti della ministra sono arrivati dopo che il suo omologo turco Bekir Bozdag aveva dichiarato alla rete russa NTV che la Turchia chiederà l’estradizione di 33 sospetti terroristi dalla Finlandia e dalla Svezia, specificando che la richiesta si riferisce a 12 persone dalla Finlandia e 21 dalla Svezia, in base ai termini del Memorandum, in quanto sospettate di attività terroristiche.

In qualità di ministra della Giustizia, le questioni relative all’estradizione rientrano nelle competenze della Henriksson, la quale ha ribadito che non si può permettere a considerazioni di natura politica di avere un ruolo nel processo decisionale, facendo eco ai commenti fatti dal Presidente Sauli Niinistö sullo stesso argomento. “Se ci saranno nuove richieste di estradizione, saranno gestite nello stesso modo di prima. Rispettiamo la Convenzione sull’estradizione del Consiglio d’Europa”, ha sottolineato Henriksson, aggiungendo che negli ultimi dieci anni la Finlandia ha trattato “circa una ventina di richieste di estradizione” provenienti dalla Turchia, e che in alcuni casi la Finlandia ha accettato le richieste e in altri le ha rifiutate.

Il dibattito pubblico in Finlandia è molto acceso su quanto siano vincolanti i termini del memorandum: alcuni specialisti di politica estera considerano il documento come un accordo, mentre altri lo considerano una dichiarazione meno vincolante.

“Questo documento ha la natura di un memorandum d’intesa, non è un trattato. Ma ovviamente quello che c’è scritto è ciò che stiamo facendo”, ha detto Henriksson.

Martti Koskenniemi, foto Valtioneuvosto

Martti Koskenniemi, professore di diritto internazionale all’Università di Helsinki, ha dichiarato alla rete finlandese Yle, che il documento dovrebbe essere considerato un trattato, in quanto i termini sono stati concordati dai più alti livelli politici di ciascuno dei Paesi coinvolti. Tuttavia, il testo del documento è piuttosto vago e ambiguo, non obbliga Finlandia e Svezia a consegnare nessuno, lasciando a ciascuna parte la possibilità di dare la propria interpretazione.  

Per il commentatore politico Pekka Tiainen, l’accordo necessita di una approvazione parlamentare prima di aver valore.

Secondo Jussi Halla-aho, presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento, la Finlandia dovrebbe ora concentrarsi sui prossimi passi del processo di adesione alla Nato.

“Anche se la Finlandia e la Svezia sono state invitate ad aderire, ci sarà ancora un processo di ratifica per tutti gli Stati membri. Da questo punto di vista, per ora mi accontenterei di dire che è positivo che tutte le parti siano soddisfatte”; aggiungendo che le relazioni tra Finlandia e Turchia cambieranno nel momento in cui le due nazioni diventeranno alleate militari come partner della NATO, ed è quindi naturale che i Paesi prendano sul serio le reciproche minacce alla sicurezza, come si legge nel documento siglato a Madrid. L’iniziale opposizione della Turchia all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato era motivata dal desiderio di vedere riconosciute le proprie preoccupazioni all’interno della Nato, secondo Halla-aho. “La mia interpretazione è che la Turchia volesse visibilità su questioni che sono molto importanti per la Turchia ma che, dal punto di vista della Turchia, non sono prese abbastanza sul serio dai Paesi partner”, ha detto. In qualche modo, confermando la necessità di Erdogan  di ‘spendere’ l’accordo per motivi di politica interna turca e riconquistare una approvazione dell’elettorato turco che, nel tempo, si è andata assottigliando.