Dino Buzzati, il mago della montagna

Dino Buzzati è da annoverarsi tra i più grandi scrittori del Novecento italiano e uno dei più acuti descrittori del mondo dolomitico. E a testimonianza della sua vitalità di scrittore non mancano le riletture critiche che portano sempre nuova luce sul significato storico e letterario dello scrittore e giornalista bellunese. Per esempio, tanti sono i rimandi a Kafka, per la natura enigmatica di certi suoi scritti. Meno scontati quelli a Tolkien, ma vale la pena di considerarli, come vedremo.


Buzzati, nato nel 1906 a Belluno, scomparso a Milano nel 1972, esordisce infatti come narratore con Bàrnabo delle montagne nel 1933, ambien­tato in un anno imprecisato, ma comunque da collocarsi agli inizi del nostro secolo, scelta dovuta forse alle suggestioni mitte­leuropee cui egli si dimostra sensibile anche in altre opere, a cominciare dal suo capolavoro, Il deserto dei Tartari. Le montagne che fanno da sfondo alle vicende sono morfologicamente da riconoscersi nelle amate Dolomiti, da Buzzati salite come rocciatore di buon livello, comunque sempre con la guida e da “secondo”.

Le mon­tagne rappresentano nel romanzo il luogo del mistero, su di esse, ma sarebbe più esatto dire oltre di esse, si trovano i Bri­ganti, presenza inquietante e im­palpabile (riappariranno in seguito sub specie Tartaro­rum). Bàrnabo è un apologo del tempo, che sfioriamo senza poter fermare. Bàrnabo sceg­lie di vivere nella dimensione atempo­rale del mito. Questa atemporalità si riflette dunque nella montagna, senza nome, senza locazio­ne, senza rapporto continuo e stabile con il personaggio. Buzzati insomma sembra dare una propria de­finizione del legame intrinseco tra tempo e storia quasi in senso bergsoniano. Lo scrittore in ogni caso non vuole sottrarre il tempo a quella che è la sua obiettiva natura, cioè cronolo­gica, ma non lo priva della sua attribuzione meta­fisica. La montagna in Buzzati sovrasta le vicende, le delimita fisi­camente ma non le risolve. Era eterna all’ini­zio del roman­zo, e eter­na, cioè non salita, non vinta, non “scoperta”, resta al termine di esso.

In realtà dunque il racconto lungo di Buzzati non è un apologo della lotta tra il Bene (Bàrnabo) e il Male (i Briganti), come generalmente asserito. E’ vero che i nemici vivono al di fuori del consorzio umano (la casa dei guar­diaboschi, il villaggio, la pianura), come è vero che essi rappresentano una immanente minaccia, ma questa, come nel Deserto dei Tartari, è il segno proprio di un tempo lungo, che non arriva a una conclusione, che non ha una conclusio­ne nella nostra dimensione storico-cronologica. Il senso di disagio che infonde la presenza della montagna, qui, come altrove, è il senso del tempo che è a noi estraneo, è l’immortalità cui non avremo mai accesso.

A due anni di distanza, nel 1935, esce Il segreto del Bosco Vecchio, altro racconto lungo. La critica è ancora più sospettosa di prima, il momento storico non è peraltro tale da giustificare ai suoi occhi fughe dalla realtà. Ma ancora una volta, dobbiamo dire, non si comprese il senso profondo del messaggio buzzattiano, che anche qui si presenta come il conflitto non tra il Bene (le forze della Natura, le sue creature e i suoi amici) e il Male (il colonnello Procolo votato alla distruzione del bosco) ma come conflitto tra tempo della storia e tempo dell’eter­nità, tra l’uomo e il suo agire da una parte e lo spirito e il suo continuo essere dall’altra.

I riferimenti fatti a Kafka in rapporto a Buzzati sono noti. Meno frequenti sono invece quelli che tracciano un parallelo, del tutto casuale si intende, tra Buzzati e J.R.R. Tolkien. I due non sono da mettersi in rapporto per quanto riguarda una influenza reciproca. Per quanto ne sappiamo, Tolkien ignorò Buzzati e viceversa. Eppure costo­ro sembrano confluire verso temi comuni, e, talora, anche verso conclu­sioni comuni. Le somiglianze più superficiali riguardano aspetti iconografi­ci (ambedue amarono illustrare le proprie storie, anche con mappe, si veda ad esempio quella che introduce Bàrnabo) o personaggi (le creature del Bosco Vecchio potrebbero benis­simo essere imparentate con quelle dell’Hobbit o con Tom Bombadill) oppure le canzoni e le poesiole inseri­te nel corpo narrativo. La stessa montag­na assume del resto in Tolki­en un valore più che paesaggis­tico, come è nel Signore degli Anelli. Ma, dicevamo, c’è dell’altro. Tolkien non ha come nucleo filosofico della propria opera il conflitto tra Bene e Male. Si tratta di una reduc­tio da lui stesso, a più ripre­sa, rifiutata. Tolkien vede come nodo del dramma che si dipana nelle sue storie il problema dell’immortalità, del conflitto cioè tra tempo reale e tempo assoluto, tra storicizzazione del mito e il suo eterno fluire. E questo, appunto, come ab­biamo visto, è il filo conduttore di Buzzati.

Nel Bosco Vecchio, in cui si colloca la vicenda, questa volta datata al 1925, il bosco simboleg­gia quanto non può, non deve cambiare, quella parte della nostra eredità culturale se vogliamo, ma soprattutto del nostro spirito, che non va piegata alla attualizzazio­ne. Come racconta una delle misteriose creature che popola­no quell’angolo di mondo, il Bernardi “di età indefinibi­le”, al rappresentante della Commissione Federale e al colonnello, al tempo dei tempi il bosco era stato piantato dal brigante Giacomo. La modernità, le ruspe, lo sfruttamento economico cui è stata assogettata quella parte di foresta, non sono quindi soltanto segni di una società che si corrompe, allontanan­dosi dalla Natura. Sono l’indicazione di una rottura, di una incrinatura nell’eter­nità del mito (il bosco) e del suo scadimento dal livello spirituale a quello economico-pragmatico.

Al bosco fa da sfondo la montagna, la cui compar­sa nei racconti buzzattiani è di per sé una presenza condizionante nel senso del mitema, alla cui forza Buzzati non può sfuggire. Il simbolo vive di per sé e non soltanto come cifra inserita dal narratore. In particolare, nel Bosco Vecchio il passaggio dal reale al magico avviene proprio nei termini indicati da Todorov nella sua definizi­one del fantastico e cioè di fluttuazione tra il reale e l’irreale in relazione a quanto avverte il lettore/per­sonaggio. E indubbiamente nel racconto il lettore/personag­gio tende ad identificarsi con questa dimensione magica del Bosco.

Di per sé la montagna, in questo secondo roman­zo, non gioca un ruolo particolarmente impor­tante, ma essa appartiene, seppur in maniera meno netta, alla stessa fascia marginale del mondo fisico come descritto da Buzza­ti; essa è la continuazione del Bosco, il suo sfumare, in misura ancor più definita, nel territorio del mito.

In questo territorio giungiamo in forma definitiva ed esplicita ne Il deserto dei Tartari del 1940. Qui domina il concetto di tempo, espresso ancora una volta come paral­lelis­mo tra tempo cronologico e tempo assoluto, due piani che comunque hanno una possibilità di intersecazione, rapp­resentata dall’attesa.  Questa definizione del tempo è chiarificata, in Buzza­ti, anche grazie a segni indi­catori quali il vento (il vento Matteo di Bàrnabo) o le nuvole, che sono l’oppos­to dell’­eterno, simboleggiato invece nella montag­na, come si legge ne Il deserto dei Tartari:

 “Qui invece avanzava la notte grande delle montagne, con le nubi in fuga sulla fortezza, miracolosi presagi. E dal nord, dal settentrione invisibile dietro le mura, Drogo sentiva premere il proprio destino.”

Buzzati, e questo dimostra la sua eccezionale vitalità di narratore, non si trasformò in uno scrittore del tragico vivere. La sua generazione, anche per l’espe­rienza vissuta della guerra, ne subì ampiamente la tenta­zione. Lui seppe resistere. Disincantato cronista impiegato in un grande quotidiano, forse proprio dal suo osservatorio fatto di mille, piccoli casi della vita, ne seppe trarre un succo che non avvelenò mai. E nasce quella Famosa in­vasione degli orsi in Sicilia del 1945 che rappresenta uno dei, troppo spesso dimenti­cati, gioielli della nostra letteratu­ra fantas­ti­ca. Il tono ironico e favolistico non deve ingan­narci, dato che Buzzati vuole indicarci proprio con i paradigmi del racconto infantile una profonda verità, e cioè che la società corrompe e inquina anche la persona per natura più innocente. Messaggio ostico da far recepire, questo, nel 1945. Non c’è soltanto una cultura antifascista e marxista dominante, un Vittorini, un Moravia, un neorealismo che straripa, ma anche un desiderio espresso a tutti i livelli di tornare alla città, e non di fuggirne. Ancora una volta viene alla mente Tolkien, con quel tono diverti­to e complice che ne caratte­rizza le “opere minori” (e non dimentichiamo, a proposito di paral­lelismi, che sempre nel 1945 Buzzati pubblica il gustoso Libro delle pipe; Tolkien, esaltatore delle virtù dell'”er­ba pipa” di hobbittiana memoria, ne sarebbe certamente rimasto en­tusias­ta).

Nella Famosa invasione il cont­rasto verte sul tema del potere, che si attua nella sua potenzialità nega­tiva nella città e non nella montagna. Da essa provengono gli Orsi e ad essa torneranno. La montagna è al di fuori di questa logica di corruzione prog­ressiva. Buzzati qui affida dunque alla montagna un messag­gio diverso, più “positivo”, di quanto non abbia fatto nelle precedenti prove letterarie. La montagna come eter­nizzazione della virtù, in contrasto appunto con la corrut­tibilità della città.                

Negli anni seguenti, Buzzati ritornerà di tanto in tanto al tema della montagna. Senza comporre più opere di ampio respiro, egli non si staccherà comunque da essa. Articoli sul Corriere (vi entrò a 22 anni, nel 1928) e riviste, riferimenti inseriti in alcune novelle. Nel 1951 scrive il commento a un documenta­rio di Baruffi, Il postino di montagna e nel 1953 presta la sua consulenza per Sesto grado di Vancini. Nel 1970 esce quell’interessante esperi­mento iconografico che è I miraco­li di Val Morel, in cui raccoglie 39 tavole di ex voto dedica­ti a Santa Rita, l’ultimo libro della sua vita. La montagna non vi è prota­gonista, ma ritroviamo in queste pagine molte di quelle crea­ture fantastiche che la popolano in altri racconti. La montagna resterà dunque per Buzzati un punto di riferimento fondamentale.

La montagna come realtà (le ascensioni che compiva), e anche come simbolo; infatti ebbe a scrivere: ”E nello stesso tempo-senza che ci sia retorica- è la Vetta, il Culmine Supremo, il simbolo stesso dell’Ideale e dell’Ascesa”. In un’epoca di scarsezza di Ideali e di abbondanza di Redditi di cittadinanza, il messaggio di Buzzati conserva indubbiamente una sua attualità.

(A conferma della vitalità del soggetto, segnalo che mi è appena arrivata una tesi di dottorato di Eugenio Pesci presso il Dipartimento di italiano dell’università di Turku che tratta proprio della montagna nella cultura italiana con particolare riferimento agli anni Venti e Trenta.)

(Dai confini dell’impero – 75)

La Rondine – 15.3.2019