Niente Premio Terzani? Quando il nemico è la cultura, e la memoria

Leggo su Repubblica che il sindaco leghista di Udine ha intenzione di ridimensionare il finanziamento che il Comune attribuisce al Premio Terzani, giudicando la persona cui il premio è intitolato, appunto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani (Firenze 1938-Orsigna 2004) persona intellettualmente ed ideologicamente “di sinistra”, se non tout court “comunista”. In un’Italia divisa come non mai tra due opposti schieramenti, dove l’anticomunismo e l’antifascismo sembrano essere tornati utili strumenti del dibattito politico, recuperati dal deposito delle cose vecchie, può succedere anche questo.

Terzani per me, persona ideologicamente formatasi dalla parte opposta, ha rappresentato forse la maggiore e più importante scoperta intellettuale degli ultimi venti anni. E a lui ho dedicato una monografia (Tiziano Terzani e la guerra nel Vietnam, Solfanelli, 2018) per cercare di spiegarne l’attualità.

Il giudizio critico su Terzani va ovviamente rispettato, lo si può amare, detestare, ignorare. Su di lui pesa ancora la polemica che lo coinvolse con Oriana Falalci all’indomani dell’11 settembre, quando Terzani si oppose decisamente alla giornalista che aveva lanciato una campagna islamofoba.

Ritengo che le radici dell’ostilità leghista nei confronti del giornalista e scrittore fiorentino vadano cercate proprio in quel contesto, al quale, per precisarne i limiti, devo tornare.

Iniziò la Fallaci con un violentissimo attacco all’Islam, un pamphlet che giustificava concettualmente, rifacendosi alla teoria del clash of civilizations, la lotta dell’Occidente contro l’Islam. La Rabbia e l’Orgoglio, uscì come lungo articolo sul Corriere della Sera del 29 settembre del 2001.

Così iniziava lo scritto rivolto al direttore de Bortoli: “Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. ‘Vittoria! Vittoria!’. Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: ‘Bene. Agli americani gli sta bene’. E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso”. La Fallaci scrive di getto, ancora non conosce la reale portata dell’attacco, tanto da affermare: “Non lo conosceremo mai, il numero dei morti. (Quarantamila, quarantacinquemila…?) Gli americani non lo diranno mai. Per non sottolineare l’intensità di questa Apocalisse”.

Oriana Fallaci si sente ferita come persona, ma anche come “cittadina ideale” degli Stati Uniti. “Un Paese da invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno  dell’anima, il bisogno d’avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà, anzi della libertà sposata all’idea di uguaglianza”.

E qui cogliamo già una sostanziale differenza con Terzani, che non solo quell’America non amava affatto, pur avendovi risieduto per un lasso di tempo abbastanza lungo, ma idealmente ad essa opponeva l’Oriente, inizialmente la “sua” Cina di Mao e dell’immediato dopo-Mao, e poi l’India con la sua spiritualità.

Questi sono, al tempo stesso, gli estremi della sua ricerca ideologica e spirituale, che vanno dal comunismo duro e idealista alla religione indù. Dal libretto rosso che agita quando vede i Vietcong entrare in Saigon all’abito bianco che indossò nell’ashram dell’Himalaya.

Terzani e la Fallaci differiscono sostanzialmente nella valutazione da dare alla nostra civiltà.

Secondo la Fallaci, l’attacco alle Twin Towers è un attacco portato contro di essa: “Perché quando è in ballo il destino dell’Occidente, la sopravvivenza della nostra civiltà, New York siamo noi. L’America siamo noi […] Se crolla l’America, crolla l’Europa. Crolla l’Occidente, crolliamo noi”.

Inutile dire che Terzani, come altri intellettuali di peso oggi in Italia, mi basti citare lo storico Franco Cardini o il giornalista Massimo Fini, non identifica affatto negli Stati Uniti i difensori della nostra civiltà. Dobbiamo anzi aggiungere che in questi tempi di apertura alla Cina (la polemica su Terzani potrebbe essere imparentata con quella sull’opportunità della “Via della seta”) la rilettura delle pagine che Terzani dedicò a questo grande Paese nei suoi scritti, sarebbe estremamente utile, anche per i Leghisti, ammesso che amino leggere, perché nasce il sospetto che troppo spesso si parla di qualcuno o di qualcosa senza conoscerlo.

Oriana Fallaci e Tiziano Terzani

Tiziano Terzani rispose alla Fallaci con una sentita lettera, intitolata Il sultano e San Francesco, che conteneva questo passo di fondamentale importanza: “Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.”.

Le reazioni alla risposta di Terzani sono contrastanti, entusiastica quella di Fernanda Pivano, totalmente negativa quella di Giovanni Sartori, che Terzani criticherà severamente nella sua ultima intervista Anam, il Senzanome. L’esortazione di Terzani “non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire” resterà in buona parte inascoltata, allora come oggi.

Ma oramai la guerra dell’Occidente è stata proclamata e la dichiarazione di apertura delle ostilità è con entusiasmo raccolta in Italia da politici, intellettuali, giornalisti. Una guerra non soltanto militare, ma ideologica all’Islam, e non solo a quello fanatico ed integralista, che si allarga alla visione del problema dell’immigrazione incontrollata, che oggi fa le fortune elettorali della Lega (e in Europa di altri movimenti populisti intesi in senso lato) ma all’intero Medio Oriente non conforme agli interessi statunitensi, che a loro volta combaciano invece con quelli di Israele.

Terzani scrive quasi per reazione le Lettere contro la guerra, uscito nel febbraio del 2002. Che non sono, vorremmo ricordare al sindaco di Udine, una presa di posizione nei confronti dell’integralismo ma un’invocazione perfettamente in linea con gli insegnamenti delle religioni cui Terzani si ispirava, che poi sono anche quelli della nostra religione cristiana.

Terzani, molto prima che il fondamentalismo si manifestasse in tutta la sua virulenza, aveva avvertito il pericolo che la “guerra totale” degli Stati Uniti e dei suoi alleati, iniziata in Afghanistan, potesse provocare una reazione uguale e contraria. Visitando Peshawar in Pakistan nel marzo del 1995, già allora scrive a  proposito dell’ ”università” integralista creata al confine con l’Afghanistan: “Fondata ai tempi dell’invasione sovietica in Afghanistan, l’università è uno dei tanti esempi di come lo sforzo americano per sconfiggere l’URSS ha messo al mondo dei mostri che vivono ora una vita tutta loro e di cui nessuno sa esattamente come riprendere il controllo”. Parole profetiche, se pensiamo alle conseguenze delle campagne montate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, europei e non, contro l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen (e potremmo aggiungere il Venezuela), che, al posto di dittatori che comunque non minacciavano l’Occidente hanno messo il caos, causando la dispersione di frammenti un’esplosione che colpiscono proprio la nostra società.

La visione aggressiva e addirittura furibonda della Fallaci, che era riuscita a conquistare perfino le simpatie di chi politicamente e ideologicamente l’aveva avversata per anni, si scontrava dunque con quella, pacata e meditata, del suo concittadino. Dove aveva trovato Terzani questa capacità, questa forza di riflettere senza farsi trascinare dall’onda dell’emozione? La risposta la conosciamo: in Asia, o meglio, in quella parte del continente asiatico non ancora malata di modernizzazione che aveva saputo conservare la bellezza della propria anima.

Certo, sul giudizio dato nei confronti di Terzani pesa, come dicevamo, la simpatia che aveva sentito fin da giovane per la Cina maoista, che lo spinse a studiarne la lingua e la storia. Fu poi il continente in sé, con la sua storia, la sua spiritualità complessa, quel confrontarsi e talora amalgamarsi di buddhismo, induismo, islamismo, cristianesimo ed animismo ad affascinarlo e conquistarlo.

Un altro giro di boa nell’ideologia terzaniana riguarda l’influenza che su di lui ebbe la guerra del Vietnam e il corollario della dittatura Khmer rossa in Cambogia.

La guerra del Vietnam, una volta terminata in Vietnam, Cambogia e Laos, segnò del resto per la sinistra intellettuale italiana un momento di cruciale rilettura di quella che era stata la sua presa di posizione nei confronti della lotta di liberazione indocinese. Gli intellettuali di formazione marxista, ma anche quei cattolici che come il sindaco di Firenze Giorgio La Pira si erano battuti a favore del riconoscimento della giusta causa del comunismo indocinese, dovettero affrontare l’amara delusione di constatare come quel movimento patriottico, una volta conquistate Saigon, Phnom Penh e Vientiane, si fosse rivelato essere insensatamente crudele e nemico dei più basilari principi di democrazia e di libertà. Tra questi intellettuali che dovettero confrontarsi con due diverse fasi della seconda guerra di Indocina, quella della lotta di liberazione e quella dell’instaurazione del regime che seguì la conquista del potere, troviamo appunto Tiziano Terzani.

Terzani veniva da una famiglia operaia di Firenze; il padre, ex partigiano, aveva un’officina meccanica e la madre  lavorava come cappellaia in una sartoria. Studiò, con grandi sacrifici dei genitori, fino a laurearsi nella prestigiosa Scuola Superiore Normale di Pisa nel 1961. Trovò subito un impiego nell’azienda Olivetti, che era diventata, grazie al suo fondatore, Adriano Olivetti, un originale luogo di incontro tra tecnologia e sperimentazioni sociologiche. Presto, a Firenze, cominciò a collaborare alle principali riviste di cultura della città, tra cui Il Ponte e Astrolabio, per le quali scrivevano i maggiori rappresentanti dell’intellettualità di sinistra fiorentina. Un ambiente che personalmente conosco bene, essendomi formato in quello opposto quasi negli stessi anni.

Il suo primo viaggio in Asia fu fatto per conto della Olivetti nel gennaio del 1965. La sua impressione di quel mondo per lui del tutto nuovo è deludente. Così scriveva ad Angela: “Moglie mia carissima, dopo la serena incoscienza eccomi qua: in Giappone…il moderno rende tutto piatto e la civiltà tutto civile”.

E’ questo il filo rosso che legherà tutte le esperienze di Terzani in Asia: l’osservazione, amara, del contrasto che nel villaggio globale esiste tra modernità e tradizione, tra un Occidente invadente e invasore e un Oriente che sta perdendo la sua identità.  Questa è la chiave di lettura che non dobbiamo dimenticare: “l’Occidente invasore”, perché tanta della reazione, anche violenta, contro di noi è causata dal mancato rispetto che abbiamo avuto nei confronti dei popoli e dei Paesi extra-europei. Abbiamo sulle nostre spalle, e sulle nostre coscienze, secoli di colonialismo e di violenza fatta ad Asiatici, Africani, Sud-Americani ed anche Arabi.

Prima di stabilirsi in Asia, Terzani studia negli Stati Uniti; nel 1968 si trova in California. E’ l’anno, e il luogo, della grande protesta studentesca contro la guerra del Vietnam e quanto vede e vive ebbe su di lui, già convinto della “perversità” della presenza americana in Indocina, una influenza decisiva.

Terzani, come molti della sua, della mia, generazione, guardava invece alla Cina come esempio di una nuova società. Quella Cina di cui, da New York dove fece uno stage al New York Times, diceva “è il mio grande amore”, tanto che. quando ci andrà ad abitare vorrà  chiamarsi Deng Tiannuo. E questa sarà, insieme a quella che subì in Vietnam e in Cambogia, la grande delusione della sua vita, e arriverà a dire: “La nuova Cina di ora non conosce valori, tranne quelli del denaro e dell’egoismo”. Sono queste le parole di un comunista? vorremmo chiedere al sindaco di Udine.

Tornato in Italia nell’autunno del 1969, inizia la sua carriera di giornalista al Giorno, un quotidiano nato da poco, per il quale scrivevano altri rappresentanti della sinistra intellettuale. Il giornale non ha però bisogno di un corrispondente in Asia, ed è lì che Terzani vuole andare. Lascia quindi il Giorno e nel 1971 viene assunto come collaboratore free lance per il Sud-est asiatico da Der Spiegel. L’8 aprile del 1972 Terzani è a Saigon. L’offensiva nord-vietnamita è in atto.

La morte cammina con la modernità, la grande corruttrice dell’Asia. C’è un passo rivelatore in La fine è il mio inizio.Terzaniresta colpito dal contrasto tra la bellezza del paesaggio, i campi di riso verdissimi, i contadini vestiti di nero col loro copricapo di paglia, le loro abitazioni semplici e rustiche. E poi ecco, improvvisamente, arrivare i carri armati, la guerra irrompe con il suo arsenale di distruzione. Ecco quanto Tiziano diceva di quel tranquillo paesaggio vietnamita: “Andavi nelle belle campagne vietnamite, con le belle risaie verdi, i contadini vestiti di nero con un cappellino di paglia; vedevi le loro case di paglia e legno sulla terra battuta; e poi vedevi la guerra che arrivava, i carri armati. Quel che mi impressionò era la contraddizione tra quella società antica, semplice, e la modernità che la guerra le imponeva. Le armi, i carri armati, le bombe non c’entravano niente, proprio non c’entravano niente”. E’ “pacifismo” questo?

Il più grande conflitto della seconda metà del “secolo breve” è per il giornalista Terzani non solo la prima grande occasione per affermarsi come tale, ma anche il logico arrivo di un percorso ideologico iniziato nella sinistra intellettuale italiana. Ma in Asia ci era andato per un motivo che andava ben al di là della ricerca di una verifica dei propri presupposti ideologici. “Perché l’Asia? Ci andai anzitutto perché era lontana, perché mi dava l’impressione di una terra in cui c’era ancora qualcosa da scoprire. Ci andai in cerca dell’altro, di tutto quello che non conoscevo, all’inseguimento d’idee, di uomini, di storie di cui avevo solo letto”. Forse anche questo non piace al sindaco di Udine. Un qualcosa di alternativo al nostro mondo, alla nostra società, al nostro modo, affannato, di viverla. L’Italia, malata di “sovranismo” perde l’interesse per quanto viene da lontano. Che è sempre venuto da lontano.

L’Asia è per Terzani la terra del diverso, sia in senso antropologico che sociologico. Un continente verso cui lo spingono le letture che aveva fatto, che avevano stimolato il suo senso dell’avventura, intellettuale e umana. Un continente che nella sua immensità materiale e spirituale sembra non finire mai. L’India, e poi il Nepal, e poi il Tibet e poi la Cina, e poi e poi e poi…

Terzani segue gli avvenimenti del Vietnam da vicino, va nelle zone di guerra, torna a Saigon, che è comunque parte del fronte. Se non riesce a farlo da lì, spedisce col telex i suoi articoli da Bangkok, che più tardi saranno ripubblicati in Pelle di leopardo del 1973 e Giai Phong! La liberazione di Saigon del 1976. 

Terzani è onesto con l’Asia, l’ama, certo, ma non ne nasconde i lati tragici, come i governi dittatoriali della Birmania e della Corea del Nord, o corrotti come quelli del Vietnam del Sud e della Cambogia (alla Cambogia era particolarmente legato, era stata “un grande amore”). E non rinuncerà ad esercitare lo stesso diritto di critica nei confronti di Hanoi, tanto che nel 1973 non riesce più ad avere il visto di ingresso. La sua onestà rende la lettura di Pelle di leopardo una preziosa miniera di informazioni, ma soprattutto di sensazioni. Una onestà, riguardo ai fatti di Indocina, che non è soltanto sua, è vero. Ben pochi erano infatti i giornalisti di valore disposti a difendere l’operato americano in quella guerra. E questo ci fa chiedere, domanda oziosa, come mai questa critica non sia stata poi esercitata all’epoca della prima guerra del Golfo, e soprattutto dopo l’11 settembre. Il mondo assiste silenzioso, o quasi, al predominio statunitense; si ripetono episodi non molto dissimili da quelli di My Lai, le stesse torture, gli assassini dei capi nemici, le operazioni segrete, i bombardamenti sui civili, Guantanamo. Ma lo spirito di critica del Vietnam non c’è più. Come rimpiango i giovani di ieri! Resta la facile protesta del decurtamento dei fondi a un premio letterario. Potremmo, dovremmo chiederci: perché? Ci siamo talmente chiusi nel nostro egoismo da non riuscire più a capire gli altri? i motivi che spingono gli altri a emigrare, a reagire, a ribellarsi.

Forse la risposta sta nel senso di paura, di coinvolgimento che noi, spettatori occidentali, abbiamo di questa guerra alle nazioni canaglia, come le chiamò George W. Bush, o al terrorismo. Ci sentiamo minacciati, temiamo che entrino nelle nostre città, che un giorno la vittima possa essere io stesso, o un mio familiare. E non temiamo solo il terrorista, ma anche chi gli assomiglia nel colore della pelle e nel modo di vivere la religione. Tutto questo ci è vicino, innegabilmente troppo vicino.

Il Vietnam invece era lontano, lo portava in casa la televisione, ma riguardava un fatto ideologico: giusta, sbagliata questa guerra? E la nostra personale ideologia politica ci forniva la risposta, astratta come astratta per tanti di noi era la realtà indocinese. Ho Chi Minh, Giap, i Viet cong non minacciavano la nostra tranquilla esistenza, non mettevano bombe alle cinture dei suicidi, non sparavano all’impazzata nelle nostre strade. E poi c’era qualcosa di più profondo, allora. Un senso dell’orgoglio europeo che oggi non esiste più. L’antiamericanismo degli anni Sessanta, pacifico (le dimostrazioni con i fiori infilati nelle canne dei fucili), violento (gli attacchi del gruppo Bader-Meinhoff ai soldati americani), non esiste più. L’America ha conquistato l’Europa, non solo economicamente e politicamente. E’ questo filoamericanismo sorto dalle polveri delle Twin Towers a rappresentare l’essenza della Rabbia e dell’Orgoglio di Oriana Fallaci, ma che anche spinge Matteo Salvini ad elogiare Trump e il suo “America first”.

Oggi questo dibattito è di attualità anche in Finlandia, dove buona parte della classe politica vorrebbe portare il Paese in grembo alla NATO. Ci sentiamo minacciati, e chi ci difenderà se non loro, gli Stati Uniti? E non ci rendiamo conto che così facendo ci mettiamo nelle mani di chi ha già sulla sua coscienza le pesantissime responsabilità di quanto successe in Indocina, ed ora in Medio Oriente.La “Via della seta” invece di unire l’Asia all’Europa, ora, nel dibattito politico, le divide. E Salvini, fedele alle esigenze dell’American first, invece di guardare a Marco Polo guarda a Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto.

In Indocina speravamo nella vittoria degli altri. Ci sembrava giusto (lo dico al plurale perché quella fu la mia generazione) che perdessero loro, i cattivi americani. Purtroppo chi vinse non era poi tanto meglio. Questo lo dirà anche Terzani nella Prefazione alla nuova edizione dei suoi libri sulla guerra del Vietnam. Il mito della rivoluzione naufraga nell’oppressione della libertà tanto desiderata, nell’inumano carcere in cui vietnamiti, cambogiani, laotiani furono ridotti per anni. E, una volta liberatisi dal controllo di Angkar e dei suoi simili, passeranno con entusiasmo e rapidità alla modernizzazione, che Terzani definì il “cavallo di Troia” dell’Asia, a causa della quale il continente è cambiato quasi radicalmente. E “Modernizzazione  vuol dire occidentalizzazione e con questo l’Asia perde definitivamente la coscienza di sé”. Povera Asia che non riesce più ad essere se stessa, fatta di templi che si riempiono di turisti, di prostitute in attesa di clienti, di ragazzi che, certo per fortuna, non maneggiano più il fucile, ma i telefoni cellulari. Cittadini anche loro di un triste villaggio globale. Quando arrivo a Bangkok, la skyline della metropoli, con i suoi grattacieli, mi riporta alla visione di una triste, spersonalizzata città del futuro.

Nella primavera del 1975 il Vietnam del generale Thieu e la Cambogia del maresciallo Lon Nol iniziano la loro parallela discesa nel girone ultimo del loro inferno. Il 17 aprile i Khmer rossi entrano a Phnom Penh. Terzani, e qui abbiamo la conferma del suo straordinario coraggio fisico, mentre tutti fuggono dal paese oramai nelle mani dei guerriglieri, risale quella corrente di profughi ed entra in Cambogia.

Il 25 aprile cade Saigon. Chi può, fugge. E’ una delle tante, indecorose fughe di chi perde una guerra. Sarà uno dei temi più appassionanti dei suoi scritti “vietnamiti” del dopo aprile 1975.

Americani spingono in mare elicotteri per fare spazio sulla nave durante l’operazione Frequent Wind per l’evacuazione dal Vietnam.

Terzani a Saigon si rende subito conto che la rivoluzione, in cui anche lui crede, è arrivata, ed è possibile. Col passare dei mesi, scopre però la dura realtà: i sorrisi dei  soldati comunisti venuti dalle campagne, presto svaniscono dai loro volti. Le carceri, le stesse dove erano stati imprigionati i vietcong, cominceranno a riempirsi di funzionari, ufficiali, sostenitori del vecchio regime. E’ il normale trend delle rivoluzioni, che non riescono, seppur il Vietcong lo avesse promesso, a perdonare chi perde.

E poi ci sarà la seconda, amarissima delusione, quella dei Khmer rossi, il cui tentativo di creare l’”uomo nuovo” si trasforma in un mostruoso piano di svuotamento delle città, di distruzione del passato, un olocausto che non ha eguali nella storia moderna. Un olocausto, dirà Terzani, che, al contrario di altri bagni di sangue, verrà cancellato dalla politica e dalla memoria occidentale, tanto che il seggio della Cambogia alle Nazioni Uniti, anche dopo l’intervento vietnamita, resterà, per volontà degli Stati Uniti, al governo dei Khmer rossi.

L’occidentalizzazione: questa è la grande ombra che si proietta sugli scritti “asiatici”di Terzani. E’ la crisi di un modello societario, ma è anche la plastica che invade i mari che bagnano la penisola indocinese. Tracce indistruttibili di un cambiamento che dilaga in Thailandia come in Cina, che ha soffocato il Giappone e si spande, avvelenando, in Cambogia, Laos, Vietnam. Forse il destino, facendolo morire anzitempo, ha evitato a Terzani il dolore di constatare quanto avesse avuto ragione. L’allarme che lanciava, a quindici anni dalla sua scomparsa, è diventato oggi un grido di disperazione. Che cosa resta, che cosa resterà dell’Asia, della sua anima antica? Terzani andava a cercare in Asia “tutto quello che non conosco” e invece trovò, e troverebbe ancor di più oggi, tutto quello che ben conosceva. L’Asia, con i tremendi sconvolgimenti che la travagliarono dopo il 1945, le tre guerre di Indocina, quelle di Cina, Tibet e di Corea, della Malesia, di Indonesia, dello Sri Lanka, dell’India e del Pakistan; forse faremo prima a dire quale solitario angolo di Asia fu risparmiato, perché sul resto si è abbattuto il vento della guerra.

La guerra del Vietnam fu lo spartiacque tra l’invasione messa in atto dall’Occidente e la difesa, accanita, eroica, dell’Oriente. In quel conflitto vinse l’Oriente, ma era un Oriente, aggiungerà più tardi Terzani in Giai Phong!, che non aveva le radici nella sua millenaria cultura, ma nel Das Kapital di Karl Marx. Potremmo dire, è una nostra aggiunta, che il fallimento era insito proprio in questa origine del comunismo e  del socialismo asiatico. E le correzioni che cercarono di imporre i Khmerrossi spazzando via tanto l’Occidente quanto la sua promanazione ortodossamente marxista, non servirono a nulla, e furono soffocate, per ironia della sorte, proprio da altri comunisti, i Vietnamiti, i quali a loro volta dovranno respingere l’assalto dei comunisti cinesi.

Terzani ci ha ricordato una profonda verità. La forza distruttrice dell’Occidente, questa invenzione fatta per giustificare l’aggressione ad altri continenti in nome di una pretesa “civiltà” e dei suoi “valori”, non sta solo nel modello di vita che abbiamo imposto ai popoli extra-europei. A volte è stato necessario accelerare il ritmo, in qualche area del mondo c’è chi resiste, ed ecco che l’Occidente scatena la guerra globale. L’11 settembre segna il giro di boa epocale.  Terzani scrive le “Lettere contro la guerra” contenute poi nel secondo volume delle Opere. Il nocciolo di tutto quel che voleva dire era lì: “le ragioni dei terroristi, il dramma del mondo musulmano nel suo confronto con la modernità, il ruolo dell’Islam come ideologia antiglobalizzazione, la necessità da parte dell’Occidente di evitare una guerra di religione, una possibile via d’uscita: la non-violenza” .

Parole attualissime, che andrebbero ripetute oggi, parole sommesse, che solo pochi intellettuali fecero proprie, mentre l’Italia veniva assordata si riempiva dalle grida di Oriana Fallaci.

Terzani ricordò ai giornalisti in occasione di una conferenza stampa tenuta a Roma a cura di Emergency, che quella oramai in atto era  una “guerra di grandi bugie”, ma la sua denuncia non servirà a nulla. Iraq, prima e seconda invasione, Afghanistan, Libia, Siria, la guerra che non finisce. E le bugie che ci vengono ammannite, anche sul Medio Oriente, dove un altro “bastione dell’Occidente” si comporta da potenza coloniale, costruisce muri e li fa presidiare dai cecchini.

Terzani non vedrà continuare questa lunga guerra. Il male che lo consuma sembra diventare il simbolo stesso di quello che sta facendo l’Occidente. Il lento rodere di un corpo. Terzani lascia l’eremo himalayano e torna tra i monti dell’Orsigna. La sua casa. Nella premessa al volume in cui univa i due lunghi reportage sulla guerra del Vietnam, Pelle di leopardo e Giai Phong! aveva scritto: “La sola voce che oggi si sente rintronare è quella autoincensantesi dei vincitori della Guerra Fredda. Nessuno marcia più per nulla e niente sembra più rivoltare la coscienza della gente”.

La “guerra di grande bugie”, come Terzani la definisce, era stata vinta già prima di essere combattuta. Era stata vinta nelle nostre coscienze. In Un indovino mi disse Terzani scrisse, mentre è in viaggio in treno verso Hanoi: “Povero Vietnam! L’unica modernità che questo paese sembra aver conosciuto è quella della guerra: le armi, gli aerei, i missili sono cose di questo secolo; tutto il resto appartiene ancora al passato”. E qui Terzani non seppe indovinare che cosa presto sarebbe successo in quel Paese.

Oggi il Vietnam, come la Cambogia, è avviato, sul modello della Thailandia, ad essere meta del turismo di massa, le biciclette sono state sostituite dagli scooter che presto, come sta succedendo in Cina, diventeranno automobili. A cosa servì quella guerra dunque? Soltanto a ritardare l’arrivo dell’”altra” modernità? Quella dello sfruttamento da parte delle multinazionali? Quella dell’inquinamento della loro natura? Quella della corsa al frigorifero e al SUV?

Quando me ne vado in giro, camminando nel sentiero che si snoda dietro casa mia a Banphot Phisai, nella Thailandia centrale, mi avvio lungo il klong, il canale, e non vedo soltanto i resti di quella invasione. I bufali lavorano ancora, pazienti e tenaci nei campi allagati. Il riso cresce ancora, verde e rigoglioso. In Indocina c’è il detto “I Vietnamiti piantano il riso, i Khmer lo stanno a guardare e i Lao ascoltano il riso che cresce”. L’ultima volta che partii, il riso stava appena germogliando. L’Oriente non vuole morire.