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Il diritto internazionale usato come “clava”

Il professore emerito Martti Koskenniemi (nato nel 1953) è docente di Diritto Internazionale presso l’Università di Helsinki dal 1994 e fondatore e direttore dell’Istituto Erik Castrén di Diritto Internazionale e Diritti Umani dal 1997. È uno dei maggiori studiosi di diritto internazionale al mondo. Ha contribuito ampiamente al dibattito accademico in questo campo negli ultimi 30 anni. I suoi principali ambiti di ricerca includono la storia del diritto internazionale, la successione tra Stati, i diritti umani e la frammentazione del diritto internazionale.

Da sempre interessato ad esplorare con coraggio nuovi argomenti di ricerca, Koskennioemi ha individuato nella teoria critica il quadro di riferimento per affrontare questioni marginalizzate nella dottrina tradizionale del diritto internazionale; questa è anche la base del suo attivo coinvolgimento nel dibattito pubblico nella società.

Dopo il dottorato conseguito nel 1989, ha intrapreso una prestigiosa carriera accademica internazionale come docente in prestigiosi atenei tra Europa e Australia. Membro di illustri accademie scientifiche e già attivo in organismi legali mondiali, ha ottenuto numerosi titoli onorari e riconoscimenti per il suo contributo alla ricerca scientifica. Koskenniemi ha ricevuto il titolo di Accademico delle Scienze di Finlandia nel 2023.

Gli abbiamo rivolto alcune domande sullo stato del diritto internazionale e sul suo utilizzo, a volte distorto, nei nostri tempi.

Nei dibattiti sulla crisi di Gaza, Ucraina e Venezuela, l’espressione “violazione del diritto internazionale” viene utilizzata costantemente, spesso senza precisione. Dal suo punto di vista, qual è l’equivoco fondamentale alla base di questo modo diffuso di invocare il diritto internazionale?

Il più recente volume pubblicato da Koskenniemi per la Harvard University Press (2023)

Accusare altri di “violazione del diritto internazionale” è diventato parte di ciò che viene spesso definito “lawfare”, ovvero l’uso del diritto per incriminare il proprio avversario politico. È “guerra” con altri mezzi. Con l’aumento dell’interesse pubblico per il diritto internazionale, soprattutto a partire dagli anni ’90, anche l’uso del “lawfare” è diventato molto più comune. Credo che questo sia un problema di politica, di legalizzazione della politica – problematico perché quando interessi o progetti politici vengono difesi o attaccati in termini legali, diventa più difficile raggiungere un compromesso. Fa parte della polarizzazione politica.

La paralisi delle Nazioni Unite in queste crisi è spesso descritta come un fallimento dell’ordine giuridico internazionale. Considera queste situazioni come vere e proprie violazioni del diritto internazionale o piuttosto espongono i limiti di ciò che il diritto internazionale può realisticamente fare?

Ritengo che Russia, Israele e gli Stati Uniti stiano violando norme giuridiche consolidate sull’uso della forza. E l’assenza di una reazione efficace mostra la debolezza di una certa parte dell’ordinamento giuridico internazionale.

Lei sostiene che la componente più potente del diritto internazionale risieda nell’infrastruttura giuridica dell’economia globale. In che modo questo strato più profondo del diritto plasma – o addirittura predetermina – i conflitti che vediamo oggi a Gaza, in Ucraina e in Venezuela?

L’infrastruttura giuridica conferisce potere a quegli attori che sono già i più potenti. Quando questi stati (potenti) sono governati da persone pronte ad agire spietatamente, non esiste un meccanismo efficace per scoraggiarli.

Molti osservatori interpretano l’incapacità dell’ONU di agire come un crollo dello “stato di diritto” nelle relazioni internazionali. Lei distingue nettamente tra lo stato di diritto come ideale e l'”impero di diritto” come struttura materiale; in che modo questa distinzione ci aiuta a comprendere l’attuale impasse globale?

Essa manifesta il crollo dell’idea liberale di stato di diritto, emersa con forza negli anni Novanta. Ma nella misura in cui le rivendicazioni di sovranità e proprietà e i principi contrattuali governano ancora gran parte del mondo internazionale, non si può dire che non esista più uno stato di diritto: gli aerei volano, le merci vengono trasportate in tutto il mondo, i meccanismi di comunicazione funzionano e i ricchi continuano a diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Questo è lo stato di diritto (capitalista) che opera in modo piuttosto efficace).

Se avesse la possibilità di riformare uno specifico ambito giuridico al fine di indebolire le gerarchie strutturali che alimentano queste crisi, quale area tratterebbe per prima e perché?

Cercherei di sviluppare un sistema di distribuzione internazionale delle risorse modificando i modelli di commercio e investimento, nonché le regole del sistema finanziario internazionale, per sostenere le economie più deboli.

La conversazione ha messo in luce una visione del diritto internazionale profondamente disincantata e radicata nei fatti, lontana dalle idealizzazioni a cui siamo abituati. Abbiamo visto come, secondo il pensiero del professor Koskenniemi, il diritto non sia un arbitro imparziale sopra le parti, ma piuttosto un linguaggio tecnico che i potenti utilizzano per giustificare i propri interessi o per attaccare gli avversari, una pratica definita “lawfare”, il diritto come ‘clava’.

Il punto centrale emerso è il contrasto tra il fallimento delle norme umanitarie, incapaci di fermare le bombe, e il successo silenzioso delle norme economiche, che continuano a far funzionare i mercati e a proteggere la proprietà anche in tempo di guerra. Questo ci induce a riflettere sul ruolo dei tribunali internazionali: non tanto istituzioni inutili, quanto piuttosto “teatri politici” che spesso finiscono per punire solo i deboli o per distogliere l’attenzione dalle cause economiche profonde dei conflitti, offrendo la parvenza di una giustizia morale che però non morde contro le superpotenze.

Ne esce un quadro che forse pessimista, ma che Koskenniemi considera un’analisi realistica: la vera pace e il cambiamento non arriveranno da una nuova sentenza o da un tribunale più severo, ma solo da una trasformazione radicale dei rapporti di forza economici globali.

(foto del titolo fornita da M. Koskenniemi)

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