Suuri illusioni
Romanzo
WSOY 1928
Pubblicato nel 1928 e scritto in gran parte durante un soggiorno parigino nel 1927, Suuri illusioni rappresenta uno snodo cruciale nella letteratura finlandese. Il giovane Mika Waltari (Helsinki 1908-1979), voce emergente di una generazione urbana cresciuta nell’immediato dopoguerra, porta nella prosa nazionale il nervosismo cosmopolita dell’Europa contemporanea, quel senso di accelerazione e disorientamento che Parigi e Berlino stavano già metabolizzando da anni. Il romanzo si fa portavoce degli ideali dei Tulenkantajat (I Portatori di Fuoco), un circolo di giovani intellettuali determinati a sottrarre la cultura finlandese al suo provincialismo, ad “aprire le finestre all’Europa”, come recitava il loro manifesto generazionale.
Questo bisogno di città emerge fin dalle prime righe con una franchezza quasi programmatica. Il narratore, appena rientrato ad Helsinki, confessa un “desiderio inquieto”, non per i boschi, non per i laghi, ma per “l’odore dell’asfalto, del pulviscolo metallico, della benzina”. La natura non è più rifugio: è un vuoto da cui fuggire. A illuminare questa fuga è un’insegna pubblicitaria al neon, rossa, descritta come un faro di luce singolare che fende il grigiore spento della strada. È un dettaglio piccolo, quasi banale, eppure perfetto: il neon come simbolo di una modernità non ancora metabolizzata, ancora capace di stupire. Da lì inizia una discesa nella città notturna, dove persino l’odore di scale buie e aria stantia acquista un fascino tutto suo.
Il distacco dalle tradizioni letterarie precedenti è altrettanto netto, e Waltari lo mette in scena con una certa ferocia durante una di quelle discussioni da salotto bohémien che punteggiano il romanzo. È il dottor Hellas, giornalista, critico, cinico di professione, a pronunciare la condanna formale del romanticismo agreste. Se la prendeva con quei poeti ancora abbarbicati alla “maestria formale classica, con la mitologia greca, con Pan e le allodole”: figure anacronistiche, per una gioventù metropolitana che passava le notti tra grammofoni, luci giallo limone e qualche bottiglia di contrabbando. Cantare del dio dei boschi o della primavera delle allodole sembrava, in quel contesto, non solo superato ma disonesto, una finzione. Hellas non lesina sull’ironia: è il rigetto del “fetore di letamaio e del romanticismo da boscaioli”, espressione di una Finlandia che arrancava con dieci anni di ritardo.
La smania di modernità investiva anche i modelli di genere, incarnati nel personaggio di Caritas. Lei è l’“uomo nuovo” al femminile: si trucca le labbra di rosso come atto di sfida consapevole, studia sociologia, sottopone i propri sogni alla psicoanalisi, e liquida Goethe come “un vecchio asino borghese” e Kant come “un bilioso commesso viaggiatore”. Eppure, il romanzo mostra con discrezione la teatralità di queste pose, le loro crepe, la distanza tra la dichiarazione d’indipendenza e la pratica quotidiana. Caritas è moderna, ma anche personaggio, e come tale porta addosso le proprie contraddizioni.
Ma chi erano, concretamente, questi paladini finlandesi della modernità? Dietro gli slogan sovversivi si nascondeva una vita fatta di espedienti e tasche perennemente vuote. Il centro di gravità di questo mondo era il Café Brondin, il Bronda, per tutti, situato all’angolo tra Eteläesplanadi e Korkeavuorenkatu. Non una semplice caffetteria: il salotto quotidiano di scrittori, scultori, attori e intellettuali squattrinati degli anni Venti, inclusi i giovani Tulenkantajat. Lì si discuteva, si litigava, si aspettava, e soprattutto si consumava a credito.
È ancora Hellas a tracciare il ritratto più impietoso di questa condizione. Il letterato moderno, dice, assomiglia a “una sorta di commesso viaggiatore in calzoni a righe”: niente allori, niente rendite. Il suo corredo essenziale? “Uno smoking, una collezione di ricevute del monte di pietà e un conto aperto da Brondin.” L’immagine è perfetta nella sua crudeltà: l’eleganza notturna di facciata, lo smoking, finanziata impegnando ciclicamente i propri averi, e sostenuta passando ore a discutere d’arte ai tavolini del caffè, senza pagare.
A complicare ulteriormente questo quadro c’era il proibizionismo, in vigore in Finlandia dal 1919 al 1932. La ricerca clandestina di alcol permea la narrativa fin dalle prime pagine, i personaggi si accontentano di mezza bottiglia di champagne superstite per rimediare all’afa tropicale d’agosto, e condiziona le interazioni sociali in modo quasi comico: ci si consulta per telefono, si mercanteggia, ci si assicura qualche bottiglia di whisky di contrabbando per non far sciogliere la compagnia. Questo clima di illegalità diffusa e basso profilo non è solo pittoresco: delinea i contorni di una città segreta e mondana, vissuta ai margini delle regole ufficiali.
Suuri illusioni resta, a quasi cent’anni dalla pubblicazione, un documento letterario di straordinario interesse. Waltari cattura la tensione di una gioventù postbellica sospesa tra il desiderio di cosmopolitismo e i limiti concreti della propria realtà economica, geografica, culturale. Questi artisti hanno rotto con la tradizione rurale per abbracciare il caos dell’asfalto, vivendo la loro modernità letteralmente a credito, trasformando la città interiore in materia letteraria. Per chi voglia capire come Helsinki sia diventata Helsinki, non solo geograficamente, ma nell’immaginario, questo romanzo è un punto di partenza difficile da ignorare.
I.
Ci investì l’odore della scala ampia e buia. Era l’effluvio della città: un misto di freddo, odore di pavimento lavato, polvere, aria stantia e ancora qualcos’altro, che non si può spiegare, a cui ci si abitua all’istante senza nemmeno accorgersene. E se per di più si giunge dalla campagna, lo si avverte in modo ancora più intenso.
Ero giunto in città ai primi di agosto, poiché in campagna faceva troppo caldo, ma non mancavano altri motivi che potevano servire da pretesti. In verità, mi mancava la città, l’odore dell’asfalto, del pulviscolo metallico, della benzina: quel desiderio inquieto che si aggirava per le strade silenziose nelle sere illividite.
Passeggiavo lungo il molo di Länsiranta, osservando le navi, e nei pressi del mercato inalavo il tanfo dei pesci in decomposizione. E proprio nell’istante in cui, in fondo alla lunga strada, si accese una rossa insegna al neon, incontrai il redattore Korte. Mi salutò e nella penombra baluginò la punta della sua sigaretta. Vidi un fremito nervoso contrargli gli angoli della bocca. Il volto era smunto e di un pallore cadaverico. Apparentemente stanco: se per le bevute di un’intera settimana o per il lavoro, non avrei saputo dirlo, e a dire il vero poco m’importava.
Mi sentivo un po’ irritato, annoiato, come avulso dalla realtà, privo di mete e di disegni. Korte mi condusse con sé. Non conoscevo la signora Spindel, ne avevo udito soltanto vaghe dicerie. Ma questo in fondo non significava nulla; dovevo pur trascorrere la serata in qualche modo, dunque perché non da lei? Mi s’impresse nella memoria l’insegna pubblicitaria rossa al neon, che brillava dall’estremità lontana della via. Nel grigiore smorto spiccava con una luminosità singolare.
Ricordo inoltre che indossavo una camicia con un banale colletto floscio e che i capelli lunghi mi ricadevano sul collo, poiché durante il giorno avevo dimenticato di andare dal barbiere.
Fu così che conobbi Caritas. Fu un puro caso che io mi imbattessi nel redattore, all’angolo tra Kluuvikatu e Aleksanterinkatu. Korte, una serata inquieta, un’insegna al neon di un rosso sgargiante e la punta di una sigaretta che luccica nella penombra.
Mentre salivamo le scale al buio, poiché l’interruttore non funzionava, mi balenò in mente un confuso ricordo d’infanzia, destato dall’odore del corridoio lastricato. Ero un bambino piccolissimo, arrivato in città dalla campagna insieme alla zia, procedevamo in carrozza per le vie, il sole splendeva limpido e gli zoccoli dei cavalli risuonavano sul selciato con ritmo cadenzato. Di certo era accaduto di buon mattino, poiché l’aria fuori era fresca e la gente mi appariva tutta sorridente. Ero venuto per il funerale di mio padre, anche se di quell’evento avevo colto solo il fastidio dei calzettoni neri, ruvidi e sgradevoli, che portavo ai piedi. Giù per le scale si percepiva ora quel medesimo odore, che sin dal primo istante mi fu caro, poiché simboleggiava la città e l’ignoto.
Dal terzo piano giungevano a noi la musica di un grammofono e voci umane. Da qualche parte, all’interno, squillò un campanello, andò in frantumi un bicchiere e una donna levò un grido.
«Grazie a Dio, finalmente volti nuovi. Siamo estenuati l’uno dell’altro. Tutti con le stesse cattiverie dell’inverno scorso, ormai non se ne può più.»
La signora Spindel tentò di lusingarmi con un sorriso da donna matura, che celava molteplici, vaghe promesse e un nebuloso pessimismo. Avevo udito molto sul suo conto. Si mormorava che avesse delle inclinazioni contro natura, e lei stessa si adoperava con ogni forza per alimentare tali dicerie.
«Entrate e fate come foste a casa vostra. Laggiù c’è ancora un po’ di champagne. Le presentazioni sono noiose e superflue. Se proprio lo desiderate, presentatevi da voi e solo a chi v’aggrada, ma stasera guardatevi dalle donne. L’aria tropicale d’agosto, comprenderete di certo.»
Korte mi accompagnò allo champagne; ne restava a malapena mezza bottiglia, ma ne scorsi un altro paio vuote, ai piedi del tavolo.
«Un sorso, che ne dite? Finiamolo, prima che gli altri se ne avvedano. Di rado ci si imbatte in simili prelibatezze.»
Korte scovò da qualche parte una larga coppa da champagne, mentre io dovetti accontentarmi di un bicchiere normale. Il grammofono suonava, al centro della stanza una coppia si cimentava nel ballo, scalciando il tappeto di lato, mentre gli altri sedevano qua e là sui cuscini, fumando. Nella stanza vi saranno state una decina di persone, eppure l’ambiente non appariva opprimente.
«Fatemi vedere, su.» Una donna si alzò lentamente per prendere posto al mio fianco. Con un moto di smarrimento allungai il braccio. Korte lanciò un grido d’ammonimento, ed ecco che il mio bicchiere si ritrovò d’improvviso vuoto. Sul suo orlo, proprio là dove l’avevano sfiorato labbra estranee, era rimasta un’impronta rossastra.
«Che orrore, Caritas, sei di un’avidità sfacciata. Il nostro giovane amico è ancora timido e ignora le usanze di questo luogo.» Korte gesticolava, fingendo sdegno.
«Ah, Cari vuole dimostrarci di aver appreso a truccarsi le labbra come una parigina, hm… hm…»
Un uomo alto, scarno, appoggiato al davanzale, si volse verso di noi. Finché era rimasto di spalle alla finestra, non ne avevo scorto i lineamenti; parlava con voce delicata, strascicando le parole con un’affettata negligenza.
«My boy, sei perfido come sempre,» disse la donna che chiamavano Caritas. «Non sono più una ragazzina, non lo sono mai stata. Ed è scortese far notare a una donna che si dipinge le labbra. Di ciò è concesso avvedersi soltanto in segreto, per poi ammirarne il coraggio, ma non se ne fa parola. Ora, però, vi ho sporcato il bicchiere.»
Sorrise, mi si accostò e lanciò uno sguardo beffardo verso la finestra. L’assicurai che per il mio bicchiere era un onore, benché lo champagne fosse purtroppo finito.
Per l’intera serata non avevo osservato Caritas da vicino, o piuttosto l’avevo fissata fin troppo, ma non mi era riuscito di imprimerne in mente i dettagli. L’indomani mi sarei domandato se avesse capelli scuri o chiari, ma senza riuscire a rispondere con certezza. Evidentemente era una via di mezzo. Sull’abito aveva un fiore violaceo, con qualche sfumatura di rosso, e la scollatura era appena – forse solo appena – scucita; perciò, mi fu dato di intravedere un minuscolo filo nero sporgente.
La signora Spindel si avvicinò a noi. Solo in quell’istante mi accorsi che ci aveva osservati sorridendo, ma con un sorriso che aveva un che di tagliente. Era un sorriso radioso, lucido come la pelle di serpente. Si accostò e cinse lievemente con il braccio i fianchi di Caritas. Involontariamente mi chiesi se vi fosse un fondo di verità in ciò che si mormorava sul suo conto. Una sgradevole sensazione mi strinse il cuore, proprio come se al buio avessi sfiorato qualcosa di viscido e freddo.
L’uomo alla finestra avanzò nel cono di luce della lampada. Conoscevo quel suo volto pallido, beffardo, e quello sguardo pungente. Era il dottor Hellas, che soleva farsi scorgere alle prime teatrali e, a volte, anche ai tavoli per i pranzi dell’hotel Kämp. Aveva pubblicato qualche libro; non riuscivo a rammentare, tuttavia, se di versi o di prosa; sapevo però che era un giornalista, ed era considerato un critico abile e spietato.
Ormai vicino a noi, indicando la signora Spindel dichiarò:
«Non date peso a Irma. Cerca di piacervi e di atteggiarsi a fredda, velenosa seduttrice. Ostenta con civetteria la propria dissolutezza, ma possiamo esser certi che intimamente è innocente, e se vi trovaste soli in qualche luogo, si rivelerebbe addirittura timida. Caritas, d’altronde, è una fanciulla che ha sorseggiato dal calice dell’esperienza e si guarda attorno, curiosa di averne ancora. La sua unica pecca è di farlo in modo troppo sfacciato, ed è proprio per questo che, alla fine, soccomberà.»
Caritas prese un cuscino e lo scagliò contro il dottor Hellas. La signora Spindel, dal canto suo, tentò di ingoiare l’affronto e dichiarò con leggerezza:
«Col dottore qui presente, i miei tentativi sono condannati in partenza al fallimento. Quando non può essere lui stesso il centro dell’attenzione, impedisce quantomeno a chiunque altro di esserlo. È un villano, un empio e un impudente che si crede cinico, risulta affascinante solo quando convince gli altri a crederlo tale.»
Caritas rideva e mi sfiorava lievemente la mano, mentre la signora Spindel, sollevandosi sulle punte come una bambina, tentava di baciare Hellas, il quale si ripuliva la guancia imprecando a mezza voce. Il tocco di Caritas era lieve e innocente, eppure sapevo che l’aveva fatto in modo del tutto intenzionale e mirato.
Korte trasferì i cuscini in un angolo della stanza, dove si spostò anche il nostro gruppetto, ad eccezione della signora Spindel, la quale scomparve in un’altra camera. Il dottor Hellas si scelse con tutta calma il cuscino più ampio e vi si accomodò. Caritas esclamò:
«Che maiale! Ha scordato ogni regola di buona creanza.»
«Perdonatemi, cara signorina,» rispose Hellas. «Il concetto di creanza è ormai antiquato. È singolare con quale veemenza le donne si aggrappino alle antiche consuetudini, qualora ne traggano qualche vantaggio.»
«Ciò appartiene alla psicologia femminile,» iniziai a spiegare. «Le donne ascoltano le prediche in chiesa e sono il pilastro del militarismo. Costituiscono la parte più conservatrice della società e ne preservano l’ordine.»
«Io per lo meno mi reputo moderna,» ribatté Caritas. «Mi sono messa il rossetto per dimostrare che oso farlo, a dispetto di tutti i pregiudizi. Sono una libera pensatrice alla pari di qualsiasi uomo, almeno quando si tratta del mio comodo personale. Ho studiato sociologia, esercito il mio diritto di voto e ammiro la poesia moderna. Goethe non era che un vecchio asino borghese e Kant un bilioso commesso viaggiatore. Analizzo i miei sogni in chiave psicoanalitica e mi convinco di essere sana e avvenente. Io sono…»
«Hai la mia profonda ammirazione e il mio rispetto,» disse Hellas, e la sua voce suonava insopportabilmente ironica. «Ti saluto, o mirabile rivoluzionaria, tu che sovverti la società con il rossetto. La tua “modernità” non è che civetteria magnificamente mascherata, ma nell’intimo sei antiquata quanto una zitella quarantenne, la quale pecca… hm… e a Pentecoste si reca in chiesa a salmodiare. In te l’anticaglia non fa che ricercare forme nuove. Non ho mai asserito d’essere moderno, e so che non lo sarò mai, poiché aborro quella parola, sciocca e ridicola. Puoi ben leggere Carl Sandburg e lasciartene affascinare, ma da qualche parte, nel profondo dell’animo, continuerai ad ammirare il nostro tradizionale Koskenniemi con le sue elegie, poiché esse destano quel sentimentalismo che è il tratto preminente della natura femminile. Puoi illuderti di esserti innamorata di un autista o di un qualche ingegnere, per il quale la vita non è che una grande tavola logaritmica…»
«Chi si scaglia contro Koskenniemi?» domandò qualcuno dall’altra parte della stanza. Dalla lampada con il grande paralume scaturiva una luce giallo limone che avvolgeva le spalle di Caritas come uno scialle di seta. Hellas sedeva nell’ombra, sicché non gli si scorgeva il volto. Più tardi compresi che quella era una sua abitudine. Sapeva irritare chi lo circondava col suo solo atteggiamento, senza proferire parola.
«Tutti fanno spietatamente a pezzi Koskenniemi ormai da anni, né lo si è mai trattato con riguardo. Bisogna tuttavia riconoscere che in lui si cela quel ‘certo non so che’, del quale voi difettate. Ogni poeta improvvisato non scorda di ergersi al di sopra di lui, eppure in cuor loro tutti invidiano la sua popolarità, sebbene non lo ammetterebbero per nulla al mondo. Persino il dottor Hellas rinuncerebbe di certo a tutta la modernità, qualora sapesse di potersi guadagnare una fama simile…»
«Sciocchezze,» ribatté Hellas. «Nessuno qui vuole strappare a Koskenniemi la sua corona d’alloro. Uno dice bianco e l’altro nero. Voglio solo rammentare che il suo posto è, e al momento deve essere, nel passato. Noi apparteniamo a un’epoca diversa dalla sua. Che abbiamo in comune con la maestria formale classica, con la mitologia greca, con Pan e le allodole? Tutto questo appartiene a un mondo distante dal nostro. E io confesso, con la massima franchezza, che in fondo al cuore invidio Koskenniemi. Non la popolarità, bensì gli onorari. Suonerà forse un tantino tragico, ma oggigiorno il poeta non è che una sorta di commesso viaggiatore in calzoni a righe, il quale, nella migliore delle ipotesi, possiede persino uno smoking, una collezione di ricevute del monte di pietà e un conto aperto da Brondin…»
«Signore Iddio, scampaci dalla poesia,» disse Korte, scompigliandosi i capelli con disperazione. «Vi siete tutti ammalati all’improvviso? Qualcuno oggigiorno può ancora parlare di poesia? Sarà perché abbiamo esaurito il bere. Almeno un sorsetto…»
«Un bicchierino, ah, cessiamo di discutere della contemporaneità, poiché il bere è antiquato al pari del verseggiare, ammesso che ciò sia antiquato. Al contrario, pare infatti che la poesia sia di moda. Si attende invano un romanzo o dell’altra prosa, sempre che non si reputino prosa certi quadretti sui boscaioli o sulla vita del popolino. Io, per me, ne ho fin sopra i capelli della puzza di sudore e di letame e del romanticismo da boscaioli. Ma cos’altro ci si potrebbe attendere in questo luogo. La Finlandia è in ritardo sui tempi di dieci, tredici anni. La guerra civile…»
«Basta,» gridò Caritas, serrando con la mano la bocca di Hellas. «Niente politica. È stata messa al bando. E Korte appartiene alla Guardia Civile – o almeno dovrebbe, per via del suo giornale. Di questo argomento si può parlare solo sottovoce e solo in privato. O vuoi forse che ti prendano a sassate…»
«Mio Dio,» gridò Hellas, e m’avvidi che era montato su tutte le furie, e infatti ogni ironia e quello strascicare di parole erano d’un tratto svaniti. «In verità, se vi fosse anche il minimo giovamento, che mi lapidino pure; ma questa terra maledetta è cieca e sorda. Qui dovrebbero lanciare delle bombe per svegliare la gente…»
«Lunga vita ai Racconti dell’alfiere Stål e a Paavo di Saarijärvi, quelli sì che sono dei classici!» esclamò Korte. Non so se parlasse sul serio o se fosse soltanto il suo modo di porre fine alla commedia. «E voi, sapientoni estetizzanti, è da troppo che blaterate a secco.»
«È impossibile tenere a bada Korte,» constatò la signora Spindel, che senza dare nell’occhio s’era chinata verso di me e aveva preso a sussurrarmi dritto all’orecchio, tanto da farmi trasalire. Il suo caldo respiro mi accarezzava le gote e avvertii l’effluvio dolcemente ammaliante di un qualche profumo. «Dobbiamo procurarci dell’altro da bere, altrimenti la compagnia si disperderà. Siamo tutti troppo vecchi e conosciuti affinché ci possa appagare unicamente la nostra reciproca compagnia senza una goccia d’alcol. E per contro, voi siete qui fin troppo nuovo, e vi sbarazzerete di quella sensazione solo bevendo, non è così…?»
Si era avvicinata ancor di più e nei suoi occhi si rifletteva l’espressione, un poco stanca e un po’ sfrontata, di una donna anziana. Era come se volesse dirmi: ragazzo, ragazzo, sei un giovane garbato e vi è in te perfino qualcosa di piacevole, ma hai bisogno di un incoraggiamento, e a quello ci penso io…
Si alzò e si diresse verso l’ingresso, per telefonare. Korte la seguì, mormorando di conoscere il numero giusto che avrebbe soddisfatto ogni desiderio. Hellas si ritrasse nell’ombra, chinò il capo tra le mani e parve affaticato. Caritas giocherellava con le frange di seta su un cuscino turco. Fuori era ormai buio pesto, come spesso in agosto. Erano verosimilmente passate le undici. Dall’altra stanza echeggiavano risate e qualcuno continuava a far ripartire il grammofono. Una coppia danzava per la stanza e dal corridoio si udì la voce di Korte:
«Ma che diavolo! Certo che ne avete. Sono il giornalista Korte. Korte, il giornalista, non avete capito! Mi sono già rifornito da voi… Troppo tardi, maledizione… non c’è nessuno… Passeremo noi a prenderlo… whisky… non c’è altro… andiamo, mettete da parte almeno un paio di bottiglie… e tenetele a disposizione… verremo noi… diciamo fra una mezz’ora… Intesi.»
(Immagine del titolo: Santeri Salokivi, “Kahvila”, 1918)

