Nel panorama dell’arte europea contemporanea, troviamo poche figure capaci di riflettere con altrettanta coerenza la tensione tra autobiografia e denuncia sociale quanto Kiba Lumberg, artista multidisciplinare finlandese in grado di muoversi con naturalezza tra pittura, ceramica, scrittura e sceneggiatura. Della sua produzione letteraria abbiamo scritto in precedenza sulla Rondine.
A offrirci l’occasione di approfondirne l’universo creativo è Ajaton rajaton (Senza tempo, senza confini ) un’importante retrospettiva allestita presso la galleria Solgården di Sipoo, in Finlandia, che celebra un duplice traguardo: cinquant’anni di carriera e il settantesimo compleanno dell’artista.
Le origini: la Rottura come Atto fondativo
Nata a Lappeenranta nel 1956 in una famiglia Kàlo finlandese, Lumberg si scontrò fin dall’adolescenza con le rigidità patriarcali e le violenze interne alla sua comunità, trovando il coraggio di allontanarsene a soli tredici anni. Quello strappo rappresenta anche il vero atto fondativo della sua produzione artistica. L’arte diventa, fin da subito, strumento di sopravvivenza prima ancora che di espressione. Non è un caso che nel 2007 le venga assegnato un riconoscimento da parte delle case rifugio per le donne, in virtù del coraggio con cui la sua opera denuncia apertamente l’assoggettamento femminile.
Il linguaggio visivo oltre le etichette: per un’estetica del vissuto onirico
La pittura di Lumberg si colloca in uno spazio che viene spesso caratterizzato come “sospeso tra la libertà visionaria del surrealismo e la forza dirompente dell’espressionismo.”
Davanti a razzi che fendono cieli stellati o a superfici dominate dal rosso, la critica cede spesso alla tentazione delle etichette di comodo: “surrealismo”, “espressionismo”, e così via. Applicarle all’opera di Kiba Lumberg significa, però, fraintenderne la radice più profonda. Il Surrealismo storico si muoveva tra umorismo nero, casualità oggettiva e dislocazione percettiva. Nell’opera di Lumberg non vi è traccia di tutto questo. La dimensione onirica che abita le sue tele non è una fuga dalla realtà, né un esercizio di surrazionalismo: è la codificazione visiva di una memoria, la fusione inscindibile tra il trauma vissuto e la sua elaborazione simbolica, una qualità che potremmo ridefinire, con maggiore precisione, come onirismo del vissuto: quella condizione in cui il sogno non è il contrario del vero, ma l’unico linguaggio possibile per accedere a una verità interiore altrimenti indicibile.
Analoghe riserve si impongono nei confronti della categoria dell’espressionismo. Ciò che i critici liquidano come “crudezza espressionista”, riferendosi alle tele dominate da tinte forti e figure oppressive, non è una deformazione stilistica fine a se stessa, né un’emozione amplificata dallo stile, ma la definizione di un ricordo. Così, le ombre nere che incombono sui corpi non simboleggiano dinamiche di potere, piuttosto la verità interiore, esatta e spietata, seguendo le linee della percezione traumatica.
In questo senso, parlare di reale vissuto onirico significa riconoscere nell’opera di Lumberg un sistema di rappresentazione alternativo, capace di una fedeltà al vissuto che nessuna riproduzione mimetica potrebbe eguagliare.
Da Venezia a Cibiana: l’arte come Spazio pubblico
La risonanza internazionale del lavoro di Lumberg è ampiamente documentata: ad esempio, ha rappresentato la Finlandia al Padiglione Rom della Biennale di Venezia in tre occasioni distinte, ed esposto in tutta Europa.
Tra le tappe che segnano più profondamente il suo rapporto con l’Italia, spicca quella con Cibiana di Cadore, piccolo borgo delle Dolomiti bellunesi, conosciuto a livello internazionale come il Paese dei Murales: dal 1980, le pareti in pietra delle sue case antiche ospitano un museo a cielo aperto in cui artisti da ogni parte del mondo sono stati chiamati a restituire, attraverso l’affresco, la storia e i mestieri della comunità locale: fabbri, carbonai, casari. Kiba dipinse Il ciabattino (Al Scarper) nel 2010.
Nel 2010, in occasione dei trent’anni del progetto, è Kiba Lumberg a lasciare il proprio segno su quei muri. Così come i murales sono un mezzo che permette di salvare dall’oblio le radici di una comunità, l’opera di Lumberg è una rielaborazione critica della memoria culturale dei roma finlandesi. Per un’artista che ha sempre concepito la creatività come rottura del silenzio, il murale è un linguaggio diretto, una voce che non può essere ignorata.

