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“La religione dei sámi”

A partire dalle saghe scandinave, dove ai finnar erano attribuiti inquietanti poteri magici, i popoli nomadi dell’estremo nord d’Europa, a lungo raccolti sotto il termine dispregiativo di “lapponi”, sono stati considerati uno dei simboli per eccellenza dell'”alterità”, di ciò che è ignoto, estraneo alla civiltà, quasi soprannaturale.

Nella sua prima opera (1910, ma pubblicata nel 1915) intitolata Lappalaisten uskonto (“La religione dei sámi”), esordio di una brillante carriera dedicata alla storia delle religioni, Uno Harva esplora l’universo spirituale dei sámi. Attingendo sia ai resoconti di viaggiatori e missionari, sia al materiale archeologico e iconografico, l’autore illustra le credenze dei sámi, ne rivela le strutture profonde, il senso della natura e l’interazione tra mito, rito e ambiente.

In occasione dell’uscita della traduzione italiana di questo caposaldo dell’etnografia, vi proponiamo un estratto dal primo capitolo, intitolato Il culto dei morti.

Erik Johan Jessen afferma che, secondo la concezione del noaidi sámi, nel corpo umano ci sono «tre parti fondamentali»: vita, spirito e anima. Con “spirito” i sámi intendevano semplicemente la respirazione, mentre “vita” denotava unicamente la capacità fisica del movimento. In base alla loro concezione tradizionale, la vita non scomparirebbe del tutto al dipartire dello spirito, come dimostrano il culto dell’orso e le usanze sacrificali, maconserverebbe la possibilità di riaccendersi fintanto che lo scheletro rimane integro. Di conseguenza, i sámi conservavano le ossa dell’animale ricollocandole nella disposizione originale. Si credeva che gli dèi avrebbero «fatto crescere nuovamente la carne sulle ossa» della bestia immolata. In epoca remota tale concezione doveva indubbiamente valere anche per le vittime dei sacrifici umani.

Ma l’anima poteva lasciare la propria sede e separarsi dal corpo già nel corso dell’esistenza, durante il sonno, l’estasi e la malattia, assumendo un aspetto diverso da quello umano. Incline alla metamorfosi era specialmente l’anima del noaidi, come avremo modo di vedere in seguito. Sembra essere stata comune la concezione secondo cui l’anima si manifestava sotto le sembianze di un uccello. In tale forma, essa compare soprattutto come presagio di morte. Secondo Jens Andreas Friis, i sámi di Norvegia chiamavano siffatto volatile, che nottetempo si sentiva gemere con voce umana, šuöje-lodde (“uccello-šuöje”). Nicolai Andreas Lundius chiama sueje lo spirito protettore del noaidi della Lapponia svedese. Il linguista ed etnografo Heikki Paasonen (1865-1919) considera questo termine il corrispettivo del finlandese suoja (“protezione”), che originariamente avrebbe indicato anche l’ombra.

Anche dopo la morte, l’“ombra” o lo spettro dell’uomo rimanevano in stretta relazione con il cadavere o con i suoi resti decomposti. Alla domanda posta dall’etnografo Väinö Salminen sul motivo per cui non bisognava rompere le ossa della bestia sacrificale, i sámi replicarono che «in certe notti gli animali immolati si aggiravano come ombre assieme agli abitanti del mondo sotterraneo, andando di cimitero in cimitero». L’archeologia insegna che, anticamente, i sámi non avevano veri e propri cimiteri; a causa del loro assetto nomadico, essi dovevano seppellire i morti in sepolcri occasionali.

Antica sepoltura sámi alla foce del Paatsjoki. Foto di Toivo Immanuel Itkonen.

Spesso sceglievano come luogo di sepoltura un cumulo di pietre o un burrone roccioso. Tuttora, in estate, quando risulta difficile, se non impossibile, raggiungere chiese situate a grande distanza, i sámi seppelliscono i loro morti nei pressi dei luoghi abitati; da qui, con l’arrivo dell’inverno e del freddo, le salme vengono poi trasferite al camposanto. In tali circostanze, come luogo di sepoltura temporaneo si impiega, laddove possibile, un’isola lacustre, in modo che le fiere non arrivino a danneggiare i cadaveri, ma anche affinché i morti non possano accedere ai sentieri battuti dai vivi.

Sembra tuttavia che, verso la fine dell’età pagana, i sámi avessero cimiteri per l’intera stirpe. L’evidente desiderio di essere vicini ai parenti defunti portava i sámi a considerare una punizione divina il morire lontano dal luogo di nascita. Si dice che solamente personalità eminenti, cacciatori particolarmente abili con l’arco, venissero sepolti in luoghi sacri.

Anche la dimora del defunto era oggetto della massima cura. Anticamente il cadavere veniva sotterrato all’interno di un albero cavo, oppure si impiegava una bara intagliata dal legno. Nelle regioni più remote, ancora in epoca cristiana, i sámi seppellivano i defunti in slitte, attorno alle quali collocavano zolle erbose e ciocchi di legno per impedire i danni provocati dalle belve o da una rapida decomposizione. Va menzionato che la salma veniva talora inumata nella slitta, in posizione seduta, con una renna aggiogata davanti.

Tomba sámi vicino al lago Ropen, Tärna (public domain)

In Lapponia sono state rinvenute anche sepolture fatte di pietre ricoperte con erba e fronde di betulla. Sulle tombe i sámi orientali erigevano una costruzione di tronchi smussati sul cui tetto veniva lasciata una piccola apertura per permettere all’anima di uscire liberamente quando necessario. Quest’ultima usanza potrebbe essere un prestito dalla Carelia di Dvina. I ritrovamenti archeologici testimoniano che in epoca pagana la tomba veniva collocata esclusivamente lungo l’asse ovest-est, in modo che la testa della salma fosse rivolta a occidente, le gambe a oriente; il viso era pertanto rivolto a est. Questo tipo di sepoltura sembra essere il più antico in Europa. Generalmente i sámi si affrettavano a lavare il defunto subito dopo la dipartita dello spirito, prima del rigormortis. In Lapponia russa è usuale che donne e uomini puliscano solo le salme del proprio sesso. Tra i sámi di Scandinavia, nei tempi pagani, colui che aveva l’ufficio di preparare la salma per l’ultima dimora doveva indossare al braccio una fascia di rame ricevuta dai congiunti del defunto, «affinché non gli accadesse nulla di male».

In Lapponia russa, la bara e la cella sotterranea sono realizzate unicamente da uomini le cui consorti non sono in stato di gravidanza o hanno già smesso di allattare: i loro bambini rischierebbero altrimenti di contrarre una malattia mortale. Il giorno della sepoltura nessuno, neppure i vicini, possono badare alle proprie faccende, ma devono essere pronti a servire il defunto, qualora richiesto: trascurare questa usanza può comportare come punizione la morte.

I missionari riferiscono che le persone abbienti seppellivano i propri defunti avvolgendoli nel lino, mentre i poveri impiegavano vecchi stracci. Nel far ciò, i sámi prestavano attenzione che la salma fosse accuratamente coperta. Ciò potrebbe derivare dal timore che l’anima del defunto, che si credeva albergare nel corpo anche dopo la morte, potesse abbandonare la propria sede e tornare a spaventare i familiari. In talune regioni della Lapponia russa era usuale avvolgere il defunto in una pelliccia di renna o d’orso. Secondo un’usanza più arcaica, i sámi impiegavano esclusivamente bendaggi in corteccia di betulla per fasciare la salma. Nei loro luoghi sepolcrali sono state abbondantemente rinvenute queste fasciature di corteccia, arrotolate più volte attorno allatesta, talvoltaalle mani e ai piedi, in parte cucite insieme. Oltre a fornire il cadavere dei summenzionati involucri, ai vivi spettava anche l’obbligo di prendersi cura degli altri bisogni del defunto. Bisognava fornirgli provviste, oltre ad armi e utensili, che gli sarebbero stati certamente utili nell’esistenza oltremondana.

Si dice che i sámi avessero l’abitudine di porre nella bara una borsa di provviste: vari cibi, pane, formaggio, carne, pesce, burro, sego, etc. In epoche più recenti il defunto riceveva persino del tabacco perché si credeva che, nella dimora sotterranea, potesse aver bisogno di sostanze eccitanti. Assieme alla salma si ponevano beni di prima necessità, acciarino e pietra focaia, trucioli essiccati, archi, dardi, asce, coltelli, nasse, sci, cucchiai, pipe, pettini, stoviglie, etc. Alle donne si mettevano a disposizione forbici e aghi. Lo zoppo riceveva il suo bastone, il noaidi il proprio tamburo, il cacciatore il cane e la lancia; un cane veniva seppellito insieme alla padrona di casa. Anche le lenzuola sotto le quali giaceva il defunto durante la malattia, nonché la slitta che ne aveva trasportato il corpo nell’estrema dimora, rimanevano proprietà del defunto. La slitta veniva sepolta nella tomba o la si collocava sopra capovolta. Nei più antichi ritrovamenti funebri dei sámi è stato rinvenuto un nutrito assortimento di utensili. L’usanza sámi di sotterrare i tesori sembra essere in parte dovuta alla credenza di potervi attingere nell’esistenza oltremortale.

Kota di sámi in Norvegia, ca anno 1900

Dalle cerimonie funebri sámi appare chiaramente l’innato terrore dell’uomo nei confronti della morte. Il cadavere non veniva portato all’esterno attraverso la porta, ma facendolo passare sotto la falda della kota dove la persona era deceduta: morti e vivi non potevano infatti incrociare i rispettivi sentieri. I sámi sostengono che, se il defunto venisse fatto passare per la porta, sarebbero presto conseguite altre morti. In alcune regioni è usanza spargere fuoco o brace incandescente dietro coloro che accompagnano il defunto. Se è necessario trovare un’ubicazione provvisoria per la salma prima della sepoltura, per esempio in un granaio, nessuno oserà più recarvisi per l’intero periodo, tale è il timore suscitato. Nei giorni immediatamente successivi al decesso, tutte le porte dell’abitazione del trapassato devono restare aperte.

Cranio lappone. Dal volume Travels of the Scientific Commission of the North, in Scandinavia, Lapland, Spitsbergen and the Faroe Islands, 1852

I sámi di Kola avevano l’abitudine di lasciare completamente aperta e vuota per qualche tempo l’abitazione del familiare defunto; solo decorsa una settimana si poteva nuovamente accedervi. Talvolta la kota veniva trasferita in tutt’altro luogo, lasciando che fosse una pietra a ricordare il luogo del decesso. La paura della morte era accresciuta dalla credenza secondo cui il defunto avrebbe ricevuto la visita degli avi già trapassati, venuti a portarlo via, e i sámi sostenevano di poterli vedere nell’oscurità con i loro stessi occhi; generalmente solo gli animali erano però in grado di scorgerli. Quando si accompagnava il defunto al sepolcro, la salma veniva condotta per ultima su una slitta trainata da una renna. Le sepolture erano accompagnate da banchetti funebri. Leem riferisce che, nella Lapponia norvegese, si preparava un umile pasto per il corteo funebre, servendo sidro e altro. Secondo Tornæus, i sámi di Svezia avevano l’abitudine di invitare alle esequie i parenti [defunti] più stretti, per ciascuno dei quali si poneva mezzo bicchiere di acquavite sul tumulo sepolcrale. Lundius riferisce inoltre che, se il banchetto funebre prevedeva degli alcolici, gli uomini, prima di bere, immergevano per prima cosa un dito nel liquore e si ungevano il volto. Solo dopo aver bevuto, si iniziava a lodare il defunto.

Umettare le dita e ungersi il volto è un gesto il cui significato può essere compreso esaminando una corrispondente usanza dei sámi di Norvegia. Randulf riferisce infatti che, prima di andare in chiesa per ricevere la comunione, i sámi avevano l’abitudine di prendere un bicchiere di birra o preferibilmente di acquavite, se ne avevano a disposizione; nella bevanda intingevano tre dita con cui si tracciavano sulla fronte un segno a forma di croce, rappresentando in tal modo il martello di Þórr. In altri casi si premevano tre dita inumidite sul petto nudo, lasciando altrettante macchie. Il significato di questo atto era garantirsi la protezione dei defunti. Sia la bevanda commemorativa che il segno tracciato con le dita sono indubbiamente elementi di provenienza scandinava.

È invece autoctona l’usanza di abbattere la renna impiegata per il trasporto del defunto, la quale, come afferma Högtröm, non può più essere imbrigliata. Rheen descrive questa cerimonia sacrificale nel seguente modo:

Tre giorni dopo la sepoltura, prendono la renna che ha condotto la salma in terra consacrata, la macellano in onore del defunto e la mangiano insieme ai parenti e ai congiunti. Raccolgono poi tutte le ossa, le collocano in una cassa appositamente fabbricata e le sotterrano. Dopodiché preparano un’effige lignea che ubicano sopra la cassa; la dimensione dell’immagine dipende dalla statura del defunto.

Secondo Graan assieme alle ossa si seppellivano anche tre ramoscelli di betulla cosparsi con il sangue della renna sacrificata, sui quali si ponevano anche pezzi del cuore e dei polmoni dell’animale.

Già dopo le esequie, il defunto viene commemorato portando sulla tomba del tabacco o ciò che aveva più gradito durante la vita. Rheen narra che, se il defunto era stato abbiente, si macellavano in sua memoria delle renne dopo uno, due e tre anni dal decesso. Anche in questo caso le ossa dell’animale immolato andavano collocate sottoterra. All’orecchio destro della renna scelta per il sacrificio, si cuciva un filo nero. Graan riporta che si preparavano anche delle piccole pagnotte d’orzo della dimensione di mezzo tallero d’argento, che venivano quindi spezzettate sulle sepolture dei congiunti anche a un anno di distanza dall’inumazione, «finché, dal cedimento della tomba, potevano dedurre che il cadavere fosse già completamente decomposto».

Se non si rendeva omaggio al defunto con il sacrificio, si credeva che, per punizione, ci si sarebbe impoveriti. Secondo Lundius, i sámi ritenevano che le loro renne, indipendentemente dal numero di capi, «morissero immediatamente con il loro padrone, fossero esse ferme o in cammino, cadendo come steli d’erba». Se il defunto veniva impiegato in qualche speciale attività per alcuni anni dopo la sua morte – per esempio come guardiano delle renne – gli si doveva offrire un sacrificio annuale durante quell’intero periodo.

Uno Harva
LA RELIGIONE DEI SÁMI

Traduzione e cura: Elisa Zanchetta
Edizioni Vocifuoriscena
Pagine: 260

(Sotto il titolo “Famiglia sàmi accanto al fuoco”. Dipinto di Alexander Lauréus, 1818.)

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