Jessikka Aro, giornalista e reporter attiva per diversi anni presso la televisione di stato Yle, ha fatto oggetto delle sue indagini il sistema di guerra ibrida messa in atto dai russi. Per questo motivo è stata oggetto di ripetute molestie, persecuzioni e diffamazioni da parte di organizzazioni filorusse. Ma ha avuto anche dei riconoscimenti, come essere insignita del Courage in Journalism Award.
Dopo un primo volume che le ha dato notorietà internazionale (I troll di Putin, Johnny Kniga 2019), Jessikka Aro ha pubblicato nel 2024 un secondo libro dal titolo La guerra segreta di Putin. Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente (Neri Pozza 2026).
Il volume è diviso in capitoli autonomi, e il primo prende in esame la tragedia di Smolensk, il disastroso incidente aereo che aveva coinvolto un Tupolev nei pressi della città russa, causando la morte di 96 persone tra cui l’allora presidente polacco Lech Kaczyński e sua moglie. La versione ufficiale, sostenuta dalle autorità russe, è che si fosse trattato di errore umano in condizioni di precaria visibilità. Secondo Aro è possibile una lettura alternativa dell’incidente, un attentato con esplosivo a bordo. Ma studia anche tutte le strategie di distrazione messe in atto dai presunti colpevoli per cancellare le tracce dell’attentato.
Nel resto del libro Aro analizza in dettaglio come il Cremlino, attraverso azioni militari segrete, fake news e propaganda, attacchi sistematicamente le democrazie occidentali e persegua senza scrupoli un programma di destabilizzazione, da Varsavia a Washington, da Berlino a Kiev. L’autrice accompagna il lettore in un viaggio tra le sfide di politica di sicurezza del nostro tempo: dalla Corte d’appello di Helsinki, in cui lei stessa è una vittima, alla controversa statua del soldato russo di bronzo a Tallinn, dal centro mediatico collegato ai servizi segreti russi a Berlino alla fabbrica di troll russi che operava in Africa occidentale. Un capitolo centrale è dedicato alla figura controversa del patriarca di Moska Kirill, nato Vladimir Gundjajev, strettamente legato alla cricca dei siloviki che gestisce la guerra in Russia e che lancia operazioni cariche di odio non solo verso l’opinione pubblica interna russa, ma anche all’estero.
L’azione delle truppe mediatiche di Putin, a parere della giornalista, ha una strategia precisa: accompagnare l’uso delle armi con un enorme sistema di disinformazione al cui cuore si situa il racconto, tipicamente vittimistico dei regimi autoritari, che sarebbero i russi a subire attacchi, manipolazioni mediatiche, propagande avverse. Difendersi attaccando, nella convinzione che il campo informatico sia un terreno in cui mantenere la superiorità.
Valerij Gerasimov, capo di Stato Maggiore delle forze armate russe, li chiama “metodi militari occulti”, un modo per occupare Stati senza farlo fisicamente. Finanziare le opposizioni compiacenti per esempio, favorire la disgregazione delle istituzioni dei Paesi europei.
Aro dedica molto spazio alla descrizione delle manovre diversive affidate a utili idioti – ve ne sono molti anche da noi – che minimizzano o negano l’esistenza di un apparato che vede al suo vertice sopratutto lo stesso Putin e Gerasimov.
Da YouTube a Facebook alle troll factories in grado di costruire balle colossali, ma così virali da influenzare le elezioni negli Stati Uniti o il referendum sulla Brexit.
Un ruolo di primo piano svolgono canali quali “Russia Today” o “Sputnik”, motori di narrazioni propagandistiche in grado di spostare gli umori e le convinzioni di grosse fette dell’opinione pubblica mondiale. Strategie e movimenti di cyber-assalti e gruppi paramilitari (già dimenticato il Gruppo Wagner?) sono raccontati in questo libro con un notevole dispiegamento di documenti.
Sulle prove documentarie si è accesa una grossa polemica, che vede in prima linea giornalisti come il polacco Bartosz Wieliński, vicedirettore di “Gazeta Wyborcza”, secondo il quale, nel caso di Smolensk, la nuova indagine avviata dal partito del presidente morto, Diritto e Libertà, sarebbe stata motivata da ragioni politiche.
Un libro dunque non condiviso da molti, a cominciare da editori di paesi come la Repubblica ceca che hanno dapprima acquistato i diritti di traduzione del testo ma poi si sono rifiutati di pubblicarlo.
Il libro ha qualche pecca strutturale, riconducibile all’edizione finlandese. Alcuni argomenti vengono ripetuti, segno della mancanza di una riscrittura dei diversi reportage nel formato libro, lasciando la sensazione di una serie di schede tra loro separate. Un limite accentuato da una certa secchezza di scrittura dell’autrice, uno stile abbastanza scabro, più efficace chiaramente nella dimensione di un articolo da giornale.
Però è un libro da leggere, perché è utile a riflettere su alcuni punti che riguardano anche la ricezione dell’informazione manipolata da Mosca in Italia. Il libro ripropone (se pure con finalità e una scrittura molto diverse) alcune questioni sollevate da una celebre scrittrice finlandese, Sofi Oksanen, che nel suo pamphlet del 2023 La guerra di Putin contro le donne (tradotto in italiano nel 2024 da Einaudi col titolo – assai più discreto – Contro le donne. Lo stupro come arma di guerra).
Un tema segnalato in tutti e due i volumi, in particolare nel secondo, è la rimozione dal lessico occidentale delle parole colonialismo e imperialismo a proposito della Russia di Putin. Sostiene la Oksanen, facendo un paragone con la storia degli Stati Uniti: “Il colonialismo russo non è presente nella cultura popolare occidentale, né nei fumetti, né nei film, né nei servizi streaming, né nei giochi per bambini, né nei nomi delle tavolette di cioccolato… Su Netflix non ci sono film sui russi che sparano ai nenezi per spogliarli dei giacimenti di petrolio, e nei nostri negozi di articoli da carnevale non si vendono abiti tradizionali nenezi…”
“Eppure il discorso postcoloniale sull’argomento ha ignorato le popolazioni indigene della Siberia perché l’asservimento di questi popoli non è parte della cultura di massa. Le minoranze etniche che vivono in Russia sono, in Occidente, completamente invisibili. Il professor Sergey Medvedev sostiene che l’imperialismo russo sarebbe iniziato nel 1654, quando l’Ucraina fu inglobata nell’Impero degli zar. Ecco perché in Russia si ritiene che il Paese perderebbe la sua identita senza l’Ucraina.”
Da questo atteggiamento imperialistico nei fatti nascerebbe il razzismo dei russi nei confronti di tanti Paesi “piccoli”, a cominciare dall’Ucraina. “Il razzismo russo nei confronti degli ucraini e l’averli trattati come esseri inferiori hanno rafforzato in Mosca l’immagine degli ucraini come soggetti incapaci di opporre resistenza. Lo stesso atteggiamento si riflette nella coscienza russa dell’Ucraina, della Polonia e dei Paesi baltici, viste come piccole nazioni emotive e isteriche. Ecco perché la resistenza ucraina ha sorpreso persino l’Occidente.”
Simili posizioni ha anche Jessikka Aro, colpita duramente da attacchi non solo mediatici. La percezione che si ha a Mosca, ma anche tra i putiniani attivi in occidente, è che chi fa informazione come lei non rappresenti un interlocutore con cui fare i conti, cui ribattere con gli stessi mezzi, semmai un nemico. In un lungo capitolo del volume dedicato a sé stessa, cioè alle sue lunghissime traversie con personaggi come Johan Bäckman e Ilja Janitskin, già condannati in primo grado a Helsinki, la Aro fa presente come sia stata “costantemente etichettata come tossicodipendente, criminale, bugiarda, informatrice dei servizi segreti statunitensi e soldato ibrido della Nato”.
Avendo sempre seguito sui media italiani il dibattito (soprattutto televisivo) sulla guerra in Ucraina, mi domando perché testimonianze come quelle di Sofi Oksanen e Jessikka Aro, che hanno dedicato una vita a studiare il grande vicino orientale, non rientrino mai nell’agenda del dibattito sulla politica estera che si fa in Italia quando si parla di Russia.
Ho notato che, una volta selezionati due o tre interlocutori ritenuti “televisivamente” accattivanti, a quelli si fa sistematicamente riferimento. Come un docente della Luiss le cui tesi sono note da anni, ma che viene interpellato ogni giorno, forse perché quel che si vuole non è approfondire i temi – per questo servirebbe variare i punti di vista – ma ripetere coattivamente le posizioni degli uni e degli altri in una eterna partita a scacchi in cui non si vuole che vinca nessuno. A parte l’audience.
Jessikka Aro
La guerra segreta di Putin.
Le operazioni ibride della Russia contro l’Occidente
Traduzione di Marcello Ganassini e Nicola Rainò
Neri Pozza 2026
366 pagine

