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L’ultima parola: la poesia di Harri Nordell

Harri Nordell, nato a Salo nel 1956, ha pubblicato diversi volumi di poesia. L’ultimo, Hajo, è edito da WSOY nel 2016.

Nella postfazione a un’antologia del poeta, Tarja Roinila descriveva la sua poesia come “minimalista”. Se però analizziamo la cifra poetica di Nordell, notiamo subito come essa si sottragga a una classificazione immediata come minimalismo lirico per collocarsi piuttosto nell’ambito di una “poetica aforistica”, dove il frammento non è riduzione ma cristallizzazione, non sottrazione ma condensazione di un intero mondo percettivo.

I testi che qui presentiamo ne offrono una testimonianza esemplare: sono enunciati che funzionano come dispositivi di visione autonomi, chiusi nella loro forma come cristalli che rifrangono la luce piuttosto che specchi che la riflettono. La struttura compositiva dominante è caratterizzata da frasi brevi, accostamenti secchi, ellissi sintattiche che non creano incompletezza ma autonomia semantica. Non si tratta però della riduzione del discorso poetico, quanto piuttosto della sua intensificazione. Le corrispondenze apparenti (parole, elementi naturali, i sempre ricorrenti diversi gradi di luminosità) colgono quello che si può definire “resto assente”, vale a dire tutto ciò che non compare nel verso ma fa almeno sottintendere la sua presenza; non quindi un vuoto mistico né una lacuna testuale, ma piuttosto quella riserva semantica che costringe il testo a diventare evento mentale nel lettore. Le sue omissioni sono calibrate con precisione e spesso l’identità del soggetto lirico si enuncia attraverso metamorfosi senza connettivi esplicativi. Piuttosto che progressione narrativa, una “simultaneità ontologica”.

Anche da un punto di vista di formato tipografico l’assenza arricchisce, non sottrae contenuto al testo: gli spazi bianchi della pagina, dove galleggiano solo pochi versi, diventano spazi metamorfici, per sentire gli avvenimenti come condizioni simultanee dell’essere. Nordell rifiuta esplicitamente l’idea di poesia come enigma da decifrare: la difficoltà del testo non nasconde un significato recondito ma sposta le coordinate percettive. L’estraneità diventa qualità primaria della sua poesia, e propone un modo diverso di vedere il “vero”, più che la realtà. Se letta aforisticamente, la poesia di Nordell non è metalinguistica ma cosmologica: enuncia un mondo fatto di scarti, metamorfosi, identità mobili. Il minimalismo linguistico non assurge a oggetto di culto ma si manifesta come strumento per presentare un reale afferrabile solo attraverso tracce minime; le analogie, inoltre, non sono ornamenti retorici né personificazioni decorative ma rivelazione della struttura profonda del reale.

L’uso frequente del tempo presente si configura come condizione permanente dell’essere. Nordell dichiara un monologismo nella scrittura (“scrivendo non penso al lettore”, ha dichiarato in un’intervista all’estensore di questa nota) ma crede che il soggettivo possa diventare comune in un “patto segreto”. E questa è la ragione secondo cui, crediamo, si può parlare di logica aforistica: l’aforisma non persuade né spiega, si espone.

L’apparente difficoltà di questi testi non risiede nel fatto che essi rappresentano una serratura da aprire, un mistero da svelare, ma un cambio di ottica da accettare: guardare il mondo come Nordell lo enuncia significa abitare lo spazio delle metamorfosi continua, o dove è “lunga la mia attesa”, non perché qualcosa debba arrivare o accadere, ma perché è la forma stessa del nostro stare al mondo.

Sono fragile luce. Albero del supplizio.

Muto come la tua lingua, roveto ardente,

e radice di morte.

***

Ogni giorno,

nel lume di primavera il largo,

indugia come la nostra speranza,

come ogni giorno.

***

La corona del sole

nel cielo di notte, le mie dita

covano nella tua immagine.

***

A novembre le scie del vento piene di parole disperse, di luce.

***

Perdura il giorno invernale.

Dalla crepa della terra cupa

la seta grigia del sogno.

***

Sei giovane.

Gialla brilla

la terra del sole.

***

Lillà ombrosi, con occhi d’ombra

biancheggiante.

La luna ha piantato a terra il suo tallone.

***

Null’altro che depressione. Il vento

investe gli alberi

come le stelle cadenti.

***

Crepuscolo avvolgente color fumo le lanterne di spiree, avanza

al galoppo il silenzio.

***

Spira il vento, tingendosi di giallo

sussultano le spalle del prato.

Lunga la mia attesa.

***

Quando la ninnananna tace,

batte il cuore delle pietre,

silenzioso e crudele.

***

Lontano,

oltre il chiaror lucente

una zattera nella corrente

nessuno mai sente

dove dormi.

(Foto del titolo di Irmeli Haapanen. Pubblichiamo col permesso dell’autore)

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