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Notturno elettronico: c’è tutto, meno il lettore

Notturno elettronico, opera prima di Hugo Bertello, è stato pubblicato lo scorso febbraio nella collana “Sperimentali” delle edizioni Terrarossa, giovane casa editrice che nasce “con l’idea di provare a seminare parole fuori dai tracciati consueti.”  

Il titolo sintetizza bene le due anime che si contrastano sistematicamente all’interno del testo: la nostalgia del passato, del mito, dell’oriente, e l’incombere di un futuro tecnologico, dell’algoritmo che vorrebbe decidere tutto nelle vite degli umani. Contrasto reso anche nella copertina: paesaggio notturno coperto di neve con un cervo che sfiata nell’aria gelida, un cielo stellato che è solo il circuito stilizzato di una scheda madre.

Ad apertura del testo, posto ad esergo, un altro paradosso: il mai-sempre del grande premio Nobel islandese Halldór Laxness: “di notte il ghiacciaio diventa un profilo quieto che riposa in se stesso ed esala su persone e animali la parola mai, che forse vuol dire sempre.” (Sotto il ghiacciaio, Iperborea)

Il romanzo ha attirato la mia attenzione perché il protagonista, Ricardo, si muove nella città di Helsinki. È un matematico teorico specializzato in teoria dei numeri e geometria differenziale prestato all’informatica dopo esser stato espulso dal mondo accademico perché le sue ricerche, concentrate soprattutto sull’ipotesi di Riemann, “un’ipotesi sulla distribuzione dei numeri primi, ovverosia di quei numeri interi a partire dai quali è possibile produrre tutti gli altri”, hanno portato a nulla.

La sua esperienza di informatico a Helsinki lo avvicina a un gruppo di informatici e matematici a cui arriva grazie a un incontro fortuito in lavanderia con Yana, ragazza coreana interessata all’ipotesi di Riemann e ai suoi risvolti pratici. I ragazzi del gruppo hanno però un proposito sovversivo, che Ricardo scopre un po’ alla volta: creare un virus informatico che cancelli ogni forma di tecnologia nel mondo per riportare l’umanità a uno stato originario dove mondo reale e virtuale si incontrano, lontano dal condizionamento degli algoritmi.

Una piccola società carbonara che non è costruita su un passato o un’esperienza comune: sono esempi di solitudini che si incontrano e si scontrano, unite da una comune paura per il futuro. Per conquistare Yana, Ricardo accetta di far parte del gruppo, senza alcuna convinzione personale.

La storia procede secondo una struttura musiva: capitoletti che alternano le trame del complotto con le inconcludenti avventure sentimentali del narratore, insieme con pagine di riflessioni filosofiche che spaziano alla matematica teorica alla psicoanalisi. A intervallare i capitoli le righe scritte nel linguaggio Python, un esempio di come il linguaggio informatico tenti di ridurre a formule perfino la drammatica complessità dell’amore.  

Fin qui, una bella esercitazione di stile. Bertello sa alternare linguaggi diversi, ama smisuratamente le allusioni criptiche e le citazioni dotte. Sa anche che il lettore, stremato, ha bisogno di pause. Così fa in modo che il narratore incontri (nel sottosuolo del suo condominio a Kallio)  Jussi, un artista concettuale esperto di mitologia. Sarà quasi una guida spirituale, uno strumento per capire meglio il popolo finlandese.

È questa la parte del romanzo che ha destato in me il maggiore interesse. Perché Notturno elettronico si inserisce, ultimo (ma solo per il momento) in una lunga lista di romanzi che sono stati scritti da persone di varia etnia appena giunte a Helsinki, città mitopoietica come poche, pur mostrandosi “compatta e prevedibile”. E forse proprio questa sua compattezza, anche storica (pochi secoli, a fronte di tante altre città europee) spinge chi ci arriva a scavarne le profondità, il sottosuolo appunto, alla ricerca di una antichità che non si trova nei monumenti, ma nel mito, nell’epica, nella lingua molto spesso.

Bertello si abbandona a questa fascinazione, cercando di costruire per il lettore una mappa della città più ampia e più antica, spostandosi in continuazione da una piscina pubblica a un bar di periferia, da una sala di karaoke alla spiaggia di Hietaniemi, dove “una lunga lingua di sabbia dorata si immergeva in un mare torbido, a cui facevano da sfondo sinuosi tralicci dell’alta tensione e atolli boschivi sorvegliati da paffute nuvole bianche”.

Leggendo queste pagine di Bertello, che snocciolano con evidente piacere dello scrittore i nomi finlandesi di strade e luoghi, ho apprezzato la differenza con un antico prototipo di questa letteratura, quella Nuova grammatica finlandese, romanzo uscito nel 2000, in cui venivamo accompagnati nel giro più turistico della città, tra la cattedrale e la piazza del mercato, testo infelicemente caratterizzato da imprecisioni e anacronismi (uno dei personaggi sorseggiava un liquore di una celebre ditta, purtroppo fondata solo dieci anni dopo l’epoca della vicenda narrata).

Dunque un mosaico narrativo che alterna le tessere di miti e teorie scientifiche, riflessioni filosofiche che vengono da mondi ed epoche diverse, sorta di muqarnas arabe sospese su un telaio di titanio, quasi a consegnarci quel mondo contraddittorio, ma ricco e strano che i giovani del complotto vorrebbero distruggere per sempre. Il finale ruota intorno alla domanda che pone ai sodali il matematico iraniano Hamid, l’anello fragile del gruppo: “Avete riflettuto su ciò che perdiamo, se rinunciamo alla tecnologia?” Era quello che noi lettori ci domandavamo dall’inizio, prima di tanto girovagare, sin dalle prima pagine in Python.

Nella lunga lista di ringraziamenti “agli esseri umani”, posta in fondo al volume, accanto a filosofi, scenziati e artisti antichi e moderni, compare la scrittrice finlandese Iida Turpeinen, apprezzata autrice de L’ultima sirena (Neri Pozza 2024). Ecco, si tratta di un esempio, ben riuscito, di raccontare una storia, tra fiction e scienza, ma lasciando al lettore, una pagina dopo l’altra, una sua personale partecipazione alle vicende narrate. Una messa alla prova delle sue conoscenze, confrontate con la sapienza di chi scrive.

Perché c’è sempre, a mio parere, una faccenda che riguarda i lettori, e la loro presenza nel testo narrativo. Che le vicende narrate siano collocate a Helsinki, o in un’isola nel Mare di Bering, chi legge deve poter trovare dei “tracciati”, una sua collocazione che non sia di pura testimonianza. Più di un recensore di questo romanzo ha scritto che non sarebbe necessario essere competenti di matematica teorica o di “camei informatici” per apprezzare il testo. Non sono d’accordo. Non credo che saltare sistematicamente intere sezioni del romanzo perché non si è competenti sia giusto. Ne va della mia dignità di lettore.

Proprio la civiltà della complessità in cui ci gloriamo di vivere ha bisogno di regole e di metodi; i lettori non devono essere costretti  a rincorrere, spesso in modo vano, gli strumenti primari del narratore al fine di riuscire a scorgere nel testo un interesse che lo coinvolga. A meno che non ci si voglia limitare a guadagnarsi l’attenzione del lettore puntando esclusivamente su parvenze o simboli spettacolari (Gadda).  

L’adesione alla narrazione ha diverse motivazioni, in parte semplici, ma certamente richiedono da parte del lettore una forte partecipazione empatica; soltanto attraverso questa complicità emotiva scatta la passione dell’interpretazione del leggere e dello scoprire. Come lettore, non accetto di esserne escluso.  

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