Il numero 48 di Slovo a smysl / Word & Sense, la rivista della Facoltà di Lettere dell’Università carolina di Praga, uscito nel luglio 2026, ospita alle pagine 53–76 uno studio di Lenka Fárová, Petra Loučová e Viola Parente-Čapková dedicato alla corrispondenza tra lo scrittore finlandese Mika Waltari e la sua traduttrice ceca, Marta Hellmuthová. Il titolo del saggio, «Speriamo che tutto migliori al ritorno della primavera, e dell’estate», è l’augurio che compare nell’ultima lettera che Waltari le scrisse. Il fascicolo è disponibile in open access all’indirizzo wordandsense.ff.cuni.cz.
Un romanzo scoperto in Egitto
Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, Marta Hellmuthová vive in Egitto, dove il marito lavora per l’ambasciata cecoslovacca. È lì che le capita tra le mani Sinuhe l’egiziano, uscito in Finlandia nel 1945, in traduzione francese. L’impressione è fortissima. In una lettera al padre, databile probabilmente al 1950, lo definisce un romanzo straordinario e ammette che fino a quel momento il nome di Mika Waltari le era «assolutamente sconosciuto». Poi aggiunge una domanda che, letta oggi, sembra contenere, in forma implicita, il resto della storia: «Non potreste scoprire qualcosa su di lui?»
Ad affascinarla sono l’intreccio di erudizione mediterranea e finzione narrativa e, in particolare, l’epoca del faraone Akhenaton. Tuttavia, le traduzioni disponibili nelle grandi lingue europee non la convincono. Come ricostruiscono le autrici dello studio, molte di esse derivavano dalla versione svedese, che Waltari aveva autorizzato in forma abbreviata; da quel testo già ridotto erano poi nate altre traduzioni, con tagli e modifiche ulteriori che l’autore non era più in grado di controllare.
Hellmuthová trae la conclusione più radicale possibile: se vuole dare ai lettori cechi il vero Sinuhe, deve tradurlo dall’originale. E quindi deve imparare il finlandese. Lo fa da autodidatta, nel corso degli anni Cinquanta. Il romanzo non è insomma una delle opere della sua carriera di traduttrice: è il libro che fonda quella carriera.
La scelta le costa anni di lavoro e non poche difficoltà editoriali (tra l’altro, parte del lavoro di traduzione di Sinuhe fu compiuta in prigione, dove era stata incarcerata come rappresentante del vecchio regime in quanto moglie di un diplomatico), ma le apre anche la strada verso l’autore. Gli scrive per chiedere l’autorizzazione, libri, materiali; poi lo aggiorna sui continui rinvii nella ricerca di un editore. Soltanto nel settembre 1964 può annunciargli che Sinuhe è finalmente in tipografia. L’edizione ceca esce l’anno successivo, in due volumi, con un corposo corpo di note; e diventa un classico duraturo: nel 2022 era arrivata alla diciottesima ristampa.
Ventidue anni di lettere
La corrispondenza esaminata copre gli anni dal 1956 al 1978: diciassette lettere di Waltari e trentasette tra copie e minute di quelle della traduttrice, più cartoline, auguri, telegrammi e tracce di telefonate. Non è un carteggio completo, ma basta a seguire con precisione l’evoluzione del rapporto.
A raccontarla sono, per cominciare, le lingue. All’inizio i due sperimentano: una lettera di Waltari del settembre 1956 comincia in francese, prosegue in tedesco e finisce in finlandese. Per anni prevale il tedesco, finché tra il 1971 e il 1972 Hellmuthová non passa attivamente al finlandese, che diventa la loro lingua comune. Il cambio di lingua accompagna, non a caso, il progressivo cadere delle distanze.
Il primo segnale arriva presto. Alla fine del 1956 Waltari firma una lettera, per la prima volta, «il suo amico Mika Waltari». Ringrazia Marta per alcune fotografie, le confessa di guardare spesso quella in cui compare con la figlia (gli dà l’impressione che si conoscano già bene) e le augura buon Natale. Poche settimane dopo le manda un suo nuovo libro con la speranza che le regali «un po’ di gioia», firmandosi di nuovo «suo amico».
Da lì in avanti le formule si sciolgono lentamente: dall’«Egregio signor accademico Waltari» si arriva a «Caro amico Mika», e dalla «Gentile signora Hellmuthová» a «Cara Marta». Il “tu” compare solo negli anni Settanta: lei lo usa già nel dicembre 1973, lui dal novembre 1975.
Ma a cambiare non sono soltanto i pronomi. Nelle lettere entrano le famiglie, la salute, gli umori. Waltari parla sempre più apertamente della propria stanchezza e delle sue depressioni; Hellmuthová racconta della figlia e poi della nipote appena nata. Nel 1968 lui le scrive: «Cara Marta, lei sa certamente che le auguro sempre soltanto il meglio», aggiungendo che, nel mondo di quei mesi, conservare un poco di pace interiore gli sembrava già molto.
Finalmente, l’incontro
Per quasi vent’anni i due sono amici senza essersi mai visti. Hellmuthová invita più volte Waltari e la moglie Marjatta a Praga, ma il viaggio non si concretizzerà mai. È lei, alla fine, ad andare in Finlandia, nel giugno 1973: incontra Waltari nel suo appartamento di Helsinki e passa con lui un lungo pomeriggio.
(Foto di Giorgio Tricarico)
Il ricordo entra subito nelle lettere. A settembre Marta ringrazia i coniugi Waltari per quelle ore nello studio dello scrittore, che continuano a «risplendere» nei suoi pensieri; qualche mese dopo lui le risponde che anche per lui è rimasto «un bel ricordo». Nel 1975 Hellmuthová torna in Finlandia per alcuni mesi e lo rivede più volte, fino al 2 luglio, quando Waltari rientra apposta dalla campagna per salutarla prima della partenza.
L’ultimo documento conservato è anche il più eloquente. Nell’aprile 1978, un anno prima di morire, Waltari chiude quella che è probabilmente la sua ultima lettera con poche parole: «Speriamo che tutto migliori al ritorno della primavera, e dell’estate. Da te la primavera è già arrivata. […] Tuo Mika.»
Una questione che riguarda anche noi
C’è un motivo per cui questa storia non è solo un capitolo di storia della traduzione ceca. La scelta di Hellmuthová di rifiutare le mediazioni e tornare all’originale è esattamente quella che i lettori italiani non hanno mai potuto compiere. L’edizione italiana di Sinuhe l’egiziano circola dal 1951 nella traduzione di Maria Gallone per Rizzoli, cioè dagli anni in cui il romanzo attraversava l’Europa lungo la catena di riduzioni che le autrici dello studio ricostruiscono: prima l’abbreviazione svedese autorizzata da Waltari, poi i tagli ulteriori di chi da quella versione ripartiva. L’edizione inglese del 1949, per dare un’idea, perse quasi un terzo del testo.
Resta allora un augurio: che prima o poi anche in Italia si possa leggere Sinuhe per intero e dal finlandese. Non sarebbe soltanto un atto di restituzione filologica. Sarebbe l’occasione per misurare davvero quello che aveva colpito Hellmuthová al Cairo: la capacità di Waltari di trasformare una mole enorme di ricerca storica in racconto vivo, e di scrivere un romanzo ambientato nel XIV secolo a.C. che parla, con una lucidità che non ha smesso di sorprendere, del Novecento e dei suoi disastri.
Marta Hellmuthová ci mise quindici anni a dare ai suoi lettori quel libro intero. Sarebbe bello, per noi italiani, non doverne aspettare altrettanti.
(Ricordiamo che, al momento, l’unica traduzione integrale dal finlandese in italiano di un romanzo di Waltari è “Johannes Angelos”, tradotto da N. Rainò per Iperborea nel 2014 col titolo Gli amanti di Bisanzio.)
(Foto del titolo: Marta Hellmuthová durante un soggiorno in Egitto- Securitas Imperii/archiv Catherine Mimra)

