Kaisa Ijäs: Parole in fuga

Kaisa Ijäs  (Helsinki, 1977) fa parte di quella lunga schiera di poeti-viandanti, capaci di investigare la “scienza delle parole”, percorrendo piani linguistico-temporali di analogia e identità e puntando alla ricerca della proiezione della realtà nei dati di fatto.

Esordisce nel 2009 con la raccolta Sorelle, fratelli (Siskot, veljet), che le valse il premio Katri Vala e i cui testi danno già una toccante testimonianza di una certa iniziazione linguistica, dove le parole non rivelano più una vuotezza imposta ma finiscono per svelare nuovamente la loro essenza unica.

Nella sua seconda raccolta, Punto di fuga (Pakopiste, 2013), la voce dell’autrice, ancor più matura, incede in quella terra di nessuno tra la filosofia e la scienza, segnalando ogni singolarità poetica.

La sua ultima raccolta poetica, Meridiana (Aurinkokello, 2018) è in assoluto una delle maggiori opere poetiche dell’ultimo decennio, e di sicuro un unicum nel panorama letterario finlandese, dove potrebbe addirittura essere sentita come un corpo estraneo. Le poesie di questa raccolta, per usare le parole di Roger Caillois, sono “parvenza di edifici mai edificati”, dove “il testo ha lo stesso fondamento della sostanza”. 

Foto di Heini Lehväslaiho

Intervista a Kaisa Ijäs 

Qual è la tua idea di poesia, la tua poetica?

Mi avvicino alla poesia in modo che, semplicemente, la lingua non sia solo un mezzo 

ma il fine stesso. Sempre presupponendo che si possa ancora dire qualcosa sull’argomento. Non mi interessano i metodi o la materialità, a meno che non si contino il movimento e il metabolismo. Ogni argomento o altra delimitazione cerca un proprio linguaggio, e rende visibile lo stato del divenire di qualcosa / verso qualcosa. Penso sempre più che il lettore si riveli con la sua interpretazione, la poesia può solo suggerire qualcosa e non pretendere nulla. 

La mia poetica è una sorta di mulinello che non riesco a scomporre con la mia mente analitica. Presto la massima attenzione all’apostrofe e al ritmo interno di una raccolta. La mia poetica è fusione, la capacità di mescolare e scoprire. Spesso, teoria ed esperienza si fondono nella lingua in un nuovo contesto del subconscio. Certo, alle spiegazioni spesso si associano troppi concetti o affetti, delle oscurità. O forse il mio rapporto con la tensione tra il linguaggio e il mondo è troppo ambivalente in questo momento, in quanto sto scrivendo un romanzo.

Qual è la tua posizione nei confronti del modernismo finlandese?

A cavallo del 2000, ho scoperto la poesia attraverso il modernismo degli anni Cinquanta. La produzione di Eeva-Liisa Manner è la pietra angolare più importante. Prima di allora, la poesia aveva alimentato la mia visione del mondo ed ero molto legata alle mie osservazioni frammentarie, ma qualcosa di più ampio e attraente emerse grazie alla Manner. A lei devo la scoperta di nuovi percorsi nella storia della poesia, della psicoanalisi, della filosofia continentale e del femminismo francese. Allo stesso tempo, mi innamorai del poeta-musicista Antti Koivumäki. Anche lui mi ha anche lasciato una sorta di chiave. 

Cerco di continuare l’eredità dei diversi modernismi in una sorta di versione cupa, ibrida e femminista. Per la mia natura di poeta, non mi considero una innovatrice dal punto di vista linguistico. Il mio background è nel teatro e ho studiato letteratura all’università per un periodo piuttosto breve. Per quanto riguarda il postmodernismo, invece, è singolare in un certo senso che la forma più dominante del 2020 sembri essere la frammentarietà consapevole del linguaggio, una forma ancora più antica dei modernismi. Questi andirivieni degli -ismi è qualcosa che riesce a divertirmi. Molto è anche una questione di potere, dissociazione e distanziamento, il ravvivare la lingua per trovare qualcosa di nuovo, una svolta rispetto a quanto scritto in precedenza. 

 Negli anni ’90, molti giovani poeti hanno fatto parte della NVL (Nuoren Voiman Liitto). Esiste oggi un’associazione simile in Finlandia? Ne fai parte o preferisci creare “esternamente” rispetto a simili associazioni?

Dopo la pubblicazione del mio libro di debutto Sorelle, fratelli (Siskot, veljet, 2009), mi fu chiesto di entrare a far parte del consiglio della NVL, dove rimasi fino al 2016. Tuttavia, non vi ho trovato nessuna affinità poetica significativa. Pensavo che il lavoro organizzativo fosse in qualche modo rilevante.

Ho fatto la conoscenza di scrittori, ma soprattutto del sistema, vale a dire della letteratura come istituzione, facendo le esperienze più diverse. Non credo che abbia avuto molto effetto su cosa o come scrivo. La mia seconda raccolta, Punto di fuga (Pakopiste, 2013), fu influenzata particolarmente dal periodo che trascorsi a Berlino. Mi sono sempre divertita di più al di fuori dei gruppi chiusi, aborro il conformismo e le gerarchie, spesso i gruppi evidenziano solo i miei lati peggiori, e soffro le pressioni sociali. Il gruppo più coeso oggi è quello di Poesia (osuuskunta Poesia).

Quanto è importante per te partecipare alla lettura di poesie e ad altri eventi “dal vivo”? 

All’inizio ero pronta a ‘buttarmi’ e a partecipare a tutto. Ho potuto prender parte a letture insieme a Sirkka Turkka e Rakel Liehu e al musicista jazz Verneri Pohjola. La performance più interessante è stata quella con l’artista argentino Mariano Pensotti, ‘Sometimes I think I can see you’, tenutasi negli spazi della capitale, dove abbiamo scritto su grandi schermi per tre giorni, improvvisando, in Piazza Eliel, a Helsinki. La mia scrittura, quindi, non focalizza l’attenzione sulla presentazione, ma sul fatto che io riesca ad esaminare delle cose nel linguaggio, lontana dai palcoscenici. Leggere poesie è qualcosa di terribilmente desolato e rivelatore, dove il testo ricade nel corpus sottostante. 

Ho letto che la raccolta Meridiana è stata considerata un ‘libro difficile’. In poesia, c’è differenza, secondo te, tra un testo difficile e uno chiaro?

È interessante pensare a cosa la renda così difficile. Forse è per via del linguaggio apparentemente antiquato, con discorsi e registri che ignorano molti dei fenomeni dominanti del nostro tempo, in qualche misura anche la visione scientifica del mondo. Dovrebbe essere chiaro che un libro di questo tipo non può soddisfare le caratteristiche di un postmodernismo predefinito, consapevole della lingua. L’ironia e l’umorismo di Meridiana non funziona a livello superficiale, ma il lettore deve scoprirli da solo, il che può creare confusione. Probabilmente volevo dimostrare che la sperimentazione può assumere molte forme. Non volevo affatto che fosse difficile. Pensavo che se all’inizio sono dura e seria, alla fine la cosa diventa divertente. L’argomento era molto ampio ed è per questo che ora intendo continuare con la prosa, con un’espressione più diretta.

Durante un evento di lettura, il mio collega Olli Sinivaara mi disse che avrebbe potuto discutere del mio libro per almeno sei ore. Un altro collega ha definito il mio libro una tesi di laurea. Eppure l’accoglienza è stata piatta, solo una recensione uscita su tuli&savu è riuscita a dire qualcosa di essenziale. Forse il cambiamento climatico era già troppo politicizzato come argomento. Oppure ho finito per irritare i riformisti.

Veduta di Mazzano Romano

Preciso un po’ l’origine della raccolta; Meridiana è nata durante i miei viaggi a Mazzano Romano [paesino del Lazio dove ha sede una Casa degli artisti della Fondazione Väinö Tanner] e Firenze. Rimasi colpita dalla storicità dei paesaggi. Rimasero a riecheggiare nei testi e alla fine decisi di indagare sull’inaffidabilità e sui vari strati della memoria. Volevo mantenere una prospettiva ampia, l’individuo non è al centro del libro, piuttosto i fenomeni più grandi che lo governano. Nella raccolta guardo anche me stessa da una grande distanza, anche se quasi tutto è filtrato attraverso le mie esperienze. Ho cercato di svolgere col testo i grandi piani temporali e di smantellare e di illuminare da più direzioni quelle strutture che diamo per scontate. Ho studiato il soggetto e ho lottato con la forma. Ho eliminato molto materiale, ero insicura e anche arrabbiata. Avrei anche potuto sviluppare la forma orientandomi verso il saggio, perché avevo letto molto, dialogando anche con queste mie letture, ma non volevo battibeccare, essere furba o competente. Alla fine, ho finito per seguire i soggetti della memoria da diverse angolazioni, in uno stile caleidoscopico. Sembrava il modo più divertente per assolvere a un compito impossibile. La situazione nel mondo è completamente priva di senso. Sappiamo che le civiltà/gli imperi non sono eterni e che l’incertezza è destinata ad aumentare. L’ibrido umano è destinato a finire. Tuttavia, il compito della poesia non è predicare ma trovare significati e bellezza anche nel bel mezzo di una crisi climatica.

Meridiana sembra aver influenzato altri poeti. In un certo senso, un tale effetto rimane nelle pieghe della storia letteraria, invisibile. A quanto pare, i poeti non hanno niente di meglio da fare che competere attraverso i testi. 

La peggiore accusa contro un poeta in Finlandia è quella di essere un elitario. Cosa ne pensi?

La poesia è inevitabilmente ai margini e anche la situazione della critica letteraria è abbastanza scarna. Quando si afferma ripetutamente che la poesia è difficile, la gente comincia a crederci.  Credo anche che alcuni travestono e confezionano il loro elitarismo in modo più calcolato o più abile di altri. Altri hanno un potere collettivo, reti mediatiche e una propria macchina di produzione. È quasi come se fosse un esercito personale. Io personalmente scrivo sulla solitudine, quindi difficilmente considererei la mia posizione o la mia poesia molto elitaria o populista. Cerco di scrivere in un modo che io stessa mi capisca. Ma il potere dell’immaginazione in questo tempo è qualcosa che non controllo e in cui non riesco a inserirmi. Forse anche scrivere in prosa potrebbe essere visto come una sorta di dichiarazione o di protesta contro l’elitarismo della poesia. Se non altro per riscoprire quella libertà e quella gioia di comunicare che mi hanno affascinato e mi hanno attirato nel campo poetico fin dall’inizio. 

In questo video l’attrice Vilma Melasniemi del KOM-teatteri interpreta visivamente la poesia “Etäisyys on tässä” (Qui la lontananza) dalla raccolta “Pakopiste”.

Foto Heini Lehväslaiho

Poesie

Entri nella cornice del suo nome dopo un sogno violento,

nella tua mente una nave in attesa del salvacondotto, una vela piegata alla carta ventosa

con gesti di vento, come una forza inadatta all’imprigionamento

da cui speravi di ricavare una barbozza illuminante; alza le mani,

inscena una pistola nella tua mano, guarda lo squarcio, il sigillo che le parole non

conoscono: il tuo cuore vestito di nero vi espira l’aria rubata

e il volto di aprile alla finestra come un piromane felice,

un ricordo fugace in strada, le grida degli uccelli sugli alberi quando alla fine il sassolino cade dalla tua scarpa e rotola lungo le venature degli alberi, una scena così dimenticata,

verso cui di nuovo, dopo essere morta già una volta, Psiche —


Mi ha fatto un nido in testa, spaventato i passeri, soffiato la brezza dal mare

e battuto la lamiera ondulata, ha lasciato vorticosi presagi nell’ingresso e portato scompiglio

in ogni faccenda domestica. Ora cucula lì in cucina, sulla groppa la cassa

dell’orologio e prepara il tè delle cinque come fosse nessuno, bestemmiando basso e

ammirando la posizione consolidata degli alberi, il suo andirivieni stivali infangati

ai piedi. Al centro dell’asse obliquo spicca solo l’ellissi di pneuma e fuoco,

innescato dalle foglie secche e dalla luce, che si alza al limite della prima neve del mattino ed espande i punti di scioglimento, a tempo tra altre incombenze. A lungo ha calpestato

quella sua grande cosa, come se avesse cessato di crescere in incomprensibilità.

Quando entra, strepita qualcosa sulla tendenza di stile e sembra che stia per erigere un monumento a se stesso. Accomodatosi sulla sedia più confortevole sottolinea di amare l’ordine e versa lacrime per la mia sudiceria insieme alla livella. In sogno parla di democrazia, ma quando sbadiglia è già alle prese con l’intero universo. Presto di sicuro salterà sul mio ego come su un trampolino. Presto di sicuro mi sopravanzerà di un passo e mi alimenterà col suo crepuscolo. Presto inizierà a dare in pegno e a dispensare informazioni, a chiedere l’impossibile e a rispondere con il possibile, ma nonostante tutto la sua tirannia si rivela così come la destinazione, solo quando dopo il salto si è già in aria.

Punto di fuga (Pakopiste, 2013)


Il calendario oscura la vista nell’attimo

che il paesaggio sta per rivelare.

La celere freccia della primavera

qualcosa di austero e la riga a sinistra.

L’anno ruota, il ferro caldo del nucleo

i poli magnetici dei dipoli.

Una meridiana, l’unità di tempo e spazio

sul dito un minuto, nella manina un’ora.

Il senso della luce si fonde con il senso del corpo:

la danza è ballare sopra le tombe.

In strada, l’ala staccata di un piccione e un bambino col viso da adulto

il rapporto tra una parte e l’interezza

il pensiero radicato della lancetta

lasciato come un’ala a ruotare intorno al suo viso.


La parte migliore del ricordo è fuori di noi, chi l’ha detto?

In collina sette anziani negoziano con il vento,

girando le spalle quando al monte quando al mare

il presente scintillante della superficie scaglia le onde sulla sua bordatura

la luce integerrima in cima alla montagna

geometria traballante sulle fiancate iris e gigaro

stringa di caratteri nel paesaggio

la distanza scoperta in funzione di scala

il teschio di cinghiale brusisce la lingua etrusca

il fantasma dell’eternità peregrino nelle gole della valle

e miriadi di sostanze accumulate

la serpentina sconcerta la montagna, il vento scuote il meleto,

niente non risuona nel paesaggio come nulla.


Le orme di un animale politico ci portano lungo l’arco più esterno

dell’anfiteatro, dove l’oratore evoca le muse della memoria, ad una

ad una, il suo esilio basato sull’apologia, passo

dopo passo il messaggero attraversa la maschera di nove muse

il vento fomenta fremiti spaventosi, la polvere secca la gola

la paura serrata alla carne tremola sotto la sua pelle come un canto senza parole

il timore lavato via nella corrente del fiume, sprofonda nella notte che si appressa al cielo

là dove cipressi e pini, il brusio degli alberi incensa

l’oblio al riparo delle stelle, solo la lampada della memoria tremola come una fiamma

sulla tempia finché l’abulia cede all’alba, gli orecchi si destano

ai suoni, la mente trasalita dai presagi ancora una volta passa in rassegna

tra il solido colonnato della sua apologia

Meridiana (Aurinkokello, 2018)

Foto del titolo di Liisa Takala. Per tutte le immagini utilizzate siamo pronti a far fronte ai diritti di riproduzione.