Sibelius-monumentti: foresta d’acciaio vivo

Inaugurato nel 1967, dopo sei anni di lavori, è uno dei monumenti più celebri della Finlandia. Seicento tubi d’acciaio saldati insieme e sostenuti da tre piloni su uno sperone di granito, in mezzo a un parco, per ricordare Jean Sibelius.  Opera di Eila Hiltunen, è visitato l’estate da torme di turisti ronzanti che si accalcano sotto la struttura per portarsi a casa una foto di gruppo.

Alla morte di Sibelius, nel 1957, la Finlandia pensò a un monumento che celebrasse il più amato musicista del Paese, e il centenario della sua nascita, il 1965, era abbastanza vicino. Fu indetto un concorso dalla Società Sibelius (Sibelius-Seura) appena fondata. Nel 1961 al Comitato organizzatore pervennero 50 progetti selezionati da una giuria di scultori e architetti. Erano stati invitati anche artisti stranieri, tra cui Giacomo Manzù, che però declinò. Dopo una prima selezione, che non arrivò a un giudizio condiviso, fu indetto un nuovo concorso, e nella giuria c’era l’italiano Luciano Minguzzi. La Hiltunen partecipò con un progetto intitolato Passio Musicae, un’opera astratta ispirata nella sua forma definitiva, così pare, dal Duomo di Milano, città in cui la scultrice aveva tenuto, nel 1962, una mostra alla Galleria Ariete. La sua vittoria finale non pose fine alle critiche, che divamparono sui giornali  per tutti e sei gli anni necessari per la messa a punto, fino all’inaugurazione del 1967.

La Finlandia del dopoguerra era stata percorsa da un grande furore costruttivo, infinite commesse di monumenti da dedicare agli eroi del conflitto, in memoriali più o meno interessanti, rispettosi però di una forma tradizionale in cui primeggiavano spesso gli stessi scultori, primo fra tutti Wäinö Aaltonen. Grande era la paura, registrata dalla stampa, che certe tendenze straniere, come l’informale, potessero cancellare le ragioni della “vera” arte finlandese. E infatti a sostenere il progetto della Hiltunen non furono i membri finlandesi della giuria, ma proprio quelli internazionali.

L’arte informale propugnata dalla Hiltunen era invece una forma di astrattismo estranea al figurativo, in cui a prevalere non era il riferimento all’oggetto dell’opera, ma invece la personalità dell’autore. Per non dire che si trattava poi di un’autrice, una giovane donna ancora poco conosciuta.

Alla fine prevalse il parere dei forestieri, ma il comitato ingiunse alla Hiltunen di aggiungere un elemento figurativo, l’effigie di Sibelius, accanto al monumento. Un Sibelius rannuvolato, in cui i tratti sono indubbiamente del maestro ma il grugno, quello, è certamente della Hiltunen!

L’uso dell’acciaio, la tecnica della saldatura, nascono dal lungo studio degli scultori americani, durante un viaggio di formazione negli Stati Uniti fatto nel 1958 e dall’incontro con Calder e Arhipenko, i noti esponenti della scultura moderna con cui strinse un rapporto di amicizia.

Il materiale fu sistemato in un laboratorio a Lauttasaari, detto “Marskin ateljee” perché venne usato anche per realizzare il monumento di Mannerheim. Lì la scultrice lavorò in prima persona con l’aiuto di un solo saldatore, Emil Kukkonen. Il lavoro durò in tutto sei anni, dal 1961 al 1967. Che bella quella piccola donna, un grumo di energia, col suo elmo da saldatrice in cima al monumento in fase di montaggio!

Quando il turista vede l’opera per la prima volta, non può fare a meno di esclamare: È un organo! E con questo dice una parte della verità. Che di un organo a canne non si dovrebbe parlare, essendo questo uno strumento così poco legato alla carriera compositiva di Sibelius. E dunque, perché dedicarglielo?

L’opera è concettualmente complessa, e si presta a molteplici letture. Ma una cosa è certa, non si esaurisce in un’unica visione, quella classica dalla piazzola invasa dai turisti. La scultura va vista da lontano e da vicino. Zoomando per avvicinarsi ai tubi, questi rivelano immediatamente sulla loro superficie due caratteristiche. Per prima cosa, un disegno sinuoso realizzato col saldatore, una sorta di patchwork che non si fa fatica a ricollegare a una visione famigliare: la corteccia di un albero assai noto.

Basta spingere lo sguardo più in là e la si vede, un’enorme betulla, noto simbolo identitario del Paese. Una seconda osservazione ci fa vedere che i tubi/tronchi sono tutti crepati, ma solo verso l’esterno. Quasi che quest’enorme agglomerato si aprisse, come tante orecchie, a cogliere qualcosa dall’esterno.

E cos’altro potrebbe accogliere, in un parco, se non i suoni che la natura gli manda: vento, voci di uccelli, il rombo dei pullman che scaricano miriadi di turisti, le loro voci e quelle delle guide.

Zoomando all’incontrario per allargare il campo visivo, ecco che allora ci appare sì un organo, ma una sorta di organo sensorio, proteso in tutte le direzioni, che raccoglie i suoni che l’ambiente produce. E li raccoglie. Dove? Per capirlo bisogna scalare il monticello di granito, e infilarsi sotto il monumento. Inevitabile guardare verso l’alto, verso l’oculo che apre al cielo. E qui cogliamo un’altra trasformazione. Tutti quei tubi che dall’esterno ci sembrava avessero una forma si aggregano in un sistema diverso, caotico, un cosmo primordiale in cui ciascuno sembra in cerca di una sua collocazione, come le muffe sul vetrino del biologo che cercano un aggancio, l’una all’altra.

Parte da qui il lavoro dell’artista: partire da una materia casuale, caotica, e lavorare con quei materiali cercando di dargli una forma. Ma quale? Lo si scopre dopo un po’. Quando si scende dalla montagnola, dall’altra parte, e si vede che quell’agglomerato ha assunto una forma diversa. Non solo. Perché girando intorno per tornare alla piazzola quella sagoma metallica, seguita con la coda dell’occhio mentre si cerca di non inciampare sul fondo irregolare, cambia in continuazione.

Ecco svelato, forse, il segreto: si tratta di una composizione plastica che si dipana davanti ai nostri occhi come una composizione musicale si estende, nel tempo, al nostro udito. Quasi l’opera fosse un rotolo inscritto di note musicali che noi, girandoci intorno, srotoliamo, e ciò facendo gli diamo vita, partecipiamo alla sua creazione. Cos’è in fondo la musica se qualcuno non sta lì, in un dato e preciso tempo, ad ascoltarla? Girando attorno al monumento a Sibelius diventiamo partecipi, grazie a Eila, di una creazione. Passio, un desiderio, un trasporto dell’animo, che coinvolge drammaticamente chi compone, chi suona e chi ascolta.

Bisogna andarci d’inverno, la sera, per apprezzare in pieno la “foresta cristallizzata” (come la definì a suo tempo Franco Russoli), quando la neve attorno la abbrunisce, per cogliere la vita di un’opera che non è mai immobile, ma grazie alla luce e al nostro movimento si dilata e vibra, mentre inevitabilmente le giriamo attorno. Osservandola da lontano viene da dire, come la staffetta di un celebre dramma shakespeariano, che da Munkkiniemi, o da Birnam, “ una foresta si muove”.

Eila Hiltunen amava l’Italia, come amava l’America. Ma le ragioni dell’arte la legavano soprattutto al Paese di Michelangelo e di Manzù. Nel ’61, partecipando alla mostra Italia61 a Torino, perse la testa anche per l’avvocato Agnelli, che poi acquistò una sua opera e divenne suo amico e mecenate.

Ma il grande amore di Eila si trasferì al paese intero, alla sua arte e alla sua natura, tanto da pensare di trasferirvisi con la famiglia. Snobbata in patria, dopo il successo del monumento, ignorata dalla critica e dai galleristi, si sentì isolata, e allora si diede a cercare casa in Italia. In realtà un castello. Che altro per una donna con una innata visione monumentale? Dice la figlia Piia che la madre amava i castelli e le mura di pietra perché le ricordavano la sua infanzia a Hamina: voleva che nella sua vita ci fossero “dramma, eccitazione, avventura e sfida”. E dove trovarla, se non in Toscana?

Alla fine si accasò in un’antica torre medievale, la torre del Cassero in Val di Norcia, a pochi chilometri da Pienza. Sopravvivenza di una rocca ormai in rovina in cima a un colle, visibile da lontano, nel villaggio di Monticchiello.

Nella coda non può mancare il veleno. Raggiante per il castello conquistato, Eila si recò a Helsinki per l’inaugurazione del monumento, presente l’allora sovrano di Finlandia, Urho Kekkonen, e davanti alla stampa internazionale. Era il 7 settembre 1967.

Eila Hiltunen e Urho Kekkonen all’inaugurazione

Ma l’imbarazzo del Comitato perdurava. Finì che, per paura forse di un successo per loro inquietante, fecero in modo che non prendesse parte all’incontro successivo con la stampa internazionale, e al suo posto presentarono una certa Laila Pullinen, tanto che per lungo tempo molti, in buona o mala fede, continuarono a raccontare che fosse quest’ultima la vera autrice del monumento.

Morì nel 2003. Un’artista anche italiana, se la patria è quella che ti sceglie. Anche se ti deforma (ah, il Belpaese!) come nella targa che segnala la torre ai turisti: in cui Eila diventa Elia!

Ma pensateci: non era Elia il profeta che ascese al cielo “su un carro di fuoco con cavalli di fuoco”? Alla fine un bel modo per ricordarla, paradossalmente, quella stella.

Giornalista, traduttore letterario, studioso di lingua italiana e storia dell'arte. Emigra dal Salento a Bologna per studi, poi a Helsinki per vivere. Decise di fondare La Rondine una buia notte dell'inverno del 2002 dopo una serata all'opera.