“Le transizioni” del giovane Pajtim. Un grande romanzo finlandese sull’incerta identità dell’Europa

Pajtim Statovci è il narratore emergente nel panorama della letteratura finlandese contemporanea. Ha da poco pubblicato il suo terzo romanzo, Bolla, che gli è valso il Premio Finlandia per la letteratura del 2019, il più giovane a ricevere questo riconoscimento. Nato in Kosovo nel 1990, è cresciuto in Finlandia dove si è trasferito con la famiglia fuggita dalla guerra quando aveva due anni.

Leggendo i romanzi di Statovci viene un nodo in gola. Viene da domandare, a noi stessi e non solo: ci ricordiamo degli anni ’90, appena trent’anni fa, quando le coste della Puglia vennero “invase” da migliaia e migliaia di carrozzoni del mare sgangherati, e si trattava prevalentemente di albanesi, tutti “profughi economici”, tutti “clandestini” dichiarati? Non c’erano Ong, all’epoca, ad accompagnarli nei porti. Arrivavano a grappoli sui ponti e le torrette di vascelli fantasma e si lanciavano in mare appena avvistata la costa. Una euforia di naufragi che vide gli italiani, in particolare la gente di Bari, Brindisi e Otranto, offrire un aiuto a tanti disperati che avevano negli occhi fame, di tante cose.

Le storie di Pajtim Statovci partono sempre da quella terra dilaniata, il Kosovo delle sue origini, dandone un ritratto mai univoco: accanto all’indigenza estrema dei paesini dell’interno, l’avidità dei nuovi ricchi, di nuovi predoni, italiani compresi, e la voglia di tanti di lasciare un mondo in rovina, con due stracci addosso, affrontando rischi di ogni genere: il mare, i trafficanti. Sullo sfondo, storie e leggende animano gli incubi di questi uomini, riaffiorano animali mitologici dalle memorie dell’infanzia, per poi ricomparire, in forme più spaventose, anche nelle nuove patrie provvisorie, le patrie di transito.

Cosa c’era dietro quegli occhi, nell’animo di un ragazzo, pronto a lanciarsi in mare senza nessuna certezza? Nei romanzi di Statovci troviamo anche questo, la definizione transitoria di un’identità difficile, forse le ragioni di quella unità europea così difficile, ma non solo per egoismo politico. Il fatto è che l’Europa si lascia alle spalle tanti vuoti, con altrettante rimozioni: come quella degli scrittori italiani contemporanei. Non mi viene in mente un solo “grande” romanzo nell’Italia dei nostri tempi che abbia avuto il coraggio di affrontare adeguatamente le tragedie di questi decenni, dall’Albania alla Libia. Di fronte a una odissea di queste dimensioni, li vediamo affollare i talk show televisivi, dicendone di ogni genere: ma perché un tema così vicino a noi italiani, di gente con cui abbiamo una faccia e una razza, non riesce a trovare una voce?

Ecco, Pajtim Statovci è (anche) questa voce, e dall’interno del fenomeno ci racconta faccende sporche e inquietanti che forse ci imbarazzano, o troviamo sgradevoli. Certo non fanno salotto. Ha scritto di questo romanzo il Guardian: «Questa è l’opera di un romanziere già maturo, in una tradizione che va da Camus a Kafka, da Kadare a Kristeva. Di una bellezza brutale.»

Le transizioni  (titolo originario Tiranan sydän, “il cuore di Tirana”) è il racconto di un giovane europeo del nostro tempo: non ha certezze, è privo di ideologie, è una persona in cerca di definizione.  Non ha certezze nemmeno riguardo al suo genere. Bujar dice: «sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini », ma può essere una giovane di Sarajevo corteggiata da uomini di ogni età. Il giovane inventa continuamente se stesso e la propria storia, ruba il passato e l’identità delle persone che ha amato, e così si racconta a un amico o a una sconosciuta, nel resoconto di una vita trascorsa in viaggio e in fuga, dall’Albania all’America, passando per Roma, Madrid, Berlino, Helsinki. Perché, come dice lui stesso, «nessuno è tenuto a rimanere la persona che è nata, possiamo ricomporci come un nuovo puzzle».
A partire dall’adolescenza poverissima a Tirana, «la discarica d’Europa, il fanalino di coda dell’Europa, la prigione a cielo aperto più grande d’Europa», Bujar narra la sua storia in prima persona. I genitori, la sorella, l’amicizia con Agim, coetaneo e vicino di casa, rifiutato dalla famiglia per il suo orientamento sessuale. Entrambi fuori luogo in un paese devastato, sempre più dipendenti l’uno dall’altro, decidono di lanciarsi verso un futuro che gli appartenga.

Dall’edizione italiana di Sellerio (traduzione di Nicola Rainò) pubblichiamo alcuni estratti, dalla parte finale del romanzo, in cui Bujar prepara col suo amico Agim un viaggio disperato in barca da Durazzo all’Italia, due ulissidi persi di notte su un mare che pareva, sotto i raggi della luna, «un pavimento appena laccato».

“Le transizioni”, Sellerio 2020

«I trafficanti non sono interessati ai ragazzi della nostra età. Non andiamo bene a quei grassi maiali» disse. Ero disgustato. L’Albania e gli albanesi, che gente piccola e meschina, che popolo ripugnante, anche io ed Agim, perché anche noi ne facevamo parte. Avevamo fraternizzato coi contrabbandieri, gli avevamo venduto dolci e sigarette, e in molte occasioni mi avevano persino sorriso, divertiti dal fatto che non mi rendevo conto di quanto dovessi temerli. Erano dappertutto, passavano le giornate per strada a cercare ragazze giovani, la cui scomparsa era ormai la norma, accadeva tutti i santi giorni. Le prede venivano stipate come dentro barattoli di conserva, poi la merce veniva spedita e le ragazze diventavano proprietà di sconosciuti, operaie in fabbriche illegali, ballerine nelle discoteche o prigioniere in scantinati bui, prive di mezzi, senza conoscere la lingua, nell’impossibilità di difendersi. Ed eravamo tutti complici: io ero colpevole, Agim era colpevole, perché accettavamo quello che succedeva attorno a noi come qualcosa di inevitabile, e non avevamo mosso un dito per cambiare le cose. (pp. 188-9)

[…]

Sapevamo che molte persone avevano già attraversato l’Adriatico, e ancora di più erano quelle che avevano intenzione di farlo. Il viaggio fino a Bari o Brindisi non era lungo e, a parere di alcuni, nel migliore dei casi era questione di poche ore, a seconda della nave e della sua velocità. Alcuni tentativi però si erano risolti tragicamente. Bisognava davvero essere disperati per caricare famiglia e parenti su una barchetta a remi e affrontare un viaggio di quel genere. Una cosa ridicola, praticamente un suicidio. Ogni tanto si leggeva di barche vuote trovate al largo, con a bordo vestiti, attrezzi e giocattoli. A volte la benzina si esauriva a metà viaggio, altre volte durante la traversata la gente veniva alle mani e finiva che si facessero fuori a vicenda. Le barche sparivano vittime di tempeste e temporali, la gente annegava in mare aperto. E poi, per chi riusciva ad arrivare in Italia, c’era sempre il rischio di essere rimandato subito indietro. Altri ancora avevano venduto tutti i propri averi e pagato laute somme ai trafficanti per un passaggio. «Questo non lo faremo di certo» disse Agim. «Non si sa mai che tipo di accordi abbiano con gli italiani». (p. 192)

 […]

Spingemmo la barca in mare e salimmo a bordo, e in quel momento provai per Agim tutto l’amore che si può provare per un altro essere umano, con una passione che mi lacerava, con la forza di tutti i miei pensieri. Remammo lasciandoci dietro la linea nebbiosa delle luci della città. Poi Agim afferrò la cordicella di avviamento e diede uno strappo. Il motore scoppiettò qualche volta per poi spegnersi, ma al quarto tentativo iniziò a fare le fusa come un gatto. Agim rimase accovacciato, con le ginocchia sul mento come se non avesse sentito quel rumore, poi estrasse una bussola da una tasca posteriore e, quando la barca puntò verso ovest, si premette le mani sulla fronte e dalla sua bocca iniziarono a uscire strani gemiti: stava piangendo. Io gli porsi la mano e lui me la afferrò e per un attimo se la portò al viso. Poi tirò fuori un pacchetto di sigarette e un accendino, ci sistemammo sullo stesso banco e fumammo sotto un cielo di seta nera, e procedemmo così, senza dire una parola, schiavi del buio riuscivamo a vederci a malapena. Per un po’ fu lui a reggere il timone, ogni tanto lo facevo io, rompendo il delicato fruscio della notte e fendendo la superficie del mare che pareva un pavimento appena laccato. Non importava dove saremmo finiti, perché tutti i luoghi dov’ero stato con lui erano stati una casa. (197-8)

Pajtim Statovci è nato in Kosovo nel 1990. Emigrato in Finlandia dall’età di due anni, ha scritto tre romanzi. Il suo esordio è con Kissani Jugoslavia, uscito nel 2014 e pubblicato in Italia da Frassinelli con il titolo L’ultimo parallelo dell’anima, vincitore del Premio Helsingin Sanomat. Il suo secondo romanzo Tiranan sydän, è tradotto in italiano da Sellerio col titolo Le transizioni, ed è in uscita in libreria dal 20 febbraio.  Il terzo, dal titolo Bolla, pubblicato nel 2019 da Otava, ha vinto il Premio Finlandia ed è in traduzione sempre per Sellerio.

Foto del titolo di Anniliina Lassila (per gentile concessione dell’autore)