L. Onerva: Mirdja

L. Onerva

Helsinki, 28 aprile 1882 – 1° marzo 1972

Il suo vero nome era Hilja Onerva Lehtinen. È stata scrittrice, traduttrice e mediatrice culturale, con forti interessi nel campo delle arti figurative. Firmò tutte le sue opere col nome d’arte suggeritole dal poeta Juhana Heikki Erkko, ed è praticamente sconosciuta col suo nome civile.

Figlia unica di Johan e Serafina Lehtinen, della madre conserva pochi ricordi,  essendo stata internata in un istituto psichiatrico quando la figlia aveva sette anni. Affidata alla nonna paterna,  frequenta  la  Helsingin Suomalainen Tyttökoulu.
Negli anni della scuola secondaria, L. Onerva fu attratta dal teatro , ma poi nel 1902 si iscrisse al dipartimento di storia e filologia all’Università di Helsinki, in cui però non arrivò mai alla laurea.

Nel 1905, L. Onerva si fidanza con Väinö Streng, e i due si sposano nell’ottobre di quell’anno. Onerva e Streng sono costantemente in difficoltà finanziarie. La giovane guadagna qualcosa come insegnante, poi apre un cinema con suo marito a Lahti. L’affare non ha successo e Onerva deve chiedere aiuto a suo padre. Le difficoltà economiche complicano la vita della coppia, che alla fine arriva al divorzio.

Un incontro decisivo è quello col poeta Eino Leino, già all’inizio del 1900 mentre lei ancora studiava per la maturità. Onerva e Leino si incontrarono di nuovo più tardi e si innamorarono appassionatamente. Tuttavia, non si sposarono mai e vissero insieme solo all’estero, per diversi mesi, in vari paesi d’Europa.

Si influenzarono reciprocamente, si aiutarono, e alla fine restarono buoni amici, anche dopo il matrimonio di Onerva con Leevi Madetoja e i numerosi matrimoni di Leino.

Quando Leino morì nel 1926, Onerva iniziò a scrivere la sua biografia, che fu terminata solo nel 1932.

Il secondo matrimonio di Onerva fu con Leevi Madetoja. Onerva e il compositore si incontrarono in un momento in cui Madetoja stava componendo musica per le opere teatrali di Leino. Si sposarono nel 1918. Furono d’aiuto l’uno all’altra, anche professionalmente, ma la loro vita negli anni ’40 incontrò diverse difficoltà, e il consumo di alcol non fece che aggravare la situazione. L. Onerva soffriva di problemi psichici, e il marito, troppo preso dal suo lavoro, la “abbandonò” all’ospedale psichiatrico di Nikkilä. Dopo la morte di Leevi Madetoja nel 1947, la vedova poté tornare a casa grazie all’aiuto di amici, e per un quarto di secolo pubblicò altre raccolte di poesie, e tornò a dedicarsi al disegno e alla pittura.

La raccolta di poesie Iltarusko (Crepuscolo) del 1952 fu la sua ultima pubblicazione, ma continuò a scrivere poesie in modo prolifico fino alla sua morte. Morì il 1° marzo 1972 all’età di 89 anni.

Mirdja

romanzo

Otava 1908, pp. 364

Mirdja è un romanzo senza tempo sulla posizione contraddittoria della donna nel mondo dell’arte. La protagonista (Mirdja) dovrebbe essere la musa degli uomini e, in effetti, prova un piacere narcisistico nell’essere oggettivata. Tuttavia, allo stesso tempo, lei stessa si sforza di raggiungere una posizione indipendente come artista creativa. Mirdja è anche la storia di una donna dallo spirito libero che si trova ad affrontare il dilemma della scelta tra il perseguire uno stile di vita non convenzionale e il conformarsi alle aspettative sociali sui ruoli tradizionali delle donne. La storia segue Mirdja dall’adolescenza alla morte, mostrando come si muova nel mondo ‘generizzato’ che la circonda, mentre cerca di dare un senso anche alla propria sessualità. Lotta soprattutto con le contraddizioni che derivano dall’essere stata educata da artisti e filosofi bohémien, i quali vogliono crescerla, allo stesso tempo, come un superuomo nietzschiano incarnato in una donna, come ‘essere universale’, e come la ‘donna più donna’. Mirdja cerca invano la propria identità esplorando le sue radici e viaggiando. In effetti, i viaggi costituiscono un motivo importante nel romanzo. Uno dei temi centrali è il percorso dell’eroina attraverso vari tipi di amore: l’amore per se stessa sotto forma di narcisismo rafforzativo, ma alla fine dannoso, l’amore per l’altro, l’amore materno, l’amore fuori e dentro l’istituzione del matrimonio, l'”amore libero”, l’amore espresso sia nelle relazioni poliandriche che in quelle monogame, categorie destabilizzanti del genere e della sessualità.

Mirdja si trasforma nella figura di un ‘Don Giovanni al femminile’ ma deve confrontarsi con l’asimmetria di genere dell’impresa dongiovannesca. Le piace interpretare ruoli e partecipare a giochi erotici, ma allo stesso tempo si preoccupa dell’emancipazione femminile. Fallisce come artista, finendo per essere un’eterna dilettante in un matrimonio piuttosto convenzionale, dove lei stessa è infelice, e arrecando sofferenza anche al marito, convinta che, come Lélia di George Sand, sia semplicemente incapace di amare. Tuttavia, in età avanzata, Mirdja e suo marito realizzano una riconfigurazione straordinaria del sogno del matrimonio mistico. Il loro diventa un rapporto in cui tutte le differenze, anche di genere, cessano di essere importanti e raggiungono così una sorta di simbiosi totale. Questo “mimetismo amoroso” avviene però troppo tardi, perché Mirdja è sull’orlo di una malattia mentale, che preannuncia il tragico finale della storia.

Scritto più di cento anni fa da una delle più versatili autrici di fin-de-siècle, il romanzo ha goduto di uno status duraturo grazie a quelle che sono state descritte come le sue qualità “decadenti” e “nietzscheane”, ai suoi espedienti stilistici come il paradosso e l’ironia, e al modo in cui coltiva infinite sfumature all’interno della narrazione. Ai suoi tempi, Mirdja divise nettamente l’opinione dei lettori. Da un lato, grazie ai circoli culturali liberali finlandesi, l’opera fu insignita di un premio letterario, ma allo stesso tempo l’autrice fu rimproverata per aver scritto un “testo di letteratura immorale” nientemeno che dall’ala conservatrice del movimento femminista finlandese. Le caratteristiche autobiografiche del romanzo furono esagerate, e l’autrice fu identificata con l’eroina, soprattutto dopo il divorzio dal primo marito (Onerva si sposò nel 1905; nel 1908, quando il romanzo fu pubblicato, lei e il marito si separarono e poi divorziarono).

Sebbene la maggior parte del romanzo sia di pura fantasia, l’affermazione che l’autrice abbia attinto ad avvenimenti autobiografici risponde almeno in parte a verità: la figura della bella e multiforme protagonista, l’aspirante artista Mirdja, condivide alcuni tratti con la giovane Onerva, che per qualche tempo fu indecisa se intraprendere la carriera letteraria, musicale o recitativa.

Il partner di lunga data dell’autrice, l’amico e collega scrittore, il poeta Eino Leino, è ritratto nel libro come uno dei mentori di Mirdja. E il fatto che Mirdja fosse orfana di madre e senza figli, fu vista alla luce della vita di Onerva. A posteriori, è interessante giustapporre le sezioni finali del romanzo, la lotta dell’eroina vedova contro la malattia mentale e l’invecchiamento solitario, con il destino di Onerva negli anni Quaranta, molto tempo dopo la pubblicazione del romanzo. L’autrice trascorse sei anni rinchiusa in un manicomio, e fu dimessa solo dopo la morte del secondo marito.

Dalla fine degli anni ’80, Mirdja è stata rivalutata e reinterpretata, soprattutto alla luce della critica femminista e delle nuove tendenze nella ricerca sulla cultura fin-de-siècle. Il romanzo è stato riletto come uno dei più importanti testi di Donna nuova della letteratura nordica, sottolinenado molte questioni ancora oggi rilevanti, tra cui la discussione di un soggetto femminile moderno che viene ritratto non solo come una giovane ragazza, ma anche come una donna anziana. Notevole è, per l’appunto, la capacità dell’autrice di compenetrarsi della descrizione di una persona più anziana, dal momento che Onerva aveva solo ventisei anni all’epoca della pubblicazione del romanzo. Anche gli espedienti narrativi formali di Onerva hanno attirato molta attenzione, e il suo uso dell’ironia e del paradosso in particolare è stato riconosciuto come un importante contributo allo sviluppo di queste strategie nella scrittura femminile. (testo di Viola Parente-Čapková)

Alcune traduzioni in italiano degli scritti di L. Onerva sono apparse su La Rondine 8.12.2017; su Settentrione 18, 277 e in LEA 2, 2013, pp. 423-38: La vergogna motivazionale e paralizzante. La figura del parvenu negli scritti di L. Onerva, sullo sfondo storico della Finlandia di inizi Novecento.

Mirdja

Capitolo VI

Spesso mi hanno rimproverata di avere una natura morbosa. Ma è solo ora che ho scoperto anch’io di averla… O come altrimenti dovrei chiamare questa mia improvvisa attrazione per un dipinto in particolare… 

Perché ho rinvenuto una cappella e un’immagine sacra che adoro.

Mio Dio, che magnifica creatura può essere la donna! A volte vorrei quasi poter essere un uomo per poter godere meglio di una donna, e sì, perché no, anche di me stessa. Dopo tutto, il ruolo di chi prova piacere è preferibile a quello di chi il piacere lo procura.

Ma la mia Madonna, quella che adoro, non è una Madonna vera, e nemmeno una donna reale.

L’ho trovata per caso nell’angolo più buio di una grande galleria. Involontariamente, il mio sguardo si posò su di lei. Ognuno ha la sua Medusa, e lei fu la mia. Rimasi impietrita, e da allora non ho fatto altro che osservare e venerare questo falso idolo freddo e impassibile.

Perché è fredda e immobile come un sasso, anche se sembra quasi di passaggio, e che dimori in quell’antica cornice dorata.

Le sue dita lunghe, sottili e traslucide brillano come opali… E chissà cosa era stato il suo sguardo. Un colpo di sole o una lacrima? Almeno ora è solo una perlina inesplicabile… Perché tutto in lei deve essere prezioso; ogni singolo punto della sua superficie si è trasformato in gemma impenetrabile…

Se fossi al suo posto, se fossi io quello spirito sublime la cui bellezza isterica, anche dopo la morte, aleggia come un fantasma nella cornice dorata, non riuscirei mai ad apparire più dignitosa di lei.

Ah, pallida giunchiglia, inviolabilmente impietrita sul tuo gambo di seta!

Sei davvero una santa!

E voi altri, non avete forse mai ammirato, come me, la magnifica santa di Crivelli?

Ma tutto ciò, però, non mi è bastato. È cresciuta in me l’idea ossessiva di possederla, tutta per me. E ho cominciato a rubarla, a contraffarla, a portarmela a casa pezzo dopo pezzo. Ogni mattina andavo a contemplarla e ogni sera cercavo di ricreare la sua perfezione gemmea sulla mia tela. Non sono una pittrice e il mio lavoro è stato come scrivere in un sogno. Ma sono riuscita a catturare una piccola parte di lei solo per me…    

E forse avrei potuto carpirne anche di più, ma ora è tutto finito, inesorabilmente…

L’unica volta nella mia vita in cui ho ammirato una donna, e anche allora un uomo si è frapposto tra noi.

Sì, un uomo mi ha derubato della mia Madonna e non so nemmeno chi sia.

Di lui so solo che indossa un abito nero liso, ha le labbra delicate senza baffi ma capaci di parole maligne.

Sono rimasta seduta a guardare la mia Madonna per cinque giorni di fila. Poi è arrivato lui. Quella fu la prima volta che lo notai.

Il giorno dopo tornò alla galleria e vi rimase fin quando ci fui io. Sapevo che era tutto il tempo in piedi dietro di me, ma non mi voltai.

Il terzo giorno si ripeté la stessa situazione. A quel punto non riuscii più a resistere, e lo guardai. E in quel momento mi disse: “Deve essere una persona estremamente presuntuosa, dal momento che è capace di passare tanto tempo seduta ad ammirare il suo autoritratto…” Rimasi sbalordita, ma non lo diedi a vedere. Dopotutto ero una straniera, quindi potevo anche non aver capito. Ma quel giorno pensai a lui più che alla mia Madonna, e non riuscii a dare nemmeno un tocco col pennello.

Il quarto giorno non andai alla galleria alla solita ora, ma molto più tardi. Lui era già lì, seduto davanti al mio dipinto, questa volta con la sua scatola di colori aperta e il pennello in mano.

“Oh, ladro delle miei ossessioni!” gli feci in cuor mio, turbata a tal punto da tremare tutta. Cercai di evitarlo, ma quando mi vide si alzò bruscamente, si avvicinò e mi disse: “Cara signorina, chiunque lei sia, mi permetta di farle un ritratto!”

E quando non risposi, continuò come se parlasse tra sé, ma senza togliermi gli occhi di dosso: “È una vera rarità incontrare una donna che soffre di malaria. Dio è stato ancora più decadente di Crivelli nel crearla…”

Lo guardai come se non avessi capito una parola e me ne andai.

“Ha capito benissimo, la smetta di fingere”, gridò inseguendomi.

E proprio in quel momento fui improvvisamente sopraffatta dal panico. Arrossii come una scolaretta e le lacrime mi salirono agli occhi. Con la mano feci un cenno di ripudio e scappai via come una pazza.

Ancora non ho realizzato cosa sia successo, ma so che in quel momento la sua presenza mi aveva terrorizzata. Perché mai prima d’allora, in tutta la mia vita, avevo provato un desiderio così forte di restare al fianco di un uomo come in quel preciso istante in cui fuggivo da lui, quasi per mettermi in salvo.

Fu la prima volta che fuggii da un uomo…

Da allora, qualcosa in me è cambiato…

E non voglio più vedere la mia Madonna….

È una Medusa…


Ora non so se piangere o ridere.

Che presentimento terribilmente giustificato quando ti battezzai mia Medusa, spietata santa dal cuore di pietra! Quale diabolico scherzo del destino mi portò sotto il tuo sguardo! Ha-ha-haa! Si può forse sfuggire il proprio destino? Come un’orrenda, immobile predestinazione della mia stirpe tormentata, d’un tratto tu eri lì davanti a me, spietatamente seducente e imperscrutabile. E per tutto il tempo in cui i tuoi occhi visionari mi guardavano, le Parche preparavano un banchetto sopra la mia testa, facevano tintinnare le catene e tendevano trappole, lambendo la follia dei rosolacci; e negli inferi, piccoli demoni giubilanti lanciavano i dadi sull’ultimo membro della stirpe perduta… Quando finalmente riuscii ad allontanarmi dal tuo sguardo, ero già storpia, pazza e orba, inebriata da pozioni ingannatrici, e andai umilmente incontro alla mia cattiva sorte.

Fui io a distruggere tutto. Ma la mia parte in tutto questo fu insignificante… Fu semplicemente il destino…

Perché non riesco a pensare a nessun’altra spiegazione per quello che mi è successo… Qualcuno mi guidò… Fu semplicemente il destino…

Quando, dopo quelle due settimane di follia, finalmente tornai alle mie lezioni di canto, ero più che pronta ad ascoltare i rimproveri dell’insegnante per le mie assenze ingiustificate. Era stata una follia, lo sapevo.

Ma il vecchio maestro pensò che fossi stata malata, si sentì offeso dalla mia mancanza di cortesia, ma per lo meno la cosa si era ormai risolta felicemente, almeno in parte. Poi fui però sopraffatta dal diabolico impulso di dire la verità, e gli vomitai addosso tutta la verità: semplicemente non mi ero preoccupata di frequentare le lezioni perché mi sentivo priva di una qualsivoglia ispirazione e la mia attenzione era tutta  da un’altra parte.

Questo non avrei dovuto dirlo, perché la cosa fece infuriare il mio benevolo insegnante, da cui ebbi una bella lavata di testa. Uno studente non ha il diritto di parlare di ispirazione o di indisposizione. Uno studente non dovrebbe avere altri interessi che lo studio, nessuna libertà al di là delle istruzioni dell’insegnante. E poiché il mio temperamento mostrava impulsi così distruttivi, era ormai costretto ad essere estremamente severo con me e io avrei dovuto obbedire ciecamente ad ogni suo comando se volevo fare progressi. Per poi concludere:

“Non sarei così severo con lei se non fosse la mia migliore allieva e se il suo futuro non fosse così prezioso per me. Se mostra simili tendenze, come potrà mai qualcuno affidarle un compito più impegnativo? Improvvisamente a mademoiselle potrebbe venir meno l’ispirazione e potrebbe semplicemente scegliere di lasciar perdere, punto! No, signorina, sono costretto a dirlo una volta per tutte, se dovesse accadere di nuovo, non potrò più seguirla, perché non sopporterei di vedere un tale potenziale andare sprecato davanti ai miei occhi”. 

Stavo lì in piedi ad ascoltarlo e mi rendevo conto che quello che diceva aveva un senso. Ma più diventava severo e razionale, più la cosa agitava i diavoli in me… Finì che presi ad ascoltarlo solo a metà, e in una cupa concepii pensieri cupi e arroganti.

Dovrei soffocare tutto il mio essere al tuo comando, in modo che da questo soffocamento possa emergere la grandezza dell’artista che forse si annida dentro di me? Non lo farò mai, né mi sottometterò alle pressioni di qualcuno. E se è vero che dentro di me si nasconde una grande artista, allora chi sei tu per imprigionarmi? Di sicuro la nostra libertà è illimitata e voi, vecchi parrucconi che comandate a bacchetta, non siete altro che il nostro trampolino di lancio verso il successo!

E così, ancella degli spiriti maligni, ribattei alla sua saggia retorica:

“Mi dispiace, ma non posso accettare le sue condizioni, non posso impegnarmi a seguire il rigido regime che mi propone. Può darsi che ancora una volta mi verrà meno l’ispirazione… Spero che riuscirà a sostituirmi con uno studente di pari talento ma più facile da sottomettere”.

E con questo, iniziai il cammino che ancora oggi mi ritrovo a percorrere. Ancora una volta senza lavoro, senza scopo, senza futuro. Ma non posso più tornare indietro. Una volta l’ho quasi fatto, ma poi mi ricordai di mio padre, anche lui non aveva mai appreso ad applicarsi o a controllare i suoi stati d’animo e quindi non è riuscito a diventare un grande artista… A cosa mi servirebbe un insegnante severo? Quale disciplina al mondo può domare il dilettantismo ereditario?

È stato semplicemente il destino…..

Sono ancora una volta tormentata da pensieri sempre più morbosi. La delusione, la disperazione…

Ma c’è una cosa che non posso negare: sento la dolorosa mancanza di quella grande cantante che, per amore di un solo capriccio, ho gettato via.


C’è una fede alla quale comincio ad abbandonarmi, la fede di mio padre.

Sono nata solo per essere un essere umano, niente di più… Un essere umano con una vita…

Ma per questo sono nata nell’epoca sbagliata.

Tu eri davvero pazzo, padre caro, e non hai mai capito il tuo tempo, quando pregavi perché io ti seguissi.

Sarei dovuta nascere duemila anni fa. Oggi non è più ammissibile per un essere umano vivere semplicemente come tale, e niente di più. Perché si finisce per essere perseguitati e disprezzati da tutti. Oggigiorno bisogna essere uno specialista. In altre parole: per quanto possibile pratico e su misura. In altre parole: il più limitato possibile. Non c’è spazio per capire o svilupparsi in più di un campo predeterminato, che deve essere padroneggiato al punto da poter poi competere con un migliaio di altri simili specialisti. Ma naturalmente, solo chi ottiene il primato è pronto per l’uso!

Che speranza abbiamo noi, i pochi di noi che non hanno nulla da raccomandare al grande mercato di oggi, se non il fatto di aver trascorso la vita cercando di raggiungerne una comprensione quanto più possibile ampia ed equilibrata!

“A cosa ci servite, fannulloni”, gridano gli specialisti, schiacciandoci sotto i loro carrelli cigolanti. Perché più è brillante la loro carriera, più totale è la loro perdita di umanità.

Esiste un solo genere di specialisti la cui grandezza dipende dalla conservazione della loro umanità. Gli artisti. Ecco perché un artista è l’entità più nobile e perfetta dell’intero creato, e perché solo pochi hanno la forza di diventarlo. Molti cadono a terra esausti, sferzati dalla stessa loro arte… È un destino veramente  tragico. Ho visto molti fallimenti del genere. E che dire di me? Almeno credo di essere sfuggita al peggio…

Ma chi ha bisogno di qualcuno come me, che sono tutto e niente? Incompiutezza è il mio secondo nome. Fino ad ora, a ciò ho dedicato tutta me stessa, dovrei forse cercare di riconsiderare tutto?

Me la sento forse di dire che ho trovato finalmente me stessa?


A volte mi sento come la martire di me stessa. Come se avessi rinunciato a tutta la felicità e la bellezza che il mondo ha da offrire solo per rimanere fedele alla mia natura destinata alla rovina, per essere apostolo della buona coscienza.

Altre volte penso invece di non averne una. Come se avessi profanato, contaminato e segretamente assassinato il meglio di me…

In me dimorano due Mirdja. Una è viva, l’altra è inquietante.

Quando una ride e gioca ed è dura e spietata, come chiunque abbia deciso di vivere, l’altra, quella inquietante, piange lacrime disperate di dolore e tenerezza…

Lei è senza dubbio la Mirdja migliore.


Ora che penso di sapere cosa sono, ho smesso di cercare me stessa; provo ad allontanarmene per avvicinarmi alle altre anime che, magari, la pensano come me.

All’inizio credevo che non ce ne fossero, ma se ne trovano a migliaia. Basta soltanto cercarle nei posti giusti. Tra i tafani notturni della vita. I loro tortuosi voli notturni tracciano la mappa del mio destino.

Sono gli esclusi, gli incompresi, i maledetti e i dannati; perché sono tutti pronti a gettare via il loro futuro per un impulso improvviso, a rinnegare il loro talento per un capriccio insignificante, a scommettere la loro felicità in un batter d’occhio. Sono poveri perché non hanno mai barattato neanche una ciocca di capelli su quel grande mercato finanziario gestito dagli specialisti, perché sanno bene che la loro umanità sarebbe andata in vendita per una miseria, come merce di bassa qualità. È così che hanno conservato il loro spirito. Sono poverissimi in tutta la loro ricchezza, estremamente infelici in tutta la loro fortuna.

Ma c’è stato un tempo in cui sareste stati considerati quasi come gli Dei dell’Olimpo, creature orgogliose e solitarie!

Siete voi che ora desidero e cerco, è la vostra compagnia che bramo e la vostra classe che frequento, anche nei più infimi covi del male, non mi importa.

Perché per me siete un’umanità nuova e meravigliosa, per la quale ho molto da ringraziare.

Perché mi avete aiutato a trasformare la mia presunzione in compassione; potrei contenervi tutti in un abbraccio, tanto è l’amore che vi porto. E quando vedo che vi capisco, e che il vostro sguardo cupo si illumina al mio avvicinarsi, la mia anima si riempie di una beatitudine e di un calore quali non ho mai provato prima. Mi avete dato un nuovo scopo nella vita. E ricordo i miei vecchi amici che ho capito solo quel poco che basta per fingere di averli capiti…

Mi avete reso una persona migliore, voi, sballottati dalle tempeste della vita, dannati ed emarginati. E credo di aver colto il segreto di questo miglioramento, come insegnano le vostre vite perdute:

Dalla gioia della vita origina il grande vuoto, dal grande vuoto della vita il grande dolore, dal grande dolore la grande tenerezza, e dalla tenerezza la pietà infinita, la grande pietà del dolore, sconfinato nel suo tormento e nel suo amore