Aino Kallas, la scrittrice che apparteneva al mondo

Il 9 novembre è l’anniversario della morte di Aino Kallas (Aino Julia Maria nata Krohn), avvenuta a Helsinki nel 1956. Volle che le sue ceneri fossero disperse nel Mar Baltico perché, aveva scritto nel suo diario, “appartengo al mondo”. Nata il 2 agosto 1878 a Vyborg in un ambiente familiare culturalmente vivo ed estremamente stimolante, all’inizio del Novecento aveva sposato Oskar Philipp Kallas e insieme si erano trasferiti a Tartu, dove Aino aderì al movimento letterario neoromantico Noor-Eesti (“Giovine Estonia”), interessandosi alla storia, ai miti e alle leggende estoni che tanto avrebbero influenzato la sua vastissima produzione letteraria.

Aino e Oskar. Foto Rasmus Jurkatam, SA Hiiumaa Muuseumid, SA Virumaa Muuseumid

Aino Kallas era già nota al pubblico italiano nella prima metà del secolo scorso per merito di Paola Faggioli, allieva di Paolo Emilio Pavolini: nel 1936 era uscita la sua traduzione de “La sposa del lupo” (Sudenmorsian 1928), ballata in prosa pubblicata assieme a un altro capitolo della così detta trilogia di Eros il distruttore (Surmaava Eros), “Barbara von Tisenhusen” (1923).

Nel 1941, in piena guerra, la casa editrice Bombiani aveva pubblicato la traduzione del capitolo mancante della serie, il “Pastore di Reigi” (Reigin pappi 1926), sempre ad opera della Faggioli, appena prima che la casa editrice subisse la censura del regime.

Nel 1938 la casa editrice Otava aveva ristampato le tre ballate nel terzo tomo della miscellanea sotto il titolo, appunto, di “Eros il distruttore”. Allo stesso genere della ballata d’ambientazione estone-livone che, nella prosa arcaica e negli slanci lirici e drammatici, costituisce forse l’impronta più originale e rappresentativa nella vasta produzione letteraria della Kallas, appartiene anche il dittico “La vendetta del fiume sacro” (Pyhän joen kosto: kaksi ballaadia 1930) contenente, oltre al racconto del titolo, la novella “Imant e sua madre” (Imant ja hänen äitinsä), soggetto dal quale, nel 1935, la Kallas aveva tratto la versione drammaturgica ribaltando, nel titolo, l’ordine dei due protagonisti (Mare ja hänen poikansa: kolminäytöksinen näytelmä, “Mare e suo figlio: dramma in tre atti”), testo confluito nel libretto dell’omonima opera composta da Tauno Pylkkänen nel 1945.

La traduzione italiana del dittico è uscita quest’anno per i tipi della casa editrice viterbese Vocifuoriscena che, a proprio modo, ha voluto completare il pregevole sforzo di traduzione di Paola Faggioli e omaggiare lo straordinario talento dell’autrice i cui raffinati intarsi elegiaci avevano conquistato anche il compositore Ildebrando Pizzetti.

Proponiamo ai lettori il primo capitolo della ballata “Imant e sua madre”

Aino col figlio Sulev, morto suicida nel 1941

Imant e sua madre

“Or bene, tutto accadde il giorno di san Tommaso anno Domini 1343 dall’incarnazione di Nostro Signore, molti mesi dopo che il popolo di Harjumaa e Läänemaa si era ribellato al potere dell’Ordine e del vescovo e, la notte di san Giorgio, avevano ucciso brutalmente chiunque era finito tra le loro mani, ché le poche anime rimaste in vita erano dovute scappare tra le paludi per raggiungere le città di Paide e Tallinn.

In quell’empia epoca la Livonia e la sua chiesa cristiana erano come un arco in perenne tensione o come l’arca di Noè spinta sulle acque dell’abisso, oppure come la partoriente inseguita dal dragone, l’antico Leviatano che, in agguato, minaccia le acque del Giordano.

Sebbene il maestro dell’Ordine, Borchardt von Dreilewe, avesse castigato i ribelli assieme ai danesi, prima che altri accorressero in loro aiuto dalla Finlandia, nelle carni del volgo epicorio il veleno della rivolta promanava viepiù come, nel corpo umano, le tumescenze erompono sotto la cura di erbe e robusti fomenti.

«Und der Liven Land,

Wenig Ruhe fand! »

A quel tempo nel castello di Viljandi, presso la contea di Sakala, il commendatore dell’Ordine era il forte e indomito Goswin von Herike, signore famoso per la sua proba severità. In un tal villaggio silvestre sulla riva del lago di Viljandi, non troppo lontano dal castello dell’Ordine, viveva una vecchia donna, vedova di Valdeko, schiatta rusticana, e Mare era il suo nome: quando accaddero questi avvenimenti, suo figlio, il giovane Imant, era alla diciannovesima stagione della vita.

Mare si era maritata sul continente, ma i suoi natali erano a Saaremaa, isola le cui genti tutte le scritture descrivono come indocili e ostili, una razza che si era piegata alla grazia misteriosa del Battesimo e della Resurrezione solo dopo grandi spargimenti di sangue; la chiesa agguerrita aveva trovato in loro più resistenza che in tutta la Livonia, ed è risaputo che Cristo non tollera di stare accanto a Belial. Da tempi remoti Saaremaa è inoltre dimora di stregoni usi a volare sul continente cavalcando le folate, per tessere le loro abominevoli trame.

Prima che l’età e le gravi pene ne svigorissero il sangue, Mare, moglie di Valdeko, era graziosa nel corpo e forte d’animo, rinomata presso le genti che aveva attorno e che si rivolgevano a lei con deferenza per curare ogni morbo o risolvere qualche disputa. Neppure i più anziani della stirpe erano di soverchio propensi a questionare con quella donna: nelle sue parole trovavano sempre una profonda saggezza e si diceva vedesse eventi futuri, ancora non accaduti. V’era anche chi si diceva certo che il suo spirito potesse staccarsi dai confini del corpo e vagare per terre e cieli fino a varcare il regno dei defunti per ottenere i loro segreti e la loro scienza.

Attraverso il suo sangue, Mare aveva donato questa natura audace, indomita e sprezzante del pericolo ai figli della sua carne: sei ne aveva avuti in principio dal marito Valdeko. Tutti e sei i virgulti erano più alti di Valdeko, la forza dei muscoli e dei tendini era quella di giovani linci della selva e, con un’armatura addosso, sarebbero stati valide guardie per il gran maestro dell’Ordine.

Ma, come dicono tra il volgo locale: «Chi tra i mortali ha rifugio dalla morte? Bevi: è lì che ti guarda dal fondo del boccale. Mangi: eccola a fissarti dritta dal tuo piatto. Cammini: ce l’hai dietro sottobraccio. Siedi: s’insinua sotto la tua veste».

Quando i sei figli di Valdeko e Mare, che si chiamavano Atso, Hüvameel, Valdeko, Ülo, Meeme e infine Viitso, ebbero raggiunto uno dopo l’altro l’età adolescente, entro meno d’una stagione una disgrazia aveva colpito ognuno di loro, eccetto il primogenito Atso, che i fratelli di spada avevano preteso in riscatto e portato da Riga fino a Roma, dove, tagliata la chioma come quella di un monaco, lo avevano votato alla Chiesa per l’eternità. Nell’ignavia del suo cuore, Mare non aveva capito che avrebbe dovuto lodare con modestia quella suprema grazia del Cielo e, vittima della sua propria ottusità, si lagnava che l’oppressore le aveva portato via un figlio quand’anzi era al servizio del Signore.

Gli altri fratelli avevano trovato la morte in poco tempo, chi nell’artiglio dell’orso, chi tra le grinfie del mal del suolo, chi sotto una pietra caduta dalle mura del castello. L’ultimo, Viitso, era stato ucciso dal fuoco di Dio mentre, durante il temporale, cavalcava per le vie del regno, e neanche mettendolo sottoterra fino al collo erano riusciti a farlo tornare tra i vivi.

Un pio cristiano, dopo tali eventi, avrebbe compreso il messaggio del Creatore e sopportato con giudizio il proprio dolore, accettando umilmente di consegnare i propri figli al Signore come la madre dei fratelli Maccabei aveva fatto con i suoi.

Sebbene Mare e il marito Valdeko fossero d’età già ragguardevole e non avessero avuto altra prole da diciassette anni, lei non accettava ciò che il destino le aveva riservato: il suo cuore anelava a partorire ancora un figlio, pur contro il volere del firmamento e le sacre leggi della natura.

Ardente era il suo desiderio: non v’era magia pagana né infame stregoneria alla quale non si fosse rivolta con ostinazione per aprire ancora una volta le serrature nella capanna del suo ventre e portarne il frutto.

Una sera d’inizio estate Mare aveva avuto una visione presso l’uscio di casa: le era parso che il firmamento sopra la sua testa si fosse improvvisamente aperto e una lunga scia infuocata lo avesse attraversato da oriente a occidente. E guarda! Dal cielo era caduta sull’orto una palla dorata, come un lapillo sfuggito dal crogiolo del sole.

Mare s’era affrettata verso i tralci di luppolo, aveva teso la mano senza trovare niente, aveva afferrato solo il vuoto.

Il suo animo pagano era vivo e ben celato sotto la crosta della cristianità, ch’era sottile come quella del pane d’orzo attorno a una midolla di superstizione, e perciò ella aveva visto in quella cometa un auspicio: alla sua età avrebbe partorito ancora un figlio destinato a grandi imprese, una persona che avrebbe lasciato un segno nelle generazioni future, l’aureo splendore delle sue gesta.

E invero, quella notte, Mare s’era ingravidata e, nove mesi dopo, aveva donato al consorte suo Valdeko un maschio che era stato chiamato Imant.

Il cuore di Mare, vedova di Valdeko, era rivolto a questo figlio sì tardivo cui aveva trasmesso tutto l’amore e il dolore del suo petto nonché l’eredità dei defunti, avi che oramai neanche ricordava, i cui sepolcri ella invero trascurava. Simili inclinazioni sono proprie di chi adora i falsi dèi, dà foggia della propria divinità a un legno del bosco per inchinarsi ad esso, non già del buon cristiano. Colui che lascia dipendere tutto sé stesso da un’unica cosa è come una nave attaccata a una sola gomena; tesa nella tempesta, alla fine si spezza e il vascello rimane alla mercé dei venti e delle onde.

Imant era cresciuto del tutto uguale a sua madre Mare, e si sa quanto nell’uomo sia giudicata virtù ciò ch’è poco consono a una donna: l’irruenza del sangue, la sfrontatezza e l’impeto di una volontà irremovibile.

Tutte queste virili caratteristiche si erano manifestate nel giovane Imant fin dalla più tenera età: come i suoi fratelli aveva forza di tendini e muscoli, ma anche uno spirito ardente e un animo puro, nonché una fervida volontà nell’agire al pari del ferro focaio che cerca la selce per accendere la fiamma luminosa.

Ma allora era stato un funesto errore non condurre tale pura scintilla all’opera di Dio, attizzandola con il mantice della chiesa per farne fuoco le cui vampe avrebbero aperto le palpebre a chi dorme il sonno del peccato: se solo avessero mandato Imant al focolare del santo padre come suo fratello maggiore Atso…

Egli era cresciuto invece in solitudine, cucciolo di lince nella foresta: la madre Mare, vedova di Valdeko, aveva coltivato fin da subito la cocente ambizione del figlio Imant, spingendolo verso obiettivi empi e del tutto fallaci. Quando Mare aveva notato la sete d’Imant per gli atti d’eroismo, quanto quella degli altri giovani per la birra di ginepro, ne aveva dissetato lo spirito fino all’ebbrezza con antiche, perverse storie degli avi suoi isolani, imprese leggendarie che, invero, erano piuttosto scorrerie di pagani senza Dio nelle terre d’oltremare, remote città messe a ferro e fuoco e fanciulle rapite. I suoi pensieri volteggiavano fitti di racconti sull’arcaica libertà del popolo che andava preservata finché, a difenderla, vi fossero stati bambini alti al ginocchio o di un anno d’età, scordando del tutto il dono prezioso della cristianità offerto ai pagani smarriti con la spada e il fuoco dell’amore.

Con tali improvvide dottrine il giovane Imant era cresciuto rapito da un’incessante tensione: l’attesa del momento, del suo turno d’agire. Era come una barca all’ormeggio, protesa alla partenza, le vele issate e l’albero vibrante, oppure come l’uccello che tende un istante l’udito fino prima di spiccare in volo.

Fu così che, avvicinandosi alla vecchiaia, la madre Mare si era legata con crescente affetto al figlio Imant. Con l’età era però mutata la sua indole: ove un tempo spingeva il figlio ad affrontare ogni periglio, ora nutriva un profondo timore per la sua vita e, ogni volta ch’egli s’intratteneva lungo tempo a caccia con l’arco, lo attendeva tremebonda. Ma della paura nel suo cuore non faceva voce con nessuno, ché aveva vergogna della sua debolezza.

Ora ascolta e apprendi con meraviglia, o lettore diligente, quanto l’amorevole Madre di Dio può essere spietata con coloro che si provano ad adombrare il fulgore della sua gloria e a depredare la Terra Mariana, la perla preziosa, la sua corona!”

(Traduzione italiana di Marcello Ganassini)

(Foto del titolo da tuglas.fi. Per le foto qui utilizzate siamo pronti a far fronte alla richiesta di diritti)