Lamento nel folclore e nella poesia finlandesi

Lamento, sofferenza e pianto, manifestazioni del folclore finlandese, sono associati a generi poetici femminili. L’ispirazione per il lamento si trova non solo nell’epopea nazionale finlandese, il Kalevala, ma anche nell’opera delle poetesse finlandesi del XX e XXI secolo.

“Il lamento è come un canto, come l’acqua che sgorga dagli occhi, illuminata da un raggio di luce”, afferma la poetessa finlandese contemporanea Johanna Venho nella sua raccolta Tässä on valo (Qui c’è luce, 2009). L’incorporazione di allusioni e variazioni dirette sul folklore nei suoi testi non costituisce un’eccezione nella poesia finlandese contemporanea, dimostrando come il folklore classico finlandese continui a vivere riccamente nelle opere di molti autori attuali. Sebbene alcuni critici letterari parlino di una rinascita dell’interesse per il folklore orale, questa visione può essere ingannevole. Un’analisi dettagliata della poesia finlandese degli ultimi duecento anni rivela che l’ispirazione dal folklore popolare è una costante, un filo conduttore, nella letteratura di numerosi scrittori.

Il pianto, la tristezza, il dolore e la preoccupazione sono temi comuni nella poesia lirica, sia popolare che erudita. È quasi un cliché affermare che le poesie di grande valore estetico siano spesso ispirate da sentimenti di malinconia piuttosto che di gioia o soddisfazione. “Ma il suo suono è di tristezza / Del dolore ha la fattezza: / Di fatica è il suo telaio, / La penuria lo fomenta, / Ha le corde di tormenta, / I suoi chiodi pien di stenti”, si legge del kantele, lo strumento tradizionale finlandese, nel testo di apertura della Kanteletar, una raccolta di liriche popolari finniche pubblicata nel 1840 da Elias Lönnrot, figura chiave del rinascimento finlandese. Le poesie o canti che appartengono a questo ampio genere lirico sono spesso definite come huolilaulut, ovvero canti di dolore e preoccupazione, principalmente interpretate da donne. I lamenti, conosciuti come itkuvirret, insieme a incantesimi e canti di caccia all’orso, fanno parte delle forme tradizionali di poesia popolare rituale ed hanno sempre suscitato grande interesse sia tra gli studiosi che nel pubblico generale. Questi elementi rappresentano i resti di una cultura precristiana che si è poi fusa con elementi delle tradizioni cristiane, soprattutto quelle ortodosse, lungo il confine orientale della Finlandia.

Gli itkuvirret sono interpretati come canti di eterno commiato, associati a momenti di addio, come la partenza delle reclute per il servizio militare, l’uscita della sposa dalla casa paterna, o il congedo dai defunti. Le lamentazioni erano eseguite in diverse fasi di ciascun evento: ad esempio, i lamenti per la sposa iniziavano durante il corteggiamento e raggiungevano il culmine durante la cerimonia nuziale; quelle per i defunti erano intonate non solo al momento della morte e del funerale, ma anche durante le visite alla tomba e nelle ricorrenze degli anniversari di nascita e morte del defunto. Il pianto rituale aveva una funzione non solo terapeutica, ma anche medianica, simile al ruolo dello sciamano: chi piangeva facilitava la comunicazione con l’aldilà, guidando il defunto affinché non si perdesse nel suo viaggio verso l’altro mondo e fosse accettato nell’oltretomba.

Pianto rituale (1906)

Per cullarlo nell’altro mondo

Le lamentazioni possono essere interpretate come un’espressione poetica tipicamente femminile, che continua a ispirare le poetesse finlandesi fino ai giorni nostri. Tradizionalmente interpretate esclusivamente da donne, i folcloristi dibattono ancora sulla correttezza nel considerare le donne che piangono sia come interpreti che come autrici dei lamenti. Questi ultimi avevano una forma ben definita e, come affermano gli studiosi intenzionati a evidenziare il carattere matrilineare di questa tradizione, i lamenti erano paragonabili a “nutrimenti di latte materno”. Tuttavia, è noto che i lamenti venivano preparati specificamente per ogni occasione, concedendo spazio significativo all’improvvisazione. L’aspetto matrilineare dei lamenti viene ulteriormente enfatizzato in relazione a un particolare sotto-genere di lamento, quello di una figlia per la madre defunta, attraverso cui si esprime il ricordo della madre, l’amore per lei e la condivisione dell’esperienza femminile rurale.

Nonostante i lamenti siano considerati parte della poesia rituale, il confine tra questi e i canti lirici di dolore e preoccupazione è permeabile, come dimostrato, ad esempio, dai cosiddetti “canti della foresta”, un genere che si posiziona tra i due. Secondo la folclorista finlandese Senni Timonen, questi lamenti, eseguiti nei boschi, riflettono antiche credenze animistiche, suggerendo che il lutto sia meglio esprimerlo confidandosi con gli alberi piuttosto che con le persone. A queste espressioni liriche si affianca un gruppo di lamenti particolarmente tristi e considerati da molti i più poetici: le lamentazioni di una madre per il figlio defunto, che deve essere “cullato” nell’altro mondo.

Le convenzioni linguistiche e stilistiche dei lamenti li rendevano particolarmente adatti alla poesia, grazie all’uso di metafore uniche e un linguaggio specifico che ha dato vita alla cosiddetta “lingua delle lamentazioni”, un tempo conosciuta come “lingua dell’amore”, dove solo belle parole sono riservate a coloro che si stanno salutando. L’allitterazione, la ripetizione e il parallelismo sono elementi ricorrenti nella poesia popolare finlandese, mentre le metafore inusuali e le associazioni fisse caratterizzano un linguaggio rituale e magico. Non era permesso rivolgersi direttamente al defunto, né per nome né per grado di parentela; ad esempio, la madre poteva essere descritta come “la mia cara che mi ha portato in grembo” o “la formidabile che mi ha allattato”.

I canti di dolore e i lamenti rituali furono integrati da Elias Lönnrot, celebre compilatore di poesia popolare finlandese, nelle sue raccolte di liriche popolari, come la Kanteletar e il più noto Kalevala (1835, 1849), destinato a diventare l’epopea nazionale finlandese. Sebbene il Kalevala privilegiasse la poesia epica, anche i canti nuziali, i lamenti e la poesia rituale vi occupavano uno spazio speciale. Successivamente, Lönnrot e gli autori di fine Ottocento e inizio Novecento sono stati seguiti da poetesse che hanno attinto intensamente da questa “tradizione femminile” per riflettere sul ruolo delle donne nella società finlandese in trasformazione.

Marja-Liisa Vartio e il marito Paavo Haavikko nel 1960

Senza piangere non la si ingoia

Marja-Liisa Vartio (1924-1966) è riconosciuta come una delle più eminenti “piangitrici moderne” nel panorama della poesia finlandese, avendo dialogato con la tradizione della lirica popolare femminile e del lamento nelle sue raccolte poetiche Häät (Le nozze, 1952) e Seppele (La corona, 1953), fondendo le ispirazioni della poesia popolare finno-careliano-ingriana con quelle della tradizione della cultura occidentale, dall’antichità alla Bibbia e, più in generale, alle opere letterarie. Nonostante la rilevanza delle opere poetiche della Vartio, esse sono state ingiustamente trascurate a favore della prosa dell’autrice, spesso lodata come uno degli apici del modernismo finlandese del dopoguerra, noto per il suo minimalismo espressivo, in netto contrasto con le poesie che richiamano i lamenti. Nelle sue poesie, il pianto e le lacrime sono legati all’elemento femminile, sia come istituzione rituale sia come risposta emotiva. Tuttavia, il cammino verso il pianto non è semplice; nella società del dopoguerra, né la funzione terapeutica né quella magica del pianto vi trovano spazio: “I miei occhi si riempiono/d’acque amare, incommensurabili./Ma le acque non trovano sfogo./Stagnano./Stagnano ferocemente/dietro la diga che ho eretto”. Come osserva la studiosa Tuula Hökkä, Vartio intreccia l’antica tradizione con la sua esperienza creativa, esplorando movimenti emotivi e immergendosi in stati liminali. “Come un masso che rotola,/così inizia il mio pianto – /solo in esso, nel profondo lamento,/il sangue verde dei miei antenati risorge in me”.

Anche l’attuale generazione di poetesse finlandesi, tra cui Helena Sinervo, Merja Virolainen, Johanna Venho, Saila Susiluoto, ViljaTuulia Huotarinen e Anna-Elina Isoaro, trae ispirazione da canzoni di tristezza e pianto, continuando la tradizione del folklore femminile ognuna a proprio modo. I loro testi spiccano per distacco e ironia, particolarmente evidenti in Johanna Venho, voce emblematica della generazione poetica nata nei primi anni ’70. Con umorismo, l’autrice esprime le riflessioni di una giovane madre sopraffatta dalle aspettative su tutti i ruoli che dovrebbe essere in grado di assolvere come donna contemporanea. Nella raccolta Yhtä juhlaa (Tutta una festa, 2006), si legge: “Giorno dopo giorno/preparo una zuppa densa di quotidianità,/così densa che non puoi ingoiarla senza piangere”. In un contesto culturale caratterizzato dalla repressione emotiva, il pianto femminile emerge come strategia per aiutare le donne a fronteggiare le pressioni sia dell’ambiente esterno sia di quello interiore.

La vitalità del pianto in Finlandia si manifesta anche in ambiti culturali più popolari della poesia, come dimostrano il gruppo di musica popolare Värttinä e i vari ensemble amatoriali che attualizzano la tradizione del pianto e della lamentazione in un contesto contemporaneo. Tra questi, spicca “Äänellä itkijät” (Piangere ad alta voce), che propone corsi di lamentazione e i cui allievi più talentuosi si esibiscono, tra l’altro, in concerti di poesia popolare finlandese. I lamenti composti da questi artisti, analogamente ai poeti menzionati, si ispirano alla vita quotidiana contemporanea e ai “temi eterni”, come l’addio alla madre o ad altre persone care, rivendicando con orgoglio la tradizione di cui sono portatori.

(Quest’articolo è una versione aggiornata del testo pubblicato sulla rivista ceca “a2”, n. 07, 2015.)

A dimostrazione della continuità dell’influenza di questo genere poetico nella poesia finlandese, presentiamo due esempi, uno risalente al 2019 e l’altro all’inizio degli anni ’50.

Foto Tiia-Mari Tervaharju

Anna Elina Isoaro

LA CANZONE DELLA MAMMA PER VEIKKO

A mo’ di pianto

Onda ordita, sottoposta

mio intento intenzionale

fogliolina della fonte

giuncoletto da me giunto

generato nella genia

riversato nel mio rio

ruscelletto della roggia

mio tesoro testimone,

senza repliche replica mia.

Sotto l’onda sì profonda

Poveretto del mio petto

fronda mia senza favella

cova priva di parola

sterminato strazio mio

che pervade il mio profondo

ti ho ninnato nella notte

mio brillante sì bramato,

tu mi lasci senza lasciarmi.

                                (dalla raccolta Tämänilmaiset, 2019)

Marja-Liisa Vartio

TRE SOSPIRI

C’è nel cielo un paesello

su ambo le pendici della cresta?

Una stradina tortuosa che l’attraversa

ai piedi del colle, a manca

e accartocciate a riva

tre baracche per le reti

e dove la strada sprofonda nella pineta

un fienile a cui porta un albero scanalato e marcio?

C’è nel cielo la serata autunnale –

la nebbia arresa ai campi?

Un uomo che li attraversa,

l’argilla ad appesantire gli stivali.

È stanco e si siede

sugli scalini del fienile, dove

la strada scompare nel bosco cupo.

Davanti ai suoi occhi il campo e i cadaveri coperti di gelo

dei gambi di patate,

nelle sue braccia il dolore della fatica –

l’argilla che grava gli stivali, sospira –

Conosco quel sospiro,

quando ti ascolto, o vento.

C’è in cielo la pastura,

un boschetto di rami che frusciano,

un cancelletto cigolante?

E ora il cancello è rimasto aperto,

i cavalli sono fuggiti dal recinto –

ora le strade e i raccolti rimbombano del loro scalpiccio.

Gli stalloni neri si affannano tra la segale,

le giumente si crogiolano le groppe fiammeggianti,

si abbeverano con le narici frementi –

i loro musi neri sgranocchiano le pannocchie gialle.

E ora le porte delle case si spalancano al cielo,

le massaie si precipitano lungo le strade al grido:

I cavalli al raccolto – andate a prenderli!

Le trecce ciondolanti, i fianchi ondeggianti

si affrettano le massaie lungo la via gridando –

e al cancello un giovane aiuto ride –

ogni tanto prende fiato –

batte le mani sulle ginocchia e ride!

Questo è il sospiro che ricordo

quando ti ascolto, vento.

C’è in cielo un altro monte

dove si possono scorgere da lontano

dalla terra

i fuochi delle fiammelle?

Il fumo sale pesante

in grandi zolle

ad ondate

sul monte, tra le braccia, i capelli,

le spalle della donna –

il fumo sale prima di ricadere.

Gravida del fumo del dolore del mondo

sul monte celeste

la donna sospira –

gravida del dolore del mondo

i capelli le spalle le braccia.

Quel sospiro è in me,

quando ti ascolto, vento.

                                            (dalla raccolta Häät, 1952)

(Traduzioni in italiano di A. Parente)

Immagine del titolo: Albert Edelfelt, Larin Paraske laulaa itkuvirsiä (wikipedia). Per le foto utilizzate, siamo pronti a far fronte alle richieste di diritti.

Viola Parente-Čapková
Docente di letteratura finlandese alle Università di Praga e Turku.