Nel XIX secolo, numerosi furono le esplorazioni di regioni remote come la Penisola di Kola da parte di esploratori, etnografi e viaggiatori, attratti dai suoi paesaggi aspri e dalle comunità indigene. Alcuni ebbero poi modo di osservare e registrare gli incontri con le popolazioni sámi locali, e i loro reportage misero in luce l’identità culturale unica di questo popolo, come nel caso dell’articolo che qui presentiamo. Nonostante questi resoconti non siano a volte privi di pregiudizi, in quanto rispecchiavano i più ampi atteggiamenti coloniali dell’epoca e talvolta ritraevano i Sámi attraverso lenti romantiche o esotiche, rimangono comunque preziosi documenti storici, che offrono un’istantanea della vita e della cultura sámi in un periodo di profonde trasformazioni e influenze esterne.
Lo scritto che segue, fu pubblicato anonimo nel 1874 nella sezione ‘Feuilleton’ del giornale “Národní listy”, numero 14. Ne presentiamo qui la prima parte.

Canti popolari e racconti dei Sámi
La regione di Murmansk e la Lapponia russa da lungo tempo affascinano i viaggiatori con i loro paesaggi costieri, dominati da estesi corsi d’acqua e orlati dai monti. In questo scenario di imponente dignità nordica, il viaggiatore è come sopraffatto dalla maestosità della natura. Avevo già raccolto testimonianze di turisti e commercianti legate a queste terre, ma nulla si paragonava alla visione diretta degli argini pietrosi delle rive del Kola, la cui vicinanza è annunciata dal fragore delle onde spumeggianti, dalle grida penetranti delle pavoncelle e dai canti dei tuffetti. Meno interessanti mi sembravano i primi insediamenti che ora popolano la mappa della regione occidentale del Murmansk. Ero desideroso di osservare da vicino la vita degli audaci pescatori che trascorrono l’estate lungo le rive del suddetto fiume, dimorando in precarie capanne o anguste grotte. Nelle remote aree boschive e collinari, i laboriosi e pacifici lavoratori nordici, i Sámi, combattono contro la miseria e le avversità. Gli spettacolari laghi della Lapponia, i fiumi pieni di cascate e argini e i grandiosi panorami delle scogliere, costellate di capanne abitate da gente poco conosciuta con tradizioni e usanze proprie, promettevano la gioia di nuove esperienze e scoperte.
Una delle motivazioni principali del mio interesse per la Lapponia risiedeva nella convinzione diffusa tra gli studiosi russi che i Sámi mancassero di una tradizione orale, di una poesia popolare. Mi rifiuto di credere che possa esistere una nazione priva di racconti e canti, così come non può esistere un organismo umano senza cuore. Sono anche convinto che gli abitanti delle regioni più settentrionali, lambite dal Mare artico, possiedano un ricco repertorio di canti popolari e leggende, che in futuro verranno alla luce, come già accaduto per le altre narrazioni della Lapponia. Ignoro il motivo per cui i Sámi abbiano mantenuto segrete le loro leggende poetiche; forse queste tribù, spinte agli estremi confini settentrionali dell’Europa, temevano chiunque non appartenesse al loro ambiente? O forse si vergognavano delle loro storie e dei loro canti, perché derisi dai commercianti russi e dai pescatori norvegesi, o etichettati dai sacerdoti russi come un’eresia pagana volta alla perdizione? Probabilmente sì.
Durante il mio viaggio per Tulom, i Sámi, interrogati sulla loro tradizione orale, mi risposero di averla da tempo dimenticata, e di non essere più in grado di ricordarla. Arrivato a Kola, dove volevo rinfrancarmi dopo il mio primo viaggio prima di continuare, incontrai due papás russi che da tempo vivevano in quelle regioni. Uno di loro, persona colta ed etnografo diligente, dedito all’attenta ricerca di queste aree, sostenne con certezza che la mia ricerca fosse vana, e che i Sámi non raccontassero le favole né conoscessero altri canti se non quelli russi. Mi rivolse all’altro sacerdote, il quale, dopo aver riflettuto, mi confidò: “Caro mio, ma dove la porta la sua ricerca? Sono pur sempre persone primitive! I canti, figuriamoci, persino una semplice conversazione con loro può sembrare un’offesa e un fastidio per qualcuno della mia istruzione (!). Aborro la loro natura selvaggia. L’unico motivo per cui rimango qui è lo stipendio, doppio rispetto ad altrove…” Ad ogni modo, non c’è molto da discutere con un pastore di anime di questo tipo.
Fino a quel punto, il risultato dei miei sforzi sembrava indicare che, effettivamente, i Sámi non possedessero una poesia popolare.
Tuttavia, mi ripetevo che era impossibile. La natura lappone è incantevole. Le cime montuose ispirano rispetto per la maestosità del paesaggio selvaggio, la superficie specchiante dei laghi, il serpeggiare dei fiumi e le cascate schiumose, le valli anguste ricoperte di verde e i cespugli di rosa canina sono colmi di una bellezza idilliaca. Dove altro potrebbero nascere i canti, se non di fronte a questa natura? Le attività dei Sámi, come l’allevamento di renne e la pesca, sembrano quasi invocare melodie cantate. E d’inverno, la tempesta di neve polare, insieme alle catene montuose e al mormorio di corsi d’acqua, sembra creare una perfetta arena per un mondo di racconti e favole.
Ancora un po’ sconfortato dal mio recente insuccesso, ma comunque tenace nella speranza di trovare finalmente ciò che cercavo, mi diressi a Imandra. La giornata si presentava calda e limpida, e la sera il sole calò dietro le imponenti montagne che abbracciano il lago. A nordovest, contro il cielo vermiglio dell’orizzonte, si delineavano le maestose cime dei monti Chibiny; sul versante opposto, a sudovest, troneggiavano tra le nubi rosate le livide masse cupe delle tundre Monč, Čuna e Renna [in una nota, l’autore definisce ‘tundra’ come cima coperta di licheni e muschio, quindi probabilmente l’intende come sinonimo di tunturi. N.d.T.]. Sul Poutelia e il Ljavin, le cime più elevate di quella regione, la neve eterna brillava di un rossore pallido. Ai loro piedi, il lago immobile. Qua e là, isolette coperte di folti abeti, tra i cui colori cupi e severi spiccava il delicato verde della betulla. Le rive del lago, anch’esse coperte di abetaie, e la loro monotona colorazione si fondevano al limite dell’orizzonte con i fugaci contorni delle alture. Sulla tranquilla superficie del lago, gli improvvisi spruzzi dei tuffetti nordici increspavano l’acqua, come se seminassero granati fiammanti. Dalle alture, il richiamo delle pavoncelle echeggiava nel silenzio, insieme allo stormire del ruscello nella quiete infinita di questo magnifico paesaggio deserto.
Nelle grotte e nelle gole, si era già formata la nebbia; oltre il tramonto, il lago accoglieva il lieve sciaguettio dei remi. Non lontano da me, una giovane sámi solcava le acque, la sua voce si elevava dapprima in un sussurro intimo, per poi crescere con sempre maggior vigore. Affinai l’udito, catturato da quei suoni peculiari: gutturali, quasi soffocati e, nei registri alti, di una monotonia che tuttavia non ne scemava l’incanto peculiare. Forse era la novità del motivo ad affascinarmi, o forse nel canto vibrava un qualcosa di lieve, sottile, inesprimibilmente piacevole; mi pareva che quei toni fossero il riflesso sonoro imprescindibile di quella sera solenne, dei torrenti silenziosi di quelle lande deserte e del paesaggio immobile e pietrificato di Imandra.
Quel momento mi segnò in modo indicibile.
Avevo trovato il canto dei Sámi.

Quella stessa notte, seduto vicino al fuoco (poiché in agosto le notti tessevano già oscurità), sulla cima di una collina del lungofiume, ascoltai storie e melodie che mi svelarono un mondo interamente nuovo.
Un sámi abile nelle lingue mi traduceva tutto in russo, mentre la ragazza, animata da due bicchieri di vino, intonava una canzone. E da allora, anche altri Sámi cominciarono a raccontarmi storie, non sfuggendomi più come prima. Cantavano e narravano. Fu in quel momento che notai alcune caratteristiche distintive della loro tradizione: non era mai l’uomo a cantare, sempre una donna e, al contrario, non erano mai le donne a raccontare le storie, ma sempre gli uomini. Quando chiedevo a un sámi di intonarmi un canto, egli si rivolgeva alla moglie e, meno frequentemente, alla figlia. Se presente una donna anziana, era a lei che sollecitavano affinché cantasse. Se invece chiedevo a una donna di raccontarmi una storia, lei volgeva uno sguardo silenzioso verso il marito, il padre o il fratello, che prendevano il suo posto nel narrare. Il primo canto che udii era di una dolcezza particolare e affascinante. Non posso affermare con certezza quanto dell’originale sámi, così particolare, sia stato preservato nella traduzione; tuttavia, la poesia del canto possiede un fascino universale. E così la ragazza cantò:
Dal lago Murd giunse a me un pescatore,
un ricco pescatore dal lago Murd.
Portava con sé un retino, trama d’oro puro,
e fili d’argento in delicata tessitura.
Mi disse: “O fanciulla, presta ascolto a me!
Nella mia rete d’oro ti catturerò,
nella trama dorata con fili argentei.
Oltre le montagne ti porterò,
in quella rete ti condurrò
nella trama d’oro con l’argento intrecciato.
Ma quando risi al pescatore
e una risata chiara esplosi
risuonò la sua eco fino ai monti:
Poi venne da noi il vecchio pescatore
portando con sé, quel ricco uom di caccia,
il retino d’oro con filatura argentea.
“Ti è sfuggita una preda, l’hai lasciata andare…
Ah, ormai è caduta in un’altra rete
non in quella tua, ricamata d’oro e argento
ma in una umile rete di canapa
Non da te, ricco signore, ma verso il mio
giovane amato io vado, povero in tesori.”
“Ah, ai nostri giorni sono pochi quelli che cantano ancora queste melodie”, lamentava il sámi; “c’era Vasil Barchatov, un vero maestro. Un tempo, molti erano capaci di eseguire simili canti. Uno li creava, un altro li ascoltava, li apprendeva e, in tal modo, si potevano eseguire ovunque e risuonavano dappertutto, cambiando soltanto i nomi dei canti.”
“E per quali occasioni venivano composti questi canti?”
“Per matrimoni, cerimonie varie, sfide o anche solo per viaggi in barca. Gli antichi canti erano straordinari, ascoltarli suscitava intense emozioni. Si direbbe che un tempo Dio favorisse maggiormente i Sámi. La selvaggina abbondava, le renne attraversavano i villaggi a centinaia durante l’inverno e i castori erano numerosi! Negli antichi canti si narrava di come i Russi si inchinavano ai Sámi, offrendo loro pane e vodka. Ora, invece, prevale la fame. Pochi pesci, pochi uccelli e ancor meno renne”.

Ho chiesto anche oltrove, a Rozh-Navolok, di cosa trattassero quei canti antichi.
“Di giovani, renne, di ragazzi senza spose e di spose che piangono i mariti.”
“Si dice che voi non abbiate molti canti antichi, che li abbiate dimenticati.”
“Sono solo menzogne. Cantiamo per il nostro piacere personale, su argomenti che riguardano i Finni, che hanno tentato di sterminarci, e sugli Svedesi. I Finni attaccavano di notte, sorprendendo nel sonno, picchiavano anche le donne, bruciavano le case e devastavano tutto. Al loro arrivo, i Sámi si rifugiavano nelle grotte. Tra loro non c’era alcun eroe capace di fronteggiarli. Colpivano soprattutto i villaggi del lago Not e altri luoghi a ovest.”
“Ah, e gli Svedesi?”
“Anche loro saccheggiavano, così come altri ancora, anche se nei nostri canti si parla principalmente dei Finni. I nostri anziani raccontano che i Finni attaccavano dal lato svedese. Non saccheggiavano, ma uccidevano comunque.”
“Povera nazione,” pensai tra me, “non passerà molto tempo prima dello scoccare dell’ora della tua fine! La lotta per l’esistenza sarà ancora più ardua in queste regioni, dove le condizioni di vita sono così modeste.”
(Traduzione di Antonio Parente)
Immagine del titolo: dal Dutch Novus Atlas (1635)