Huvila 2025: tra nostalgia e sperimentazione all’Helsinki Festival

Bryce Dessner - Huvila 27.8.2025

La Helsingin Juhlaviikot, o Helsinki Festival come si chiama in inglese, è nata negli anni sessanta come una specie di versione socialdemocratica dei BBC Proms, un modo per offrire eventi di musica classica ai cittadini di Helsinki.

Negli anni l’evento si è evoluto organicamente a comprendere una varietà di eventi che spaziano dal jazz alla popular music, dal circo al teatro, senza dimenticare la musica classica e contemporanea.

Quest’anno per il trentesimo anno consecutivo, il palco principale del festival è il mitico Huvila, un tendone temporaneo costruito direttamente sulla baia di Hakaniemi, adiacente al teatro municipale. La struttura costruita ad anfiteatro ha un’acustica eccellente e permette ai tecnici del suono di utilizzare un volume maggiore rispetto a quello che ci hanno abituato altri eventi di Helsinki, dove purtroppo il vicinato e i coprifuoco limitano molto i decibel e la qualità del suono.

La struttura è all’interno di un’accogliente cittadella con altre strutture in legno: l’area bar e ristorante, i servizi igienici e aree lavandino separate, dove riempire gratuitamente borracce e bicchieri. L’area è stata progettata in maniera accessibile e sostenibile, ottenendo varie certificazioni a riguardo. Ai miei occhi di spettatore sono rimaste impresse la proiezione prima degli spettacoli di semplici ed efficaci regole riguardo al safe space, l’uso di bicchieri per il vino in plastica riutilizzabile, gabinetti multigenere e la presenza di pedane, indicatori e personale specifico per persone con disabilità fisiche o sensoriali. Un festival quindi dove l’attenzione alle diversità non è ostentata ma sicuramente efficace e pratica.

Nel variegato programma del festival, abbiamo scelto due serate diverse tra loro. Una specificatamente finnica e pop, mentre la seconda è più legata al mondo della musica contemporanea. Ogni evento è composto da due artisti, uno in apertura e il secondo come principale, senza che questo abbia compromesso scalette e esibizioni, che sono state curate in maniera eccellente da tecnici e partecipate equamente dal pubblico.

22.8.2025 Regina: Soita mulle + Litku Klemetti

Litku Klemetti

Si parla tanto di nostalgia in relazione al pop. Se ne parla in continuazione. Stasera sul palco e sotto ci saranno una miriade di nostalgie in gioco e lo si capisce subito, entrando e ritrovandosi immersi in un mondo di adulti vestiti da adolescenti. Hipsterit si diceva quindici anni fa. Gli hipster ci sono ancora, certo, hanno figli magari, i cappellini con la visiera diritta coprono alopecie forse, ma ci sono, quando arrivano concerti interessanti si sbrinano e tornano come nuovi, anzi come usati, come appena usciti da un negozio dell’usato nel 2003.

La gente era rimasta sorpresa dalle prime cassette di Litku Klemetti nel 2015-2016, una ragazzina con la balalaika elettrica, strumenti da mercatino delle pulci e canzoni orecchiabili con richiami al punk, al proge e allo schlager finalndese degli anni settanta e ottanta. Nel 2025, con una discografia enorme alle spalle, Litku si concede al pubblico in una specie di ‘the best of’, riprendendo varie hit della sua carriera. Lei è un aminale da palco, salta, balla, dimena la chioma, usa il seggiolino del piano elettrico come una pedana, si butta a terra e canta come se non ci fosse un domani. La band è eccellente, alle prese con una strumentazione azzeccata. Sono tutti vestiti in maniera bizzarra che corrisponde al miscuglio di influenze del passato ben radicate negli anni d’oro della musica leggera finlandese, quindi ogni tanto viene in mente Juice Leskinen, ogni tanto Mona Carita, ogni tanto i WigWam, ogni tanto i Ratsia. Quello che colpisce di Litku non è tanto l’uso maniacale del retrò, quanto il suo efficente utilizzo per creare qualcosa di unico e in un certo senso di assolutamente fresco.

Dopo una breve pausa salgono sul palco gli headliners, Regina, un gruppo che ha segnato indissolubilmente il mondo indie finlandese ad inizio anni 2000. Sono gli anni in cui Punavuori era il cuore pulsante della vita notturna cittadina e dove la commistione tra elettronica e chitarre produceva qualcosa di unico e che spesso trasformava i dance floors in sale da concerto e i concerti in raves.

Regina aveva questa cosa abbastanza unica nel panorama finlandese di allora. C’era un batterista vero e un chitarrista vero ad accompagnare una cantante abbastanza stralunata, ma a questi si sovrapponevano loops e basi di elettronica, che andavano dal lo-fi a cose più leftfield. Il loro disco definitivo per molti era Soita mulle del 2011, un capolavoro di dream pop che nel concerto ripropongono interamente, accompagnandolo da varie hit passate come Saanko jäädä yöksi (2008) con quel loop di piano e il basso dritto che riportano immediatamente in qualche bar fumoso di Iso Roba.

La cantante ha una grande presenza scenica, mentre gli altri due se ne stanno mesti sui loro strumenti come andava di moda allora, tra l’altro il chitarrista con la mano destra ingessata, che però non ha infastidito la sua performance shoegaze. Il pubblico balla, si diverte, chiude gli occhi e i pezzi di Regina, specialmente quelli più sognanti, sembrano degli splendidi diamanti grezzi che mantengono gusto ed eleganza nonostante gli anni andati, senza diventare esercizi di stile in nostalgia.

A proposito di questo, mentre rientro a casa in bicicletta vengo sorpreso da dei fuochi d’artificio che si alzano dallo stadio olimpico: gli Ultra Bra a qualche chilometro di distanza hanno appena terminato la loro prima serata sold out, dove la nostalgia invece è di casa, abbigliata in improbabili impermeabili gialli.

27.8.2025 An Evening With Bryce Dessner – Bryce Dessner with Australian String Quartet, Anastasia Kobekina & Fleur Barron + Laura Hynninen

Australian String Quartet

Il mercoledì successivo arrivo a Huvila con un leggero ritardo dovuto ad assemblee scolastiche di genitori e Laura Hynninen ha già iniziato. Mi siedo nell’ultima fila e ascolto questa arpista geniale che combina classica, folk e elettronica in maniera originale. Usa pedali ed effetti per creare strati di rumore, picchietta sul corpo dell’arpa, crea delle linee ritmiche grattando sui microfoni piezoelettrici, sussura, canta e qualche volta urla al microfono e stende arpeggi e virtuosismi vari sulle 47 corde dello strumento.

L’utilizzo dell’elettronica combinato con strumenti classici e l’uso non convenzionale di questi ultimi non è una novità, ma quello che Laura possiede è l’abilità di scrivere ottime canzoni e una grinta notevole da performer. Il pubblico segue con attenzione e applaude.

Dopo Laura è il momento di Bryce Dressner, un compositore americano di musica contemporanea e allo stesso tempo il chitarrista di The National, una delle band più interessanti uscite da New York City nei primi anni duemila. Tra il pubblico è facile scorgere fans della band, soprattutto un barbuto con la camicia di flanella seduto davanti a me che non contiene l’emozione di trovarsi il chitarrista a pochi metri.

Dressner non concede quasi niente al rock, nonostante abbia con sé una Gibson e un amplificatore e accompagni con questi vari ospiti che eseguono le sue composizioni. Sono pezzi spesso intensi, immagino non facili da eseguire. In configurazioni diverse salgono sul palco l’Australian String Quartet, Anastasia Kobekina al violoncello e Fleur Barron come mezzosoprano.

La Kobekina regala una versione strepitosa di Tuusula, composta da Dressner in una residenza in Finlandia di qualche anno fa mentre la Barron e l’Australian String Quartet eseguono una trilogia di poesie di Alfonsina Storni musicate da Dressner, seguite dalla zamba argentina Alfonsina y el Mar accompagnata da Bryce alla chitarra acustica. Il quartetto e la Kobekina eseguono anche l’unico pezzo non di Dressner, qualcosa di Arvo Pärt del quale non ricordo il titolo.

Anastasia Kobekina

Un concerto fantastico dove Dressner sembra continuamente grato dell’opportunità data dal festival di lavorare con musicisti eccellenti. Il compositore rappresenta una figura che soltanto gli Stati Uniti d’America riuscirebbero a produrre: un misto di influenze europee di inizio secolo, padronanza dei linguaggi del rock (come ha dimostrato con un’ipnotica Garcia Counterpoint per chitarra elettrica sola), riferimenti alla cultura latino-americana e grande apertura sul mondo, compresa la Finlandia che ha elogiato come un paese ricco di musicisti e compositori eccellenti.

Quest’anno la musica dal vivo in Finlandia ha avuto un boom di concerti negli stadi, festival spuntati dal nulla, boicottaggi di festival finiti nelle mani di finanziarie globali senza scrupoli e come-back inaspettati. La sostenibilità di queste operazioni – allo stesso tempo culturali ed economiche – sembra dubbia e allo stesso tempo molti artisti, per la prima volta, si sono lamentati di questo o hanno dato segni di esaurimento. In questo panorama, l’Helsinki Festival dimostra come la cosa pubblica in Finlandia è ancora in grado di generare benessere in maniera egualitaria. La Cultura qui in qualche modo (r)esiste.


Giacomo Bottà
Accademico specializzato in studi urbani con una passione per la musica, ha lasciato la natia Valtellina per la Germania, solo per ritrovarsi a Helsinki.