Ascoltando i discorsi di inizio anno del Presidente della Repubblica di Finlandia Alexander Stubb, del Primo ministro finlandese Petteri Orpo e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, si percepisce una sorprendente sintonia. Tre voci diverse, due Paesi diversi, ma la stessa atmosfera morale: un’Europa che non può più permettersi illusioni, e che tuttavia non rinuncia alla speranza.
Stubb, nel suo ruolo di capo dello Stato, costruisce la sua visione attorno a tre parole — pace, crescita, cura — che diventano la bussola del 2026. La sua è una prospettiva ampia, internazionale: la Finlandia, dice, continuerà a sostenere l’Ucraina ed a contribuire alla stabilità globale. La pace, sottolinea, è un processo imperfetto ma necessario; la crescita richiede conoscenza, tecnologia e coraggio; la cura è riconoscimento dell’altro, cultura, capacità di non diventare cinici. E in questo orizzonte inserisce un passaggio significativo: gli incontri con “children and young people” (ragazzi e giovani) che gli hanno restituito fiducia nel futuro. È un invito diretto alle nuove generazioni a sentirsi parte della Finlandia che verrà.
Orpo, come capo del governo, parla con la voce di chi deve trasformare quella visione in scelte concrete. Il suo discorso è più terreno, più legato alla gestione quotidiana del Paese. Ammette che la Finlandia non ha raggiunto i livelli di crescita previsti e che la spesa pubblica supera ancora le entrate; il governo, dice, è pronto a ulteriori misure di risparmio se richieste dall’UE. Anche lui ribadisce il sostegno all’Ucraina, ma con il pragmatismo di chi deve garantire sicurezza e stabilità interna. E quando propone il divieto dei cellulari nelle scuole, lo presenta come un modo per restituire serenità e concentrazione alle aule: un intervento che, pur non rivolgendosi direttamente ai giovani, riguarda profondamente il loro futuro. Il suo messaggio si chiude con un appello alla coesione: “vincere insieme”.

Mattarella, nel suo ruolo di garante della Costituzione italiana, porta nel discorso una tonalità diversa, più morale e civile. La pace, per lui, è un imperativo etico prima ancora che politico. Le immagini che evoca — case distrutte, bambini al freddo, neonati che muoiono assiderati — ricordano che la guerra non è un tema astratto, ma una ferita inflitta ai più vulnerabili. Accanto alla pace, richiama la dignità della persona, la solidarietà e il ruolo dei giovani. Lo fa con un riferimento potente: il 2026 segna gli ottant’anni del referendum del 1946, la scelta repubblicana come atto di fiducia nel futuro compiuto anche dalle nuove generazioni dell’epoca. È un invito a non cedere alla sfiducia, a sentirsi parte di una storia che continua.
Le convergenze tra i tre discorsi non sono casuali. Tutti parlano di pace, ma ciascuno con un accento diverso: Stubb con realismo strategico, Orpo con pragmatismo politico, Mattarella con profondità morale. Tutti richiamano alla responsabilità collettiva: Stubb come cura e partecipazione democratica, Orpo come disciplina economica e coesione sociale, Mattarella come fedeltà ai valori repubblicani. E tutti, in modi diversi, parlano ai giovani: Stubb direttamente, Mattarella con forza simbolica, Orpo attraverso le scelte che riguardano la scuola. Le differenze non creano fratture bensì complementarità. Stubb indica l’orizzonte, Orpo costruisce la strada, Mattarella ricorda i valori che devono guidare il cammino. Insieme compongono un’unica frase: l’Europa può attraversare questo tempo difficile solo tenendo insieme visione, concretezza e memoria.
Il 2026 si apre dunque con tre voci diverse, ma un’unica speranza. Una pace da costruire, una società da tenere unita, un futuro da rendere credibile per chi verrà dopo.
Testi dei discorsi, in ordine cronologico:
Mattarella: https://quirinale.it/elementi/146684
(Foto del titolo di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica))















