Il concerto Riot Symphony è stato indubbiamente uno dei punti salienti delle Helsingin Viikot del 2026, che si sono recentemente concluse. Il nucleo dell’evento è l’omonima composizione (2024) del nordirlandese Connor Mitchell, interpretata dall’orchestra nazionale finlandese dell’opera e condotta da Andrew Gourlay alla Musiikkitalo il 20 agosto 2026.

La composizione riesce nel progetto di far collidere, ma in senso positivo, i mondi dell’attivismo politico, in particolare l’anti-putinista e l’anti-nazista, con sonorità sinfonico-operistiche combinate con l’arte multimediale: durante l’intero concerto, le veloci immagini su megaschermi hanno alternato proteste e momenti cruciali di crisi diventando parte integrante della narrazione musicale.
Il titolo è ispirato in modo evidente alle Pussy Riot, il gruppo punk e femminista russo che nei più diversi contesti ha protestato contro gli aspetti più repressivi dell’attuale regime oltreconfine. La band compare a tratti anche nei video.
Il caledoscopio apocalittico giustappone flash di propaganda putinista, nazista e sovietica, nonché immagini di guerre e vittime di vari regimi e oligarchie.

A tratti, compaiono anche altri personaggi noti per recenti conflitti: Trump e Netanyahu. Le immagini slittano dal passato al presente, da vittime a carnefici e viceversa in modo più confuso di un video K-pop, ma il messaggio complessivo è molto chiaro: le minacce alla libertà e democrazia del presente sono altrettanto catastrofiche di quelle del passato. Nonostante le differenze ideologiche e di contesto storico, i risultati di conflitti e repressione rimangono drammaticamente simili in termini di sofferenza per la popolazione civile.

Dal punto di vista musicale la sinfonia è pregevole, ha la chiarezza programmatica della musica da film per i continui rimandi alle scene visuali, ma sorprende per l’inserimento del canto operistico, in cui eccelle Aurora Marthens, soprano alla voce cristallina, e il tenore Ric Furman, celebre per le sue interpretazioni di Wagner. I testi cantati ed anche presentati su megaschermo sono frammenti di pamphlet antinazisti della Weiße Rose (Rosa Bianca), movimento nonviolento creato da un gruppo di studenti di Monaco, fra cui Hans e Sophie Scholl, e da un professore di Musicologia, Kurt Huber. Nel 1943, molti membri furono arrestati dalla Gestapo, processati e giustiziati con la ghigliottina.

Da un lato, il brano è apocalittico nell’accostare le distruzioni della Seconda guerra mondiale al conflitto ucraino e ben si adatta al continuo senso di crisi, disperazione e spaesamento creato dalle guerre a Gaza e in Iran. Dall’altro, la sinfonia fa capire che anche nei giorni più bui delle dittature nazifasciste, c’è sempre stato qualche dissidente capace di illuminare futuri diversi, e che questo accade anche ora. Si chiude con una citazione di Weiße Rose: “Eppure c’è speranza”.
La Ryot Symphony è stata preceduta dalla composizione Metamorphosen (1945) di Richard Strauss, composta negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale per un’orchestra di soli archi. Il brano è ispirato in parte a due poesie di Goethe che portano lo stesso nome, in parte al dolore provocato dalla distruzione degli ultimi anni del conflitto, dove furono bombardati e distrutti praticamente tutti i grandi teatri d’opera tedeschi e intere città della Germania furono rase al suolo. Nel brano, Strauss usa tutti i mezzi retorici possibili per esprimere il dolore, ma sa anche alternare malinconia a passaggi in scala maggiore che esprimono comunque spiragli di ottimismo e speranza.
L’accostamento fra i due brani non è casuale e tratta del difficile rapporto fra disperazione e speranza. Ci sono poi accostamenti fra i conflitti: anche in Ucraina alcune città sono state completamente distrutte (Maripol), con tanto di teatri, università e musei: i bombardamenti vogliono seppellire anche la memoria storica e culturale. La stessa valenza simbolica si trova della distruzione e ricostruzione del ponte di Sarajevo per il conflitto in Bosnia.
Nel caso delle sinfonie presentate alla Musiikkitalo le riflessioni musicali superano la mera protesta, e sanno proiettarsi al di fuori della disperazione apocalittica, o del bersaglio politico, per proporre soluzioni emotive ed universali al dolore che i conflitti e la repressione politica hanno provocato nel passato e nel presente. Si esce dalla sala pensando: “eppure c’è speranza”, si pensa ai semi delle Rose Bianche che, nonostante tutto, rifioriscono.

(Foto del titolo di Saara Autere)















