La Guerra civile finlandese raccontata da Joel Lehtonen

Il racconto di Joel Lehtinen che qui presentiamo nella traduzione italiana di Antonio Parente è “Abele Muttinen in guerra, ovvero la vendetta della terra senza figli”, testo che fa parte della raccolta Kuolleet omenapuut (Meli morti, 1918). La storia è ambientata al centro degli eventi della guerra civile finlandese, che ebbe luogo durante i primi mesi del 1918. Le violenze commesse durante e dopo la guerra dai Bianchi e dai Rossi provocarono una ferita profonda nella società finlandese. La letteratura ha reagito e continua a reagire a questo trauma nazionale sia direttamente, come nel caso di Lehtonen, sia a distanza di tempo, fino agli autori contemporanei.

Il testo qui di seguito presentato è opera dello scrittore Joel Lehtonen (1881-1934), che esordì sulla scena letteraria finlandese nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando in Finlandia predominavano le tendenze neoromantiche; le sue opere più importanti, però, crescono in una sintesi di neoromanticismo, impressionismo e realismo.

I suoi primi testi, che comprendono anche poesie e fiabe, sono influenzati anche dalla filosofia di Friedrich Nietzsche e prendono ispirazione dalle opere di Selma Lagerlöf e Maxim Gorky. Trattano del destino di individui particolari e del tema della rivolta artistica (ad esempio, il romanzo del 1904 Paholaisen viulu (Il violino del diavolo) e, sempre nello stesso anno, la composizione poetica Perm, incentrata sul motivo della mitica terra di Biarmia, secondo alcune leggende la protopatria della nazione finlandese). L’ispirazione della poesia orale popolare, delle storie bibliche e della decadenza letteraria è evidente nella poesia Mataleena (1905), in cui Lehtonen elabora la tragica storia di sua madre, la quale l’aveva abbandonato in quanto figlio illegittimo.

Durante il decennio successivo, Lehtonen trovò nuovi modelli letterari in Boccaccio, Rabelais e Cervantes, come nel cosiddetto ciclo di Putnikotko. Qui l’autore affronta la critica della società finlandese contemporanea, rappresentata da un gruppo di eroi di diverso stato sociale provenienti dal Savo, la regione natia di Lehtonen. Il romanzo Kerran kesällä (Una volta, d’estate, 1917) introduce i personaggi principali di questo gruppo, in particolare l’alter ego dell’autore, il liberale della classe media Abele Muttinen. Il ciclo continua con la raccolta di racconti interconnessi Kuolleet omenapuut (Meli morti, 1918), e culmina nel romanzo Putkinotko (1919-20).

Nei testi successivi, si rafforza la sua visione pessimistica della società umana. Negli ultimi anni della sua vita, Lehtonen soffrì di una grave malattia, che gli impedì a mano a mano ogni movimento, alla fine anche di scrivere. Joel Lehtonen mise fine volontariamente alla sua vita una settimana prima del suo cinquantatreesimo compleanno.

ABELE MUTTINEN IN GUERRA

La Finlandia, parte dell’Impero svedese all’incirca dalla metà del XII fino agli inizi del XIX secolo, e successivamente per quasi un centinaio di anni Granducato autonomo dell’Impero russo, ottenne l’indipendenza in relazione agli eventi del dicembre 1917 in Russia. Meno di due mesi dopo la dichiarazione di indipendenza, in Finlandia scoppiò la guerra tra i “Rossi”, i quali cercavano di espandere anche sul territorio finlandese la rivoluzione bolscevica russa attraverso l’insurrezione popolare, e i “Bianchi”, i quali intendevano la loro lotta e la successiva vittoria nell’aprile del 1918 come la difesa dell’indipendenza finlandese. I “Rossi” erano quindi sostenuti da Lenin e dai bolscevichi, i “Bianchi”, a loro volta, dalla Germania, dove tra l’altro erano stati addestrati anche i cosiddetti cacciatori di montagna, combattenti menzionati nel racconto di Lehtonen. Come si evince dalla parte iniziale del racconto, nell’ambito di questa guerra civile, paradossale fu il ruolo dei soldati russi, ancora presenti sul territorio finlandese nel febbraio del 1918 – molti di questi ex rappresentanti dell’Esercito Imperiale si unirono ai Rossi, ma la maggior parte di loro si trasferì in Russia nel marzo del 1918.

Reparto di Bianchi a Varkaus

L’evento specifico che fa da cornice alla storia di Lehtonen è reale, e il suo racconto trova riscontro nei documenti storici. Si tratta della battaglia di Varkaus, una cittadina industriale nella parte nord-orientale della regione di Savo, nella Finlandia orientale, dove ci fu un forte sostegno dei Rossi. Nel febbraio 1918, i reparti bianchi circondarono la cartiera dove si erano ritirati i Rossi, prima di essere costretti alla resa. Nell’ambito della guerra civile finlandese, le successive esecuzioni dei Rossi furono tra quelle che oggi considereremmo di massa, sebbene gli storici non concordano sui dettagli e sul numero esatto delle vittime.

La figura del libraio Abele (nell’originale Aapeli) Muttinen, una sorta di alter-ego dell’autore, compare già nel romanzo del 1917 Una volta, d’estate; l’autore non poteva ancora sapere quanto amaramente ironica fosse la scelta del nome di Muttinen nel quadro della guerra fratricida del 1918, alla quale il personaggio principale (a differenza di Lehtonen) alla fine prenderà parte. Lehtonen fu uno degli autori che intesero la vittoria dei Bianchi come il salvataggio dell’indipendenza e della democrazia finlandesi; nei monologhi interni di Muttinen, tuttavia, cerca di guardare agli eventi che portano al conflitto armato da diversi punti di vista, in un contesto sia personale sia internazionale. Muttinen, un liberale della classe media di origini popolari, salito relativamente in alto sulla scala sociale, si fa portavoce della delusione delle persone istruite e delle classi medie finlandesi – delusione dovuta al fatto che la gente comune non è come quella raffigurata nei poemi idilliaci ed eroici del cosiddetto poeta nazionale finlandese Johan Ludwig Runeberg, o nelle fiabe patriottiche e nei romanzi storici di un altro importante autore finlandese del XIX secolo, Zachris Topelius. Prova vivente di ciò è il pigro mezzadro al quale Muttinen diede la possibilità di gestire la sua fattoria, il quale, tuttavia, preferì vendere illegalmente l’alcol. In questo racconto troviamo anche altre figure del ciclo di Abele Muttinen: c’è il patriota fanatico Bongman il quale, nel racconto successivo, cade eroicamente, e anche il giudice Tommola, pragmatico opportunista, che cerca di profittare come può dalla guerra civile.

 

Joel Lehtonen

Abele Muttinen in guerra

ovvero

La vendetta della terra senza figli

Regione di Savo, fabbrica di Varkaus, anno 1918. Notte d’inverno. Il giorno successivo sarà il 21 febbraio.

Nel buio lo scoppiettio sporadico di fucili e mitragliatrici. Un’unità del neonato esercito volontario finlandese assedia la fabbrica, nella quale sono asserragliati un paio di migliaia di socialisti finlandesi in rivolta contro il proprio governo, qui come in molte altre regioni, sobillati dalle idee universali di cui ribolle la Russia; armati dagli stessi Russi ancora presenti sul territorio finlandese, ordiscono complotti per sconfiggere quei cittadini che invece desiderano liberare questa piccola terra dai Russi.

Un buio senza fondo. Di tanto in tanto salgono in cielo misteriosi raggi di luce provenienti dalla segheria, poiché gli assedianti dispongono di fanali presi dai cantieri navali, – dietro quella collinetta, il nostro amico Muttinen è disteso tra cumuli di neve. Non però in prima linea, ma piuttosto di riserva, appostato accanto ai binari della ferrovia.

La luminosità abbagliante dei fanali cade sui binari, più lontana delle vallate tra le colline, causando un fievole luccichio sulle rotaie e rivelando anche gli uomini di guardia, disposti a brevi intervalli.

Sono lì in piedi, nonostante siano più vicini al pericolo di Muttinen, il quale rimane posizionato a terra. Impaurito.

E pensa, pensa.

Oltre la collinetta alle sue spalle c’è la casa dove hanno portato i feriti, perché qui si è combattuto già ieri e i Rossi, protetti da barricate di blocchi di ghiaccio e piastre per costruzioni navali, hanno finora respinto gli assalitori. Cosa succede se vincono? ragiona Muttinen. Se non obbediscono nemmeno ai fucili? E invece partono all’attacco, quei diavoli rossi? Lo catturano, lo fanno a pezzi, gli squartano l’addome, gli tagliano le orecchie, gli cavano gli occhi dal viso, come sembra abbiano già fatto altrove.

Ma fuggire no; deve rimanere qui, per la causa.

All’angolo della casa buia crescono degli alberi longevi, che gli sembra assumano sembianze spettrali alla luce occasionale dei fanali. Per poi svanire di nuovo nel buio.

Il vento notturno soffia a tratti, e gli abeti come se esalassero sospiri, che a Muttinen danno un’impressione a volte di mestizia, a volte di tetraggine, la minaccia di qualcosa di terribile, quasi reclamassero una sorta di vendetta; solo a tratti dal vento traspare un tono più gioioso, a seconda dello stato d’animo di Muttinen.

Da cosa origina quella sfumatura di felicità? Dalla speranza che cova in Muttinen che la Finlandia sarà finalmente libera? Incoraggiante è l’esito di numerose battaglie, combattute più a Sud e ad Ovest, nelle quali l’armata nazionale, formata per lo più da contadini, ha respinto le truppe russe e le incursioni furiose dei Rossi.

Ma per quanto tempo? si chiede Muttinen, lo sguardo pensoso verso il cielo e il colbacco ficcato fin sotto le orecchie.

“La piccola Finlandia… di Russi ce ne saranno ancora sessanta, settanta milioni… Verranno di nuovo, comunque,” mormora Muttinen. “Ah, quei fucili …”

Di nuovo una scarica di colpi nel buio del bosco, di sicuro dalle file degli assalitori. Muttinen interrompe il brontolio, preme la testa sul cumulo di neve, e poi alza un un po’ il cappello per permettere alle orecchie di sentire l’eventuale sibilo di un proiettile vagante.

“E poi, quando arrivano i Russi? Poi questi pazzi contro i quali ora combattiamo passeranno dalla parte di quegli scarafaggi… Perché a quale prezzo si può ottenere la libertà? Col sangue…col sangue dei nostri fratelli. Come potrà mai esserci una pace duratura, in tali condizioni? E come può una persona comprendere questa reciproca rabbia fratricida?

No, Abele non capisce…

Chissà se per gli altri è tutto chiaro… Combattono con entusiasmo tra i sibili delle pallottole. Ma lui… hm.. un vigliacco. Beh, almeno lui è sempre qui in piedi… O in effetti no, disteso, ventre sulla neve, nelle retrovie. Armato di un fucile da caccia talmente corroso che all’inizio non era riuscito nemmeno ad inserire la cartuccia nella canna.

Che può mai fare con una ferraglia del genere in caso di attacco… di quei diavoli rossi? I pochi fucili funzionanti rimasti servivano al fronte…

E cosa avrebbe mai potuto fare lui con armi migliori, – lui, che in vita sua aveva sparato  soltanto ad un picchio, poveretto… Non ne aveva il cuore, no, – non voleva.

Di nuovo gli scoppiettii delle fucilate.

E lui, Abele Muttinen, potrebbe anche morire qui! Lui, che se la passa bene, che è ricco. In questo modo! Lui, che se la potrebbe godere…

Ah, che sofferenza!

Muttinen aguzza le orecchie, oltre al cappello tira giù anche l’abbondante collo del maglione di pelo di cammello, nel quale è insaccato il suo collo breve, in quanto gli sembra di sentire qualcosa. Non è forse il sibilo non lontano di una pallottola? Il ramo del grande abete crepita, qualcosa cade a terra: probabilmente un proiettile vagante. Oppure è qualcuno che gli tende un’imboscata? Muttinen muove le gambe infilate negli stivali di feltro, come se volesse darsi alla fuga; ma no, deve rimanere qui. Fronteggiare quegli assassini, in quanto anche quelli sotto assedio hanno ucciso molta gente in queste campagne.

Nel silenzio della notte arrivano fin qui delle grida singole, indistinte, stranamente fredde: gli ordini dei comandanti; e ancora più lontano sale un verso della Marsigliese, cantata da una voce immatura, non addestrata, in tono malinconico, disperato.

Perché questa guerra fraticida?

Qualcosa era nell’aria già l’estate scorsa, anche se pochi pensavano che si potesse arrivare a tanto. Tempi gravi in questa terra… Conseguenza della guerra europea, maledetta. Perché le nazioni devono farsi la guerra, combattere tra di loro? Le nazioni? Forse anche loro vogliono… I coltivatori, gli zappatori, i faticoni di fabbrica?… Forse la piccola borghesia? No, soltanto i ricconi… le società commerciali che competono tra loro in diversi paesi. E come conseguenza la rivalità tra intere nazioni… la necessità di uccidersi a vicenda… che allocchi. E ora qui – come ci sono finito? Ci si sente di impazzire pensando a tutto questo.

Tempi gravi qui, in questa brughiera… Altrove, nei grandi poderi del Sud-Ovest della Finlandia, i lavoratori pretendevano una paga sempre maggiore. I proprietari… hm, soprattutto gli Svedesi, razza diversa, che non conosce l’anima finlandese, né il suo odio furente o il suo desiderio frenetico di vendetta… rifiutarono. Anche se per l’intero periodo di quella grande guerra tra i popoli Muttinen non aveva incontrato nemmeno un contadino, anche solo con un pezzetto di terra, che non se ne felicitasse, essendo i conflitti periodi d’oro per ogni agricoltore. E poi vennero gli scioperi… Secondo i contadini, estremamente pericolosi per la patria… E perché… non potevano sacrificarsi, pagando anche oltre i propri mezzi, dovevano pur amare la loro patria, no? Beh, probabilmente non era solo colpa di quei ricconi. Non c’era lavoro nelle fabbriche, nessuna materia prima a parte i lavoratori. E anche lì si scioperava… Chi ci capisce niente, è una cosa troppo grande. – E dopo gli scioperi i conflitti armati: gli operai si armano con i fucili forniti dai Russi, – e l’altra metà della popolazione li fronteggia con fucili tedeschi. E questo fuoco che cova sotto la cenere inizia a diffondersi… Nasce il banditismo, che suscitò in Muttinen dapprima meraviglia, poi riso. Lì a Turku c’erano le Guardie rosse, si formavano in ogni angolo del Paese, chi diavolo sa perché: Muttinen allora non capiva – rubavano cappelli pregiati, che poi ornavano le teste delle loro ragazze, e braccialetti per i loro polsi, e loro, orologio in tasca, si agghindavano con frac e cilindri lucidi, mentre protestavano gridando di morire di fame. E lo stupore di Muttinen mutò in sbigottimento ed orrore quando quei ladri profanarono anche gli appartamenti dei più ricchi, insudiciando i tappeti, strappando i quadri, e persino uccidendone i proprietari. Questo era l’operaio finlandese? Non proprio; Muttinen pensava che questi fossero i vagabondi che i Russi, durante la guerra, avevano accolto tra le proprie fila, – la parte della popolazione più belluina, inadatta a vivere in quelle regioni. Cominciarono le provocazioni, e i giornali operai fomentarono ulteriormente la discordia, sostenendo menzogneramente che la borghesia armata contro la Russia era sul punto di uccidere gli operai affamati, – fucilandoli come maiali. E i lavoratori furono talmente ingenui da crederci! A meno che, probabilmente, non cercassero solo una scusa per armarsi e violare l’intero Paese finché non fosse stato in linea con i loro ideali. O forse obbedivano solo ai loro caporioni… i quali presto divennero briganti di foresta, furfanti e assassini, liberati di prigione dalla masnada inselvatichita. Sotto la loro guida scovavano il cibo dei ricchi, l’uva passita… e soprattutto le armi nascoste. E uccidevano…

E proprio ora la nostra classe operaia marcia verso il fronte insieme a quei vagabondi e a quei ladri, fucili in spalla. Nel giro di un paio di settimane sono già morti a migliaia, a Vilppula, Antrea, Mouhu… uccisi dalle pallottole dei loro concittadini, contro le quali si gettano a capofitto. Nei territori conquistati bruciano i villaggi e il bestiame, torturano la gente, sia ricchi sia poveri, qualora non acconsentano ad unirsi a loro, o se incapaci di dar fuoco e uccidere… Sì, squartano il ventre – l’addome di Muttinen, sul quale grava la pesante bandoliera, trema al pensiero delle baionette malevoli dei fucili russi… Tagliano le dita con l’accetta, le braccia con le seghe. Strappano le carni dalle cosce, seppelliscono vivi.

La cosa migliore sarebbe non pensarci. Ma quanti ci riescono?

“E questa sarebbe la nazione di Runeberg, di Topelius?” borbotta Muttinen. Lui, figlio del popolo, con il quale è rimasto in contatto, che sogghignava all’idea della nazione e del popolo espressa da questi scrittori famosi… Li considerava romantici, in buona parte… E ne intuiva la possibile pericolosità. Ma ora che quelle idee si erano manifestate come menzogne… lui, anche se pronto ad aspettarsi qualsiasi cosa dagli abitanti dei boschi profondi che coprono gran parte della nazione, era rimasto stupito da come la sua idea fosse anch’essa troppo idealizzata. Chi avrebbe potuto prevedere una cosa del genere? Altrimenti forse anche l’altra parte si sarebbe armata con qualcosa di meglio di semplici fucili da caccia, in uso ora ai primi difensori del Paese. Una parte della terra di Runeberg era davvero così stupida, invidiosa e piena di rancore soppresso?

E questa gente era davvero così misera che non valeva la pena nemmeno di provare a comprenderli? No, Muttinen non poteva arrendersi, né uccidere alla cieca, sconsideratamente.

Comandante delle Guardie Rosse a cavallo Verner Lehtimäki

Aveva riflettuto su tutto ciò, ponderato. E provato costernazione e paura quando, dodici mesi prima, gli operai della fabbrica e i vagabondi avevano attirato le truppe russe che infuriavano nel paese per saccheggiare le loro città. Allora Muttinen era rimasto nascosto. Temeva che presto anche sul tetto di casa sua si sarebbero alzate le fiamme. E si chiedeva dove sarebbe stato meglio celarsi, rannicchiarsi, nel deposito sotterraneo per le patate o tra i cumuli di neve? Ma quando l’esigua guardia borghese della sua città respinse il pericolo con pronta intransigenza, il viso di Muttinen si accese di felicità; offrì a Bongman, tra gli eroi più valorosi, del vino Malaga invecchiato, e alzando gli occhi al cielo dichiarò:

“Sei un uomo onesto… Un uomo buono … Sei un patriota”. Tuttavia, non avrebbe dovuto farlo. Poiché quando a gennaio iniziò la guerra attuale, un vero inferno, e i giovani accorsero dalla città e dai dintorni, precipitandosi verso il fronte careliano, Bongman corse di nuovo da lui. In mano un vecchio fucile Berdan, in petto lo stemma finlandese, i capelli sventolanti di entusiasmo, sulle spalle il tascapane e ai piedi gli scarponi alti. Ed esclamò:

“Vieni, è stupendo!”

Abele era seduto in sala da pranzo, in camicia, davanti a un piatto di risolatte.

“Eh?” chiese.

“I Russi, con l’aiuto dei Rossi, stanno spingendo intere orde verso la Carelia. La strada verso il Nord può essere bloccata…”

In preda al panico, Muttinen cominciò a balbettare, come sarebbe riuscito ad andare via da qui… in Norvegia, in Svezia… questo era il suo piano…

“Cosa?” chiese l’altro. “Ti ordino di andare in guerra”.

“In guerra”.

Muttinen stava quasi per cadere sul suo ampio deretano… Prese a spiegare che in vita sua aveva sparato soltanto ad un picchio

“Un picchio… Perfetto, anche quello ha la testa rossa …”

“La testa rossa… ma questi occhiali…”

“Portane due paia”.

Muttinen rispose sì, allora… Ed è così difficile, non riesce a capire.

Questa volta Bongman non si infuriò; rise, e poi andò via.

Ma Muttinen si chiuse in casa. Non era riuscito a diventare nemmeno intendente, a differenza di Tommola, il quale dimostrava un’ottima capacità organizzativa. Ma anche a casa sarebbero potute accadere cose terribili, se quelle terrificanti guardie rosse fossero entrate in città. Pertanto, decise di non uscire dall’abitazione, si barricò nell’abbigliatoio buio della sua governante, e la pregò di dire a chiunque fosse venuto a chiedere di lui che era in viaggio. Si accampò su una branda, proprio come quelle che si trovano negli accampamenti militari, resa più morbida dai cuscini, sulla quale poltriva mezzo vestito, come provvigioni a volte un budino di prugne, altre volte altre leccornie che, lacrime agli occhi, mangiava col cucchiaino lì al buio, sotto le gonne appese alla parete. E pensava, pensava. A lui, che non aveva mai sparato a nessuno, tranne che a un picchio con la testa rossa, adesso veniva chiesto… la disputa non poteva essere risolta in altro modo? Se il governo fosse stato intelligente… come in Germania, dove l’organizzazione del commercio alimentare evitò la speculazione dei kulaki, l’esportazione dei generi alimentari e la conseguente rivolta per la fame. Ma se il governo avesse perseguitato i kulaki, anche per lui, Muttinen, sarebbero rimaste meno ghiottonerie! Sì, ma i Rossi volevano anche altre cose giuste… La nazionalizzazione delle fabbriche. Beh, allora? Perché pochi pezzi grossi dovrebbero ficcarsi nei portafogli tutto quell’incredibile profitto? Perché una parte non può andare anche agli operai, – come nelle imprese cooperative, o allo Stato? Dopo tutto, anche le ferrovie sono statali, perché quindi non potrebbe valere lo stesso anche per le altre aziende di questa società? Beh, loro pretendono che anche la terra sia dello Stato, persino le ville, come i bolscevichi russi, – e Abele possiede una fattoria col terreno e una casa in città. No, è una cosa folle! E Muttinen era infastidito dal fatto che avrebbero potuto perdere questi suoi possedimenti, anche se a volte era pronto a consegnar loro tutto questo, a patto di aver salva la vita. Poiché, in fondo, per quale diritto speciale avrebbe dovuto avere queste proprietà? Circa dieci anni fa aveva comprato un podere; durante la guerra il suo valore era decuplicato. Per quale motivo proprio lui dovrebbe ricevere questo profitto gratuito? Perché non potrebbe essere il turno di qualcun altro?… Se arrivassero i Rossi e lo reclamassero, – sarebbe gentile con loro. E, tasche vuote, si trascinerebbe fuori dalla sua casa, come Tolstoj prima di lui. Sarebbe dura, ma lui ha già avuto il suo, mentre sembra che quelle teste rosse non posseggano la terra. Molte volte si era rattristato pensando che la terra finiva sempre nelle mani delle aziende o di un numero esiguo di ricconi. Dov’erano ora i padroni precedenti di quei poderi? Si sono bevuti i soldi, hanno sperperato tutto, facendo una brutta fine. Loro stessi o i loro miserevoli vagabondi, proprio quelli delle barricate, operai ferroviari o metallurgici, che ora insorgono contro la patria.

E anche lui, Muttinen, porta una parte di colpa per tutto ciò: nel suo podere c’era un mezzadro, al quale… non dette la terra. Beh, il mezzadro era un incapace, non avrebbe preso cura della terra meglio di quelli costretti ad abbandonare i loro poderi e a diventare taglialegna; lo avrebbe venduto ad altri. Ma ora tutti volevano la terra… non avevano il diritto di provarci? Chissà. Il solo pensiero confonde la mente…

L’abete alle sue spalle stormisce.

Solleva la testa dalla neve. Cos’è, cos’è quel mormorio? Se le persone senza terra l’avessero avuta… se fosse stato insegnato loro come preservarla… come prenderne cura, invece di tenere presentazioni poetiche sulla patria… loro si addormentavano ascoltandole… ora ci sarebbe più pane nel paese… In tutta Europa vi era questo brulichio di idee, che un bel giorno si ingrosseranno provocando un bagno di sangue… iniziano qui da noi, con la furiosa avversione alla guerra, con l’impellente dubbio che serva soltanto a prevenire la creazione di una forza armata nazionale, – sì, se ci fosse stato più pane nel paese, forse il flusso di idee dall’Europa non avrebbe creato un solco così ampio…

La terra… urla vendetta…

A tutto questo Muttinen aveva pensato, nascosto sotto le gonne della sua governante. Quei pensieri portavano desolazione, e allo stesso tempo provava una sensazione di angoscia e paura sia nel cuore sia nella mente. Lo porteranno via per squartargli il ventre…? E se quei mostri liberati dai boschi vincessero? Il dolore, la vergogna nazionale e l’angoscia della vita lo tormenterebbero a tal punto da provocare dolore nella sua fronte bassa, e non riuscirebbe più ad assaporare nemmeno il risolatte alle prugne.

Trovò infine il coraggio, calze ai piedi, di girare furtivo per la stanza. E poi la sete di notizie, una curiosità insopportabile e irresistibile, lo spinse fino in città. Lì… lì vide che portavano le barelle… tante, tante barelle insanguinate verso la città… Gli venne da vomitare, gli girò la testa… E si vergognò… di non poter essere con quelli che erano andati a combattere… Perché c’era bisogno di loro: i Rossi non erano ancora stati sconfitti, le loro fila continuavano ad ingrossarsi di soldati russi e lettoni… e straccioni simili… contro la loro terra… uccidevano a migliaia quelli accorsi a proteggere questa Finlandia. Volontari dalle varie città, tutti tranne quelli addetti all’approvvigionamento… hm, tra di loro c’erano anche quelli come Tommola. Anche gli anziani, sessantenni, persino i ragazzini tutti a combattere. Come era possibile… non avevano paura? E la gente dei dintorni, soprattutto i proprietari di piccoli poderi, tutti partiti: da alcune case anche sette, otto ragazzi, pure il vecchietto col bastone.

Tutto questo patriottismo gli dava le vertigini. Anche le donne in azione… rimanevano a cucire le cartucciere con foga, per notti intere, fino a rovinarsi la vista, e i leoni finlandesi dorati sulle spalline, gli stemmi rossi careliani sulle maniche, gli archi di Savo tesi al massimo… I piccoli proprietari rinunciarono ad ogni provvista pur di fornire provvigioni ai loro figli… E Muttinen non poté più mangiare in pace le sue prugne: pensava ai racconti dei combattimenti delle piccole unità affamate contro armate enormemente superiori in numero, i soldati distesi nelle trincee di neve per due giorni e due notti senza mangiare, le dita dei piedi gelate… e sparavano senza sosta, tanto che i calci di legno dei fucili sottratti ai Russi prendevano fuoco.

Muttinen aveva sempre riso del nazionalismo fervente, e aborrito i canti di guerra, e quindi ora era sorpreso che qui vivesse la stessa gente belligerante cantata da Runeberg. Sì, desiderosa di combattere, ma… Tuttavia il suo cervello, spossato da queste osservazioni, provò una strana vertigine nel sentire le storie dei ragazzi del popolo che volevano combattere, battagliare, – irridendo la morte. Istinto combattivo! La storia selvaggia ed eroica di un eroe del popolo, che sparava solo in piedi… che da solo e a mani nude si impossessò di una mitragliatrice puntandola contro centinaia di assalitori; di Bongman, per la cui testa il nemico avrebbero pagato oro; dei contadini, il cui motto era: “Un vero uomo non muore per qualche pallottola”. Sì, ma poi molti tornarono alle loro case nelle bare. Quando lo sguardo di Muttinen cadde su quella fila di caduti, dai suoi occhi sgorgarono le lacrime, uno strano miscuglio di romanticismo ed emozione: i cadaveri.

Valorosi furono soprattutto i piccoli proprietari… quelli caduti al fronte migliaia di vagabondi, taglialegna, operai, coperti di cenci o con i cappotti russi, guidati dai galeotti… Sparavano in battaglia o per la rabbia, dopo aver fatto dei prigionieri… ricoprivano i campi con i corpi dei loro concittadini: distesi lì insieme ai loro alleati, tra i Russi, con i colpi di fucile nella fronte, i petti insanguinati, i denti digrignati…

Trascorse un paio di settimane, il comportamento di Muttinen scatenò i commenti della gente:

“Ah ah, avete visto il libraio? Ha la faccia sfinita, gialla; la bocca diventa sbilenca ogni volta che sente della guerra, strabuzza i suoi occhi pallidi, gli scendono le lacrime e gli fremono le labbra. E borbotta qualcosa tra sé e sé…”

Alla fine dovette partire. Di sua volontà: fu più l’odio verso questi banditi che la vergogna a spingerlo qui, dove gli altri combattevano già da mesi, e i Rossi avevano respinto gli attacchi… una sanguinosa sconfitta per i nostri. I Rossi, quelle furie, imperversavano anche qui nei dintorni, uccidevano signori e contadini… anninandosi in chiesa, dove sgozzavano il bestiame razziato, allineavano le teste dei buoi sull’altare, e davano loro l’eucarestia; poi ballavano nella crociera e si abbracciavano al suono dell’organo. Oh, che nemici della Chiesa. No, questo deve finire.

Il flusso di volontari inghiottì Muttinen.

Ma comunque al pensiero gli duole la fronte, a volte una fitta lancinante, intensa gli strazia il cuore. E continua ad avere paura…

Anche se è già chiaro che la Finlandia dovrà ripulirsi da quel sudiciume, sente che c’è bisogno di incidere il bubbone e far uscire il sangue nero, e che non potrà mai più… ora, dopo essere stato testimone di uccisioni, ed essendovi anche coinvolto… non potrà mai più vivere come prima. No, anche se lui ora non uccidesse nessuno. Muttinen sa anche che lui, profondo amante della natura, la primavera prossima non potrà più godere del profumo delle betulle, del gorgoglio delle acque quando il ghiaccio si scioglie… difficilmente riuscirà a vedere qualcosa di bello. Teme di vedere intorno a sé solo quella guerra maledetta… e le uccisioni; gli sembra che dai rami degli alberi del bosco goccioli sangue invece che pioggia. Questa è la vita che deve vivere proprio ora che la Finlandia sarà forse finalmente libera… e tutto fiorirà? Prega con fervore di essere salvato da qualcosa… ancora più terribile. Prega Dio; sa che è ridicolo pregare, forse anche sbagliato, visto che pensa ad uccidere. Anche se solo i farabutti… chi diavolo ci capisce qualcosa.

Di nuovo un crepitio tra gli alberi… La stessa… minaccia… Che in cuor suo aveva già sentito da settimane. La terra grida vendetta. Gli alberi parlano:

“Hanno distrutto il bosco, in modo che i suoi abitanti non avessero più un riparo…”

È il canto della Terra. E continua:

“Seminarono i campi di pini ed erba, così che i miei figli non vi trovassero sostentamento; e dovettero trasferirsi in città, nelle fabbriche. Ma ora la Terra si vendica. Ora i miei figli torneranno dalle grandi città e dalle fabbriche, sono ancora figli del bosco, più selvatici delle bestie feroci che fiutano il sangue. Uccidono chiunque sembri loro un nemico… quelli che hanno distrutto i miei boschi, saccheggiato la Terra… Squartare i ventri, cavare gli occhi… Terra, la madre Terra…

Ad un tratto Muttinen sente una fitta alla testa, una necessità impellente. Come se avesse sete.  Ma è la sua anima ad essere assetata. Ora sa cosa gli gioverebbe: ascoltare la musica … una canzoncina allegra… “Il soldatino”, accompagnata da decine di corni… in modo da coprire ogni altro suono fino ad intontirlo… insomma, in modo da sollevargli il morale.

Inizia ad albeggiare, la luce del mattino sembra cruda e spietata. Nella penombra si scorgono già le case e i casotti di legno con le pareti forate dai proiettili. Con il nuovo giorno si ravviva la battaglia. Allo scoppiettio dei fucili si uniscono anche i cannoni. A volte si odono come dei fischi e ben sopra la testa di Muttinen sibila qualcosa… gli shrapnel; esplodono laggiù, alla segheria… ad ogni esplosione sembra che il grosso edificio di mattoni crolli a pezzi, seppellendo sotto di sé uomini e donne che combattono feroci, fucili in mano. Oltre il bosco sale una colonna di fumo, a tratti lingue di fuoco, la segheria è in fiamme. Poi qualcuno grida tutti all’assalto… A Muttinen sembra essere solo un sogno confuso, feroce e meraviglioso allo stesso tempo. Ha mal di testa… I nostri combattono per la libertà della Finlandia… Anche la resistenza dei Rossi è macabra e fantastica… Che avventura… tutto avviene ad una velocità terrificante. Proprio così; perché, quando arriva la staffetta e ordina ai combattenti delle retrovie di abbandonare i rifugi lungo la tratta, Muttinen si rende conto che è già giorno inoltrato. C’è bisogno dei riservisti. Muttinen deve marciare, ma non sa dove. L’ordine, però, è venuto dal comandante del suo reparto d’assedio, un soldato infuriato, no, valoroso, addestrato in Germania, cacciatore di montagna, che fa ciò che il dovere richiede. Il dovere! Abele marcia in fila con gli altri, spalle e testa chine, tutto sudato e ansimante mentre si trascina nella neve, ai piedi gli stivali di feltro.

La segheria è espugnata, brucia. Ci sono prigionieri… e loro devono sorvegliarli. Il resto attaccherà l’altra fabbrica, dove si è ritirata quella turba rossa.

Incendio della segheria Ahlström a Varkaus, 21.2.2018

I prigionieri vengono immediatamente processati… dalla corte marziale di campo. Hanno usato una bandiera bianca in modo irregolare. In guerra – apparentemente irregolare. A morte! risuona nelle orecchie di Muttinen. Cosa deve fare? Marcia, sente offuscarsi la mente. Procedono ora lungo i binari, su entrambi i lati le macchie di sangue, rosse e viscide. Qualcuno urla, perisca pure l’intera fabbrica, anche se costa tanti e tanti milioni, purché siano eliminati quei miserabili. I proprietari della fabbrica? Muttinen sente di odiarli… quelli così… con le loro fabbriche… suscitavano l’invidia della gente. Ma il pensiero si interrompe, perché ora c’è il cambio di guardia dei prigionieri. Li deve condurre intorno alle rovine fumanti della segheria distrutta… La neve intorno si scioglie per il calore. Una vecchiaccia che passa accanto a Muttinen sospira, lamentandosi che con i soldi si arriva anche in cielo, perché i signori vincono sempre. Ma una giovane donna pingue minaccia: “Il sole non calerà mai tanto da…” E nella mente di Muttinen baluginò l’immagine di sessanta milioni di Russi e socialisti di altri Paesi. I soldati di campagna imbestialiti colpiscono i prigionieri con i calci dei fucili… assetati di vendetta… per gli omicidi, per le mutilazioni… assetati di sangue: la terribile gente dei boschi, – quindi non quella vera di Runeberg… I prigionieri sono portati da qualche parte, vengono allineati al muro. Davanti a sé Muttinen vede delle persone che lo terrorizzano… anche se le compatisce. Una sfilata di desolazione mentale e fisica. C’è un vecchio, rachitico e deforme; i suoi occhi sembrano malati, infossati. Non appena lo portano lì, si lascia scivolare sulle ginocchia, presentendo il peggio e prega con una voce debole, gemente:

“Abbiate pietà, per Cristo in croce…”

Poi c’è un uomo con le mandibole stranamente massicce, affetto forse da gigantismo. E lì un ragazzino con la testa piccola, ma con delle labbra insensatamente vermiglie, e dei grandi occhi insulsi. E un nanetto: piccoletto, una testa incredibile poggiata sulle spalle; proprio come nei quadri di Velazquez o Zuloaga… Da persone così ci si dovrebbe aspettare il ​​buon senso, i sentimenti? È mai possibile provare a capirli? Ecco, ora li vede, il nostro vecchio idealista. Fino ad ora, era stato illuso dalle descrizioni romantiche del popolo, – fino ad ora. E che dire di quello! Un rimbambito, che lui sente di odiare al primo sguardo. Quel gigante aveva la carnagione rosea e sana, una mandibola massiccia e sembrava senza fronte: la calotta cranica che scivola direttamente nella collottola, più piccola di un bitorzolo. Lo conducono proprio davanti a Muttinen, l’uomo si copre gli occhi con i palmi, gli è caduto il cappello, oppure qualcuno lo ha gettato via; pensa che sarà fucilato immediatamente. Poi sbircia tra le dita, e quando vede che le sentinelle non sollevano i fucili, un lampo balena nei suoi occhi azzurrognoli di lince, e la bocca sensuale si rilassa in un sorriso. Comincia … comincia a borbottare:

“Una volta si deve morire.”

Uno dei soldati contadini, un vecchio smunto, con il volto ingiallito o quasi verdastro per la sofferenza psichica, ride appartato laggiù, lacrime agli occhi, di gioia, quando sente raccontare che alcuni hanno sparato ai prigionieri… per sbaglio. È un uomo religioso. I Rossi gli hanno ucciso l’unico figlio. Ora si accorge che quel prigioniero lungagnone si fa beffe della morte. Corre verso di lui e minaccia di ucciderlo. Anche Muttinen sente ribollire il sangue, prova un astio sempre più insolito verso quell’essere odioso. Vorrebbe un fucile… perché se si ha pietà di questo rosso davanti a lui, quello fugge via, e continuerà ad uccidere la gente, come fa la lince con le pecore…

“Al bosco!” sale da qualche parte il grido, dal tribunale di campo in seduta. Hanno condannato a morte qualcuno. È quel prigioniero lì, che parla russo e non capisce il finlandese, né lo svedese. Tre, quattro contadini tutti eccitati e rossi in viso lo portano da qualche parte, un po’ più in là, si guardano intorno con un sorriso malizioso sulle labbra. Dal luogo dove l’uomo era stato portato, si odono alcuni colpi simultanei. Muttinen prova una stretta al cuore, gli viene da vomitare, che vigliacco, e ha un terribile mal di testa; allo stesso tempo anche lui ha voglia di sparare. Quel prigioniero lì afferma di non essere russo, anche se è chiaro che ha l’aspetto di un mugic: zigomi prominenti, capelli duri, cespugliosi tipici degli asiatici, e narici enormi, all’insù. Parla un finlandese autenticamente stentato. Lo portano da qualche parte. Leggono il comunicato: un ribelle su dieci verrà fucilato, oltre a quelli macchiatisi di colpe particolari; i tiratori, fucili fumanti in mano, sistemano già in fila i prigionieri. Uno dei peggiori è proprio quella lince che Muttinen odia. Dice di aver fatto parte della Guardia rossa fin dall’inizio, per uccidere, li sbeffeggia con arroganza, i borghesi, i proprietari terrieri che non vogliono dare il pane ai poveri. È riuscito a dare alle fiamme e a saccheggiare già un bel numero di case, prosegue, le labbra rosse allungate in un sorriso protervo. Qualcuno di quelli che stanno per essere uccisi urla: “Viva la rivoluzione!” e rifiuta la benda prima dell’esecuzione… muore da uomo. Poi quel lungagnone babbeo inizia a gridare anche lui qualcosa… Muttinen non capisce: sente un peso in petto, la vista gli si annebbia, ma comunque lui, lui vuole infilzare il ventre di quella lince, sparargli…

Fucilazione di due Rossi a Varkaus

Alcuni conoscenti videro che Muttinen voleva dire qualcosa; in quella fretta non riuscirono ad impedirgli di andare sul luogo dell’esecuzione; era furioso, agitava i pugni e diceva che gli avrebbe sparato.

Muttinen, quell’uomo mite, con il suo fucile da caccia sparò ad un uomo che odiava come una bestia selvatica.

Poi non sentì più lo scoppiettio dei fucili, non vide più le spietate baionette luccicanti in quella battaglia che durava già da due giorni. Farfugliò di vedere il cervello sguazzare nel sangue, e di sentire il fruscio degli abeti, – di volere andare lontano, a Sumatra, dove crescono le palme rosse.

Insieme ai prigionieri risparmiati, in attesa di giudizio, Abele Muttinen fu portato in treno fino a Kuopio: alla casa di cura di Niuvanniemi, per consentirgli di rimettersi in salute. Beh, raramente si vedono vigliacchi del genere.

(Traduzione di Antonio Parente)

La Rondine – 1.4.2018