Tom of Finland. Il film di Dome Karukoski tra felicità e imbarazzo

Nel corso del Nordic Film Festival presentato anche al pubblico italiano, a Roma venerdì 4 maggio, il film di Dome (Thomas) Karukoski “Tom of Finland”, un’opera del 2017. Un film coraggioso, ispirato da un personaggio che porta con sé il nome di un Paese, privilegio riservato nella storia agli eroi, quando diventano la bandiera di un sentimento collettivo, e come tale esibito di fronte al mondo. Con orgoglio? Le opere di Laaksonen sono esibite in gallerie prestigiose come il MOMA di New York, e in Finlandia sono arrivate su una serie di francobolli. Tom Pride of Finland? Il film non dice proprio questo, ma suggerisce altre cose sul paese nordico.

Quando nel 1991 era apparso il documentario di Ilppo Pohjola Daddy and the Muscle Academy dedicato al personaggio disegnato da Touko Laaksonen, si era trattato di una muscolare dichiarazione di orgoglio gay rimasta però nei confini di una nicchia di cultori del genere.

Diversa è l’operazione di Dome Karukoski, un regista già famoso per opere di grande successo in Finlandia. Nato nel 1976 a Nicosia, figlio di un attore americano e di una giornalista finlandese, Karukoski ha diretto la sua opera d’esordio, Tyttö, sinä olet tähti (Pupa, sei una star), nel 2005. Nel 2008 esce Tummien perhosten koti, adattamento cinematografico del romanzo La casa delle farfalle nere di Leena Lander. Nel 2009 esce Kielletty hedelmä (Il frutto proibito), quindi, nel 2010, il suo Napapiirin sankarit (Odissea in Lapponia) ha battuto ogni record di incassi quell’anno. Nel 2014, il 10% della popolazione finlandese ha visto Mielensäpahoittaja (Il recriminante), tratto dall\opera omonima di Tuomas Kyrö, ma tutte e sei le sue pellicole sono state candidate ad almeno uno Jussi, l’Oscar del cinema finlandese. È attualmente in fase preparatoria il suo primo progetto statunitense, intitolato The Starling e interpretato dall’attore americano Keanu Reeves e dall’australiana Isla Fisher.

Karukoski non fa suo il mito di Tom, l’icona omoerotica creata nel secondo dopoguerra, e diventato un simbolo del riscatto gay a livello planetario. Il regista parte dalla storia del suo paese durante la tragica seconda guerra mondiale, che alla Finlandia ha portato un drammatico conto di vite umane, ma ha anche lasciato i traumi di difficili scelte storiche tra Guerra d’inverno e Guerra di continuazione, a cominciare dall’alleanza iniziale con le truppe naziste. A Karukoski interessa di più il personaggio del creatore, Touko, e la sua avventura tra la guerra combattuta e la guerra contro i pregiudizi del suo paese, della sua stessa famiglia, fino allo sbarco in America e la consacrazione artistica.

Cresciuto nella provincia finlandese, Touko Laaksonen (l’attore Pekka Strang) fa il servizio militare durante la seconda guerra mondiale, celando a fatica la sua omosessualità, e soffrendo con i suoi simili la penosa esperienza di incontri clandestini, spesso duramente repressi dalla polizia. Una Finlandia dura, moralista, feroce nella difesa del senso del pudore, è quella che Karukoski racconta nella prima parte del film, quella dell’esperienza bellica, delle uscite notturne nei parchi cittadini, di qualche party clandestino, alla ricerca di uno sguardo, un segnale. Straordinaria è la sensibilità del regista verso questo mondo del linguaggio muto, l’arte di cercarsi e riconoscersi con lo sguardo, col rischio angoscioso di incrociare gli occhi di un delatore.

Dopo la guerra, la vita di Touko si divide tanto a livello domestico quanto lavorativo con la sorella Kaija (Jessica Grabowsky), anche lei ottima disegnatrice per la stessa agenzia pubblicitaria. Ma è solo la vita diurna che li unisce. Quella notturna, e quella dell’immaginazione di Touko, sono dedicate alla coltivazione segreta di fantasie erotiche in cui figure di contadini, boscaioli, soldati, cominciano ad assumere nei suoi disegni quella forma muscolare e potente che poi, rivestita di pelle nera e passando dalle bici a potenti motori, diventerà il personaggio di Tom.

La fantasia erotica diventa vita reale nel 1953, quando il ballerino Veli (Lauri Tilkanen), si intrufola tra fratello e sorella attratto apparentemente da Kaija, prima di cadere tra le braccia Touko. Da quel momento la fortuna del disegnatore comincia a crescere, prima su riviste culturali clandestine, poi in America, dove un editore americano, Doug (Seumas Sargent), lo porta al successo negli anni ’70 e ’80, nel solco di una subcultura californiana col mito del supermaschio gay. Fino  alla crisi dell’AIDS, che segnerà la fine di quella Californification ante litteram. Ma non del mito.

Il film soffre a mio parere di limiti drammaturgici, che sono però diretta conseguenza dell’interesse primario che ha mosso il regista. La prima parte, con la guerra, il triangolo amoroso, la vita clandestina, ha il fascino della scoperta, per Touko ma anche per il regista. La cura del linguaggio, delle luci, dei sentimenti, è accurata e accompagna anche noi spettatori a scoprire un po’ alla volta l’evoluzione interiore di Touko. Come lentamente la larva di Tom assume le fattezze che avrà nelle opere della maturità, tra fantasie masturbatorie nel buio della stanza del giovane Touko e le esperienze della guerra. L’incontro con un ufficiale del suo esercito, il passaggio dal formalismo del linguaggio militare alle confidenze amorose, sempre in bilico tra paura e desiderio, sono tra le scene più appassionanti. Poi una scena cruciale: l’agguato notturno a un paracadutista dell’armata rossa, che Touko sorprende in una radura, e che uccide per non essere ucciso. Ma il viso di quel desantti (uno dei tanti paracadutisti russi lanciati entro le linee finlandesi in missione di sabotaggio) negli spasimi dell’agonia gli si imprime negli occhi, e le sue fattezze, idealizzate, diventeranno poi il volto di Tom nei disegni successivi. Questa parte, quella della scoperta, procede lentamente aiutandoci a capire quanto sia faticoso il lavoro creativo di un artista, e da quanti rivoli anche misteriosi o equivoci si formino le immagini che poi diventano espressione e arte.

Tanto affascinante è questa parte, quella storica, finlandese, tanto approssimativa e in gran parte scontata è l’altra, quella del successo in America, e poi del ritorno in patria, della vita coniugale segnata dalla scoperta del male micidiale che presto gli porterà via il compagno. Non più la vita di Touko, ma il mito di Tom, e qui sembra che l’interesse del regista si sia esaurito, e a prevalere sia la aneddotica dello sceneggiatore, Aleksi Bardy. Tutto sembra scorrere verso un epilogo scontato, compresa la morte di Veli, quando ormai l’intreccio arte-vita e il processo creativo non fanno più parte del racconto. Nelle parole del regista: “Quando Touko si trasferì a Los Angeles, poté finalmente dedicarsi alla sua routine quotidiana”. Così accade nel film.

Mi sono domandato perché. Mi dico: forse per via di qualche imbarazzo. Il viso preso a prestito dal nemico russo, nella versione successiva di Tom spesso veste panni bruni, simili alle divise di un altro esercito, prima amico e poi nemico. Una prossimità, quella tra Tom e il mondo nazista, che avrà un grande peso nelle scelte estetiche di Laaksonen, che in seguito avrebbe dichiarato: “L’insieme della filosofia nazista, il razzismo e roba simile, sono qualcosa che io odio, ma come potevo non disegnare le loro uniformi? Erano le più sexy!”

Tutto questo è stato cancellato nell’opera di Karukoski e Bardy. Il film, in questo senso, porta con sé certe ambiguità della tradizionale storiografia finlandese che ha fatto in buona parte i conti con il nemico dell’est, ma solo di recente ha affrontato il tema dell’ambigua frequentazione con l’amico/nemico occidentale. Spesso sono gli artisti a dirci per tempo le cose più imbarazzanti, come ha fatto Katja Kettu nel 2011 con un romanzo di notevole successo dedicato proprio al fascino morboso per quelle divise brune: Kätilö, la levatrice (disgraziatamente presentato al pubblico italiano come “L’amore nel vento”…)

Opera ambigua non vuol dire opera inutile. Il film di Karukoski, anche e proprio per certi suoi imbarazzi, è un’opera coraggiosa e rivelatrice. All’editore americano che chiedeva a Touko come andava il mercato delle sue opere nella Finlandia del dopoguerra, l’artista rispondeva: “In Finlandia? Avrei avuto meno problemi nello stato del Vaticano”.

Le cose sono cambiate, indubbiamente. Ma ancora oggi il regista, intervistato sull’ispirazione iniziale di questo film, racconta di essere andato a documentarsi in una biblioteca pubblica. “È buffo chiedere un libro su Tom of Finland, perché ancora oggi la gente ti lancia quegli sguardi.”

Anche le campagne lanciate sui tabloid a sostegno del film, e che hanno visto personaggi celebri indossare i panni dell’eroe Tom (“IAMTOMOFFINLAND”) non hanno quel tono festoso e celebrativo che ci si aspetterebbe. Le immagini ci danno quel misto di orgoglio e pudore che ha da sempre circondato il personaggio, da una parte, ma anche il mondo gay finlandese in generale.

Basta girare per Helsinki, o ancora di più per le strade dei paesi di provincia, e non si fa fatica a notare che quella liberazione della morale, e dei comportamenti (pubblici) conseguenti, non è così diffusa ed evidente come ci si aspetterebbe da un paese moderno e libero. Perchè è così che tutti vedono la Finlandia, non è vero?  Ecco come un film intelligente può, anche con il suo non-detto, raccontare cose di cui non si parla quasi mai.

La Rondine – 6.5.2018