Jouni Inkala traduce Marco Munaro: dietro le parole, miti e segreti consonanti

È recentemente uscita per i tipi Poesia la raccolta Avattu granaattiomena (Melagrana aperta), contenente una selezione di poesie di Marco Munaro scelte dal traduttore e poeta finlandese Jouni Inkala. Oltre che per i testi, la raccolta è particolarmente interessante proprio per il doppio ruolo poeta/traduttore svolto sia dall’autore sia dal traduttore stesso. Bachtinianamente, il loro dialogo avviene su più piani comuni, e ciò rende particolarmente credibile la versione finlandese.

L’affinità tra i due poeti è facilitata, secondo Inkala, anche da quella linguistica. “L’italiano e il finlandese sono tra le lingue al mondo a maggior prevalenza vocalica, avendo la stessa percentuale di vocali in proporzione alle consonanti. Questa suggestiva relazione è qualcosa che sento molto vicina; traducendo le poesie di Marco Munaro, intriganti e di forte impatto, e cercando di trasmetterne i valori estetici in finlandese, la consapevolezza della comunanza delle nostre lingue mi ha portato una gran gioia. Alcune delle forme di suffisso finlandese risuonano spesso al mio orecchio come italiano, una volta affrancate dalla parola nella quale hanno funzione pospositiva. In entrambe le lingue, la lettera R è vigorosa, forte come un bicipite… Un’altra cosa che mi ha rallegrato è l’aver trovato (spesso intuitivamente) una somiglianza tra l’eufonia del verso originale e la mia traduzione. Soprattutto, ho sentito (e mi accade spesso traducendo poesia) di muovermi in compagnia di un sussurro, uno sguardo, un’attesa, un’amicizia.

Un altro aspetto ugualmente pervasivo mi è balenato nella mente traducendo la poesia di Marco Munaro. La sensazione che la poesia, trasmettitrice dei valori della rivelazione e della bellezza in forma di parola scritta, segua inversamente i famosi percorsi della massima di Wittgenstein. Le poesie di Marco Munaro come se dicessero di continuo (almeno per me!) “Ciò su cui si può scrivere una poesia è ciò di cui (dopo averla letta) bisogna tacere…” Questo pensiero mistico-filosofico poeticizzato, o concetto, significa per me che alla lettura e traduzione delle poesie fa seguito una sensazione di sollievo – non una confutazione. La lettura delle poesie è seguita da una piacevole sensazione di mistero e conforto, forse non del tutto senza parole, ma perlomeno da un istante che sfugge la verbosità per soffermarsi, sentire, essere presente, accettarne il dono. Ringraziare.”

Dietro un approccio filosofico-linguistico condiviso, non troviamo però quell’arido misticismo prevalente, ad esempio, nelle opere tarde di Wittgenstein e dei suoi meno brillanti seguaci. Parlando della poesia come di “un principio magico” o della comunanza derivata dalla protolingua comune,  non emerge un’adulterazione letteraria, quanto piuttosto una visione di mitologica quotidianità. La vera illuminazione mistica viene dal realizzare la funzione poetica e i suoi sintagmi sia attraverso l’aggregazione di coscienza e inconscio, sia attraverso la mera osservazione di eventi quotidiani, anche i più semplici, e la loro assunzione a plastica coulisse della nostra vita. In questi poeti/autori/traduttori convivono “in una individualità arresa alla poesia (…) modi di una sola dedizione, di una sola ricerca che riguarda l’uomo e quanto nell’uomo o oltre l’uomo ci parla nella sua lingua insieme familiare e straniera.” (Munaro).

L’importanza dei miti come lingua universale della nostra specie è una delle caratteristiche affini dei due poeti. Non soltanto i miti classici, “quanto proprio quelle forme di racconto per immagini che sono all’origine della poesia e della conoscenza e che sono come gli archetipi del nostro alfabeto: capire e inventare, immaginare e osservare, reinventare e saggiare la realtà sono attitudini connaturate all’uomo, anche quando la storia si accanisce a distruggere e uniformare. Non a caso, i miti più antichi sono miti di distruzione e di salvezza. In questo senso il mito morirà, come la poesia, solo con la specie umana. O forse nemmeno con essa. Sarà la nostra eredità alle specie future, artificiali o no. Quanto al grande afflato che ci viene dalla poesia che chiamiamo classica, è esso stesso un vento che riconforta e rigenera.” (Munaro)

Jouni Inkala

La traduzione come “apprendistato alla scrittura”, la capacità di rendere ciò che “abbiamo già udito”, ricreandolo in una formulazione inedita: conscia è, in entrambi gli autori, la continua riflessione sul ruolo e sul limite della traduzione, non soltanto da una lingua-cultura all’altra, ma anche dall’esistente “protoidea poetica”, la sola che permetta un contatto altrimenti irrealizzabile. “Si scrive sempre sotto dettatura. E la traduzione è la forma della continuità e mutazione di una cultura in un’altra. Dante che traduce Virgilio e lo immette nella sua stessa lingua poetica. Leopardi che a sua volta fa di Virgilio la sua propria musica. Rebellato che riscrive in dialetto il Folengo…” (Munaro) La coscienza della limitatezza dell’espressione verbale, che è poi la realtà osservata, Inkala la esprime in uno dei testi più cospicui della poesia finlandese del ‘900, allorché descrive i bambini che scrivono con le muffole sui vetri coperti di brina, in modo che “presto vedranno attraverso le loro parole”.

Segreto, qui da intendersi come l’abilità poetica di dare nome a cose finora senza nome o di manifestare una nuova espressione per i temi “eterni”, è una delle parole comuni ricorrenti sia in Munaro sia in Inkala: “Le poesie di Marco Munaro schiudono i passaggi segreti del mondo, e sono allo stesso tempo modi per percepire, sorprendersi, vedere. Ci comunicano cose come solo la poesia è capace di fare. E questa per me è la bellezza della poetica di Marco Munaro, un prodigio prezioso.” (Inkala) “Ho cercato di riconoscere i testi scelti da Jouni e il loro ordine e me ne è venuta una strana idea del tempo, ovvero un passaggio dal presente al passato ma come se le parole giungessero dal futuro. La letteratura ha di questi doni, di questi segreti, di queste curvature.” (Munaro)

Jouni Inkala, figlio di un pastore luterano, nasce nel 1966 a Kemi, città nord-occidentale della Finlandia. È considerato uno dei “classici viventi” della poesia finlandese. Alla sua premiata raccolta d’esordio Tässä sen reuna (1992; Qui il suo limite) hanno fatto seguito altre undici raccolte. La sua ultima opera edita in Finlandia è Nähty. Elämä (2017; Vista. La vita), mentre è in stampa Tee kunniaa, tee kunniaa! (2019; Rendi onore, rendi onore!). Le poesie di Inkala sono state tradotte in venti lingue. In Italia i suoi testi sono apparsi su varie riviste e antologie, e nel 2017 è uscita, per i tipi Il ponte del sale, una selezione di testi tradotti, scelti dalla sua intera produzione, intitolata All’equinozio d’autunno. Uno studio, un’intervista e alcune poesie di Inkala sono accessibili in italiano al seguente indirizzo:  http://www.fupress.net/index.php/bsfm-lea/issue/view/1378

Marco Munaro nasce a Castelmassa nel 1960. Vive e insegna a Rovigo. Studia Lettere moderne a Bologna, laureandosi con una tesi sulla poesia di Andrea Zanzotto. La raccolta poetica d’esordio, L’urlo (1990), gli vale il Premio Sinisgalli del 1991. Seguono Cinque sassi (1993), Il Rosario del Lido (in 5 Poeti del premio “Laura Nobile” Siena 1993, 1995), Il portico sonoro (1998), Vaso blu con narcisi (2001), Ionio e altri mari (2003), Nel corpo vivo dell’aria (2009), Berenice (2014), L’arciere piumato (2015). Nel 2003, insieme alla moglie Mariacristina Colombo,  ha fondato “Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia”, operante anche come casa editrice. Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo, finlandese e polacco. Importante anche la sua attività di traduttore (Raymond Queneau, Rimbaud e Virgilio). Come curatore si è occupato, tra l’altro, dei poeti del Novecento italiano, Il lampo della bocca e altre figurate parole tra poeti italiani del Novecento (con G. M. Tregiardini, 2005) e soprattutto La bella scola. La Comedìa di Dante letta dai poeti e illustrata (2003-2014). Dell’intransigenza (rivista “Atelier”, n. 69, anno XVIII, marzo 1993) è una monografia critica a lui dedicata.

RAPIDI VORTICI

I. Melagrana aperta

Quest’anno è stato lungo come i quarant’anni

cui si arriva controvoglia e d’incanto, tra i vortici:

l’estate – in cui si va in vacanza

e si pensa alla casa

e crescono i bambini

che hanno l’età di quando anche noi eravamo

gracili e gloriosi per cicatrici

malattie e febbri alte sventate correndo.

(Nella pianura sfioriscono stremati i papaveri)

Come in un catino o in un lago

in cui ci siamo bagnati, quest’anno

lo guarderemo dalla nostra Ftia

scagliosa e verdissima di ulivi e salici,

vecchi, perduti

sopra una fotografia dissepolta

su cui troveremo scritto,

come a Treblinka, giorni felici.

(Brillerà un cielo stellato troppo vasto)

E sembrerà un anno, allora, questo, ancora

più lungo, come tutta una vita,

come l’ombra, l’istante, il sangue,

la lancia

che colpì e accecò la luce.

(Melagrana aperta,

spaccata, tra le mani e la terra)

NOPEAT PYÖRTEET

I   Avattu granaattiomena

Tämä vuosi on pitkä tila niin kuin ne neljäkymmentä vuotta

johon saapuu tahtomattaan ja kuin taikaiskusta, pyörteiden ohella:

kesä – jossa lähdetään lomalle

ja ajatellaan kotia

ja lapset venähtävät, lapset

jotka ovat ehtineet olla niin paljon, myöskin me olimme

herkkiä ja voitokkaita arpien

sairauksien ja korkeiden kuumeiden jälkeen, niitä pyrimme estämään juosten.

(Tasangolla kuihtuvat nääntyneinä unikot)

Niin kuin ammeessa tai järvessä

jossa olemme kylpeneet, katsomme

tänä vuonna Fthian maakunnasta

suomujen täplittämää ja hyvin vihreää, oliiveja ja pajuja,

ikääntyneinä ja hukassa

kaiken päälle paljastui yksi valokuva

josta löytyi kirjoitus

niin kuin Treblinkassa, onnen päivinä.

(Sädehtii tähtinen taivas liian laajana)

Ja tuntuu vuosi, niinpä, tämä, vielä

liian pitkältä, niin kuin koko elämä,

niin kuin varjo, hetki, veri,

keihäs

joka lävisti ja sokaisi valon.

(Avattu granaattiomena,

halkaistu käsien välissä ja maan)