Ombre finlandesi

Foto Andrea Magni

Come riportato da diversi media internazionali, lo scorso marzo la Finlandia è stata eletta il Paese piú felice del mondo, seguita da Danimarca e Norvegia.

A sostenerlo è la settima edizione del World Happiness Report, un documento elaborato dal Sustainable Development Solution Network delle Nazioni Unite, che si sforza di quantificare la percezione della “felicità” da parte dei cittadini di 156 Paesi del mondo.

I parametri che vengono misurati riguardano essenzialmente l’aspettativa di vita, la prosperità economica, il welfare e aspetti legati alla libertà individuale.

Sebbene sia innegabile che questi parametri siano fondamentali per uno stile di vita soddisfacente e che, in base a queste misure, le nazioni nordiche risultino luoghi assai più vivibili di molti altri, equipararli al concetto di “felicità” è quantomeno bizzarro.

Il concetto di felicità è relativo, multiforme, sfuggente alle definizioni nette, conserva ampie zone di mistero, e mal si adatta ai tentativi di quantificarlo.

Volendo essere precisi, la conclusione del report delle Nazioni Unite dovrebbe essere espressa in termini assai meno roboanti: la Finlandia si è collocata al primo posto della classifica che misura la percezione della sicurezza economica, dell’aspettativa di vita e della libertà individuale.

Il nome più appropriato per il report stesso dovrebbe forse essere World Perceived Satisfaction, aggiungendo l’aggettivo “percepito” (come si fa ad esempio per la corruzione, in un’altra classifica dominata dalla Finlandia), e lasciando perdere la complessa parola happiness, che rimanda alle dimensioni più varie (come Happiness is a warm gun, il sardonico titolo di un brano dei Beatles del 1968, in cui John Lennon si rifaceva allo slogan della National Rifle Association americana).

Ma la riduzione della complessità paga dal punto di vista mediatico, così la frase “La Finlandia si conferma il Paese più felice al mondo” attira maggiormente l’attenzione, si presta a circolare più rapidamente nei media, e reifica una realtà predefinita, rinforzando i luoghi comuni già esistenti.

H. Simberg, Ballo sul pontile (1899)

Non ci si può stupire, dunque, della natura acritica e agiografica della maggioranza degli articoli o dei servizi televisivi italiani sulla Finlandia, intenti a ribadire ciò che nell’immaginario collettivo è già assodato.

Quello pubblicato di recente dal Corriere della Sera, cui la Rondine ha in parte contribuito, si allinea per buona parte alla lunga serie di articoli dei giornali italiani che restituisce l’immagine di una Finlandia pressoché priva di ombre.

Per questo vorremmo tratteggiarne qualcuna di queste ombre, nella speranza di non finire in quel semplificatorio gioco di tifosi pro o contro qualcosa che sembra dominare il discorso pubblico degli ultimi anni. E non è una ripicca, né un semplice desiderio di fare i bastian contrari, ma una necessità nata in virtù di un’esperienza molto evidente nella pratica analitica. Perché la conoscenza profonda dei lati d’ombra rappresenta spesso l’inizio di un processo di conoscenza di se stessi, e la premessa fondamentale per poter crescere e trasformarsi.

È per amor della Finlandia, insomma, che ci si dovrebbe occupare delle sue ombre.

Aksel Sandemose, 1934

Pensando ai lati d’ombra della cultura finlandese, innanzitutto potremmo fare riferimento alla cosiddetta Legge di Jante (Janteloven nell’originale danese), formulate dallo scrittore dano-norvegese Aksel Sandemose nel suo romanzo del 1933 En flyktning krysser sitt spor  (Un fuggitivo incrocia le sue tracce, disponibile nella traduzione inglese su Amazon).

I dieci (piú uno) articoli della legge di Jante sono simili a comandamenti,  codificano uno schema generale di comportamento che ritrae assai negativamente ogni forma di realizzazione individuale.
Il primo articolo infatti recita: Non credere di essere qualcosa di speciale (Du skal ikke tro du er noget!). E gli altri sono poco dissimili.


La legge di Jante

  1. Non credere di essere qualcosa di speciale.
  2. Non credere di valere quanto noi.
  3. Non credere di essere più furbo di noi.
  4. Non immaginarti di essere migliore di noi.
  5. Non credere di saperne più di noi.
  6. Non credere di essere più di noi.
  7. Non credere di essere capace di qualcosa.
  8. Non ridere di noi.
  9. Non credere che a qualcuno importi di te.
  10. Non credere di poterci insegnare qualcosa.

C’è inoltre un undicesimo articolo, sibillino e intimidatorio, conosciuto anche come “la legge penale di Jante”:
– Non crederai che non sappiamo qualcosa su di te?


La soddisfazione per il raggiungimento di un risultato, la consapevolezza del proprio valore, della propria unicità, del proprio essere speciale, l’obiettivo valutarsi in relazione agli altri, invece di essere dimensioni riferibili a un sano amor proprio (bellissima espressione della lingua italiana, concetto assai diverso dal narcisismo), vengono giudicate dalla comunità come forme di hybris, di arroganza, e portano a disprezzo sociale e a varie forme di esclusione dalla comunità.

Sandemose aveva pensato queste leggi come l’implicito schema di comportamento della piccola comunità di Jante, l’immaginario paesino danese del suo racconto (di fatto molto simile a Nykøbing Mors, il luogo natale dello scrittore nella penisola dello Jutland), ma aveva in realtà fotografato un elemento diffuso in tutta la Scandinavia, e riscontrabile in forme assai simili anche in Norvegia, Svezia e Finlandia.
Chi vive qui può percepire sottilmente la presenza di questa cornice implicita di leggi, specialmente in alcuni ambienti (penso a quelli accademici, e in generale culturali, ma anche a quelli aziendali), che tende a umiliare e a frustrare la sensazione di avere valore.

E chi vive qui può assorbire questa cornice, spesso inconsciamente, riscontrando poi difficoltà a gioire e a premiarsi per i propri successi, sentendosi addirittura in colpa per essi, e confrontandosi quotidianamente con una violenza silenziosa da parte di ambienti chiusi, livorosi, svalutanti, che alla lunga fanno sentire elementi alieni.

La mia esperienza con pazienti stranieri residenti in Finlandia mostra sovente quadri del genere, che i medici occupazionali spesso etichettano frettolosamente e acriticamente come burnout, senza mai interrogarsi sui contesti relazionali attivi nei luoghi di lavoro, e sui loro effetti su chi vi si trova immerso.

La Legge di Jante, insomma, sembra vigere anche in Finlandia,e potrebbe avere un effetto assai negativo sulle possibilità di sentirsi felici, indipendentemente da quello che sostiene qualsivoglia report.

Il lavoro clinico con alcuni pazienti finlandesi, inoltre, mi sta insegnando moltissimo rispetto alle conseguenze negative delle cornici comunemente accettate e date per assodate in una determinata cultura.

Due cardini impliciti della cornice culturale finlandese sembrano essere il non chiedere e il non offrire aiuto.

Il non chiedere aiuto quando ci si trova in una situazione di bisogno sembra essere una specie di imperativo semicategorico, che costringe luteranamente a cavarsela sempre da soli, se possibile, evitando in tal modo il rischio di sentirsi dipendenti da qualcuno, o in debito nei confronti di chi ci abbia aiutati.

Il non offrire aiuto ad altri quando si trovano in difficoltà, è di conseguenza inteso come una forma di rispetto: si rispetta la libertà dell’altro di cavarsela da solo, e non lo si mette nella sgradevole condizione di sentirsi debitore o dipendente.

Un paziente quarantenne mi raccontava in seduta di un episodio in cui ebbe un malore a scuola. Aveva dieci anni, e si trovava accasciato per il dolore nel corridoio antistante la sua classe, durante l’intervallo.
Al rientro in classe, i suoi compagni lo guardarono in silenzio, alcuni lo scavalcarono poiché ingombrava loro il passaggio. Nessuno gli chiese perché fosse lí per terra. La porta della classe si chiuse e, per qualche secondo, il mio futuro paziente rimase solo. Poi la porta si riaprì, si sporse la maestra, che chiese al bambino ancora sul pavimento se sarebbe rientrato in classe.
Lui rispose che sarebbe andato in infermeria, perché non stava bene.
La maestra disse “ok” e si richiuse la porta alle spalle.
Né lui chiese aiuto, né la maestra lo offrì, in ossequio alle due regole implicite menzionate in precedenza.

Il mio paziente non mi raccontò questo episodio con dolore o sofferenza, lo narrò come una semplice catena di eventi, privi di particolare significato.
Ma una conseguenza evidente di un contesto basato su quelle due regole, è che viene meno la possibilità di identificare una violazione o una violenza.

In una società con altre cornici culturali, il comportamento della maestra o dei compagni di classe verrebbe vissuto come “cattivo”, poiché corrispondente a una forma particolare di violenza, quella della negazione o diniego. Altre cornici culturali, insomma, avrebbero permesso di vedere la situazione come “violenta” (nel senso di violazione).

In una società basata sul non dare e non chiedere aiuto, invece, quello stesso diniego viene consciamente ritenuto normale, ma non cosí inconsciamente.Il mio paziente, infatti, ricordava ancora vividamente l’intera scena, più di trent’anni dopo, in un contesto in cui si stava riflettendo proprio sulle violazioni e sulle sue conseguenze.
Secondo le regole culturali, l’evento era normale (almeno negli anni ’70, dubito che oggi in una scuola un bambino verrebbe ignorato nello stesso modo), ma non lo fu per il mio paziente, anche se inconsciamente: aveva vissuto sulla propria pelle la violenza del diniego, l’aveva percepita emotivamente, ma successivamente dissociata, perché in conflitto con la cornice culturale vigente. Lo stesso gli era accaduto, in altre forme, in famiglia.
In una cultura con queste caratteristiche, dunque, la violazione viene percepita ma non riconosciuta: le cornici implicite non permettono di riconoscere la violenza della negazione come tale, e questo è un elemento potenzialmente grave.

Questo breve esempio aiuta, insieme alla Legge di Jante, a delineare una società in cui sembra difficile riconoscere violenza e violazioni perché tenute nell’implicito.
Ritengo questo un esempio importante e profondo di alcuni lati ombra della cultura finlandese, capaci di generare a livello inconscio un’aggressività notevole, che sembrerebbe diventare evidente solo nelle statistiche riguardanti l’elevatissimo indice di violenza domestica (violenza eterodiretta) o in quelle riguardanti la diffusione dell’alcolismo e, in parte, dei suicidi (violenza autodiretta)

Grattando sotto la superficie della Finlandia come luogo più felice del mondo, insomma, si potrebbero scoprire aspetti che sono antagonisti della felicità, aspetti poco osservati o persino accuratamente evitati negli articoli di elogio per questo Paese.

Ma questi stessi aspetti renderebbero più intelligibile il fatto che il welfare, la sicurezza economica, la libertà individuale a questa latitudine convivano con gravi e profonde forme di disagio sociale, sia a livello individuale che collettivo. Solo partendo dal riconoscimento delle ombre si potrebbero affrontare quelle forme di disagio che report e articoli spesso nascondono sotto al tappeto.

La foto ritrae il pittore Hugo Simberg (1873-1917) a Säkkijärvi nel 1900. Dello stesso artista finlandese gli altri dipinti all’interno dell’articolo.