Iriadamant: “indiani per scelta” in Lapponia

Ascesa e scomparsa di una comune nei boschi (1991–1993)

Da anni Svezia, Finlandia e Norvegia vengono accusate di perpetuare, in forme antiche e rinnovate, un atteggiamento coloniale nei confronti dei territori sámi: dall’assimilazione forzata del passato alle frizioni contemporanee legate all’estrazione mineraria e ai parchi eolici, spesso etichettati come “colonialismo verde”. Ma cosa accade quando una minoranza indigena si trova davanti un’altra, ancora più esigua e priva di qualsiasi riconoscimento istituzionale? E cosa succede quando una comunità transnazionale reinterpreta in maniera performativa un’idea di indigenità senza appartenervi?

All’inizio degli anni Novanta, un gruppo multinazionale giunse in Finlandia, indossando abiti che richiamavano un’estetica pan-indigena, per lo più ispirata ai nativi americani. Si facevano chiamare Iriadamant, e i giornalisti li ribattezzarono  “quelli dallo stile di vita indiano”. Si accamparono nelle foreste della Lapponia promettendo un esperimento radicale, ecologico, autosufficiente e alternativo.

Provenienza

Gli Iriadamant affondano le loro radici nel melieu ideologico franco-belga degli anni Settanta, conosciuti inizialmente come La Tribu, poi come Écoovie (“Vita ecologica”), un progetto che univa attivismo ecologista e un’identità volutamente tribale. Nell’agosto 1991, attraversarono il confine della Finlandia provenienti dalla Svezia, sostenuti dall’architetto Ilpo Okkonen e dal deputato/professore Erkki Pulliainen. Il loro soggiorno fu presentato, in collaborazione con le istituzioni locali, come una ricerca su forme di vita a basso impatto (l’ESSOC, ovvero la sopravvivenza nelle condizioni climatiche finlandesi mediante l’utilizzo delle piante offerte dalla natura durante l’intero anno, e gli effetti delle pratiche agricole dei nativi americani nella gestione del suolo sul ciclo di rotazione forestale).

Si accamparono dapprima nei pressi di Oulu (Sanginjoki), per poi spostarsi più a nord, a Kittilä, in Lapponia. La loro quotidianità seguiva “ritmi planetari”: la mattina si apriva con il sūrya (saluto al sole); il pomeriggio era dedicato al lavoro e all’apprendimento; la sera ruotava attorno a un unico pasto vegano consumato dopo le 18. I ruoli, distribuiti ciclicamente, si alternavano ogni trimestre tra i “guardiani” del fuoco, della terra, dell’acqua e dell’aria. Il sito era organizzato in “alveoli” esagonali, a formare un favo che, secondo il gruppo, rappresentava la griglia organica del vivere.

Dalla curiosità all’ostilità

Ma nel volgere di pochi mesi, all’inizio del 1993, la narrazione mutò drasticamente. Iniziarono a circolare voci poco lusinghiere sulla vita del campo, e il progetto venne presto bollato dai critici come una frode. Di conseguenza, i controlli delle autorità locali e dei media si intensificarono, culminando con la mancata proroga del permesso di soggiorno. In risposta, gli Iriadamant avviarono il Kävelevä puhe (“Discorso itinerante”), una lunga marcia di diverse settimane attraverso la Finlandia per illustrare il senso del loro esperimento e raccogliere firme a sostegno di una petizione indirizzata al presidente Mauno Koivisto. Ma la decisione fu irrevocabile: fu loro intimato di lasciare il Paese entro la fine del 1993. Si trasferirono, allora, in Svezia, per poi spingersi dei Paesi Bassi. Poco dopo, quell’esperimento ecologico si esaurì e il progetto si dissolse silenziosamente.

Riflessioni e tracce

Nello studio Indians” in Lapland(2021), pubblicato nel Journal of Contemporary Archeology, a cura di Vesa-Pekka Herva, Oula Seitsonen, Tiina Äikäs, Janne Ikäheimo e Ilpo Okkonen, si esamina il modo in cui un ethos monoculturale dominante abbia modellato la percezione dell’“alterità” visibile. Le reazioni pubbliche e istituzionali nei confronti del gruppo si concentrarono sulla cultura materiale e sui rituali adottati: abbigliamento ispirato ai nativi americani, disposizioni spaziali esagonali a “alveoli”, resti di capanne in torba e routine quotidiane. Tutto ciò rese il gruppo riconoscibile come “altro”, e la comunità come estranea e potenzialmente pericolosa.

Gli studiosi sostengono che questa marginalizzazione si sia sovrapposta all’antica esotizzazione della Lapponia (terra ancestrale del popolo Sámi), contribuendo a rappresentare tanto il gruppo quanto la regione come marginali, romantici e sospetti. L’etichetta di “setta” divenne uno strumento utile a disciplinare le deviazioni dalle norme capitaliste e individualiste, legittimando di fatto le pratiche di sorveglianza e l’espulsione.

Per gli archeologi che, in tempi recenti, hanno visitato i siti degli ex campi, gli Iriadamant rappresentano un riflesso delle ansie della nazione: una comune ecologica, dichiaratamente “straniera”, che metteva in scena l’indigenità nella Sápmi, giunta in una Finlandia affaticata dalla recessione e ancorata a una visione profondamente monoculturale.

Per approfondire

Per chi desidera conoscere meglio la vicenda, si consiglia l’eccellente documentario in quattro parti, disponibile su Arte.tv e intitolato Gaïaland . Anche sul portale della televisione nazionale Yle.fi si trovano diverse risorse di grande interesse.

Tutte le foto (Kittilä, 1992) sono di Jukka Kuusisto

Antonio Parente
Nato nel 1964, traduce testi letterari, prevalentemente poesia, dal finlandese, dal ceco e dall'inglese. Vincitore del premio nazionale per la traduzione letteraria del 2004 conferito dal Ministro della Cultura Finlandese.