Tagli alla lingua finlandese nel mondo

Dalla cultura alla caricatura, è un niente

Cultura
(da recitare nel dialetto di Helsinki)

“Cultura! Cultura! Cultura!” / In Finlandia un grido perdura,/ Ma cos’è poi la cultura?/ Ed ecco la gran fregatura:/ Per l’uno dell’opera cura,/Per altri a Stoccolma avventura,/ Di Duncan o Forssell la figura,/ Di Parigi la patinatura./ Mille volti ha questa cultura:/ Che in Cina s’innalza a gran mura,/ Ma finnica, questa cultura,/ Di tutto è la caricatura!
(Eino Leino, Kyltyyri)

Quando il celebre poeta finlandese Eino Leino scrisse questi versi nei primi del Novecento, ironizzava su un concetto di “cultura” già allora confuso, frammentato, dilatato in tante direzioni diverse: un po’ leziosità all’opera, un po’ gita a Stoccolma, un pò raffinatezze parigine. Celiava appunto il poeta col vezzo di pronunciare kulttuuri alla francese, con la vocale accentata arrotondata.
Una caricatura, appunto. A distanza di oltre un secolo, quella provocazione goliardica sembra essersi trasformata in una drammatica profezia politica ed economica. Oggi la Finlandia sta procedendo a uno smantellamento sistematico e senza precedenti della sua diplomazia culturale nel mondo, tagliando i fondi vitali che da decenni sostengono i lettorati di lingua e cultura finlandese in circa sessanta università estere. Ma questa ritirata strategica ci pone davanti a un interrogativo cruciale, che va ben oltre i confini di Helsinki: se non riusciamo più a finanziare la cultura, non è forse perché abbiamo dimenticato cosa sia?

Quando tutto è kulttuuri, niente lo è

Il rapporto sulle attuali manovre finanziarie del governo finlandese (il cosiddetto Tuottavuusohjelma, o Programma di Produttività) descrive l’impatto di un esecutivo che ha deciso di trattare le discipline umanistiche e l’insegnamento linguistico come “beni di lusso”. Ma alla base di questi tagli lineari si nasconde un problema profondo.
Negli ultimi decenni, il concetto di “cultura” è stato esteso a dismisura. Include l’innovazione tecnologica, l’intrattenimento digitale, il lifestyle, la gastronomia, il sistema Paese e persino l’infrastruttura di rete. Chi frequenta i media finlandesi, resta a volte colpito dall’invadenza di questa parola, che forma composti con qualsiasi altro sostantivo: non si parla più di keittotaito (gastronomia, artusianamente “arte in cucina”) ma solo di ruokakulttuuri, e così anche di urheilukulttuuri, pukeutumiskulttuuri, e via dicendo.
Sembra un paradosso, ma si direbbe quasi che, perdendo il suo legame storico con la Kultur tedesca, la kulttuuri moderna finlandese, coprendo semanticamente pressoché ogni aspetto della vita civile, si avvicini piuttosto al suo contraltare storico di Zivilization, con la sua connotazione universalistica di conoscenza acquisita attraverso l’educazione.

da Mmm.fi


Quando il contenitore della “cultura” diventa così smisurato da inglobare tutto, si verifica un effetto collaterale pericoloso: sul piano politico diventa difficilissimo discernere cosa meriti la priorità dei finanziamenti statali. Se la cultura è un concetto così liquido e onnicomprensivo, per un politico alle prese con la riduzione del debito pubblico diventa facile tagliare i fondi alla radice stessa dell’identità di un popolo, la sua lingua, per dirottarli verso risorse più “tangibili”.
Non a caso, mentre il Ministero dell’Istruzione e della Cultura finlandese subisce decurtazioni milionarie che cancellano programmi di tirocinio internazionale (come la vitale EDUFI Fellowship), lo stesso governo stanzia 50 milioni di euro per sostituire il supercomputer LUMI. L’hardware diventa la nuova cultura esportabile, mentre la grammatica, la letteratura e la presenza accademica all’estero vengono declassate a orpelli del passato.

La scure di EDUFI e la condanna all’isolamento

Fin dagli anni Sessanta, l’Agenzia Nazionale Finlandese per l’Istruzione (EDUFI) aveva garantito un meccanismo di co-finanziamento. Inviando giovani tirocinanti e pagando la differenza salariale dei docenti madrelingua, permetteva ad atenei di tutto il mondo di mantenere corsi di studi finnici di altissimo livello. Oggi, in nome del pareggio di bilancio, questa vena vitale verrà recisa. Il risultato è una reazione a catena prevedibile e rovinosa: senza il sussidio finnico, dipartimenti già fragili saranno costretti a chiudere i corsi di finlandese o a degradarli a materie opzionali precarie.

Da suomikoulut.fi

Per citare un esempio, le Suomi-koulut (scuole finlandesi all’estero) vedono i propri fondi di base quasi dimezzati, e storiche istituzioni in Nord America, come la Finlandia University nel Michigan, hanno già chiuso i battenti sommerse dai debiti, nell’indifferenza delle reti di salvataggio statali.
Persino le minoranze, come le popolazioni indigene Sámi, vedono tagliati i fondi pan-nordici per la standardizzazione della loro lingua, in aperto contrasto con le promesse di decolonizzazione e riconciliazione.

Il paradosso demografico

C’è una dissonanza cognitiva sconcertante in questa manovra. La Finlandia sta attraversando una rapida mutazione demografica. Nel 2024, gli stranieri residenti hanno superato quota 600.000. Il Paese ha un bisogno disperato di attrarre ricercatori, studenti e forza lavoro qualificata per far fronte al calo demografico e al crollo delle competenze interne (evidenziato dai recenti test PISA).

Eppure, proprio nel momento in cui dovrebbe costruire ponti, la Finlandia li fa saltare. Tagliando i lettorati e i tirocini esteri, si distrugge l’unico incubatore linguistico preventivo esistente. I futuri accademici e lavoratori arriveranno nel Nord Europa senza alcuna nozione della lingua finnica, trovandosi davanti a un muro di gomma burocratico e sociale. L’incapacità di parlare finlandese o svedese si trasformerà, come già accade, nella causa principale del precariato accademico e della mancata integrazione.

L’eccezione italiana e la lezione della diplomazia culturale

Per capire la miopia di questa ritirata, basta guardare al sistema italiano. L’Italia, pur navigando da sempre in acque finanziarie turbolente, per l’anno accademico 2024/2025 ha mantenuto una rete di 132 lettorati governativi in 63 Paesi. Questo perché Roma, al pari di nazioni come l’Estonia o la Norvegia (che paradossalmente la Finlandia aveva preso a modello in un suo stesso studio del 2021), considera la diplomazia linguistica un baluardo inamovibile di soft power.
Alcune eccellenze universitarie resistono stoicamente, offrendo ancora oggi corsi completi di Lingua e Letteratura Finlandese. Ma per quanto tempo potranno sostenere da sole i costi di questi presidi di pluralismo linguistico, una volta che il rubinetto di EDUFI sarà chiuso per sempre?
Il ridimensionamento in corso in Finlandia non è una semplice voce di bilancio: è la spia di una crisi d’identità che colpisce tutto l’Occidente.

Quando espandiamo la definizione di “cultura” fino a farle perdere ogni contorno, facendole perdere il senso di contenitore degli aspetti intellettuali e spirituali specifici di un gruppo (nelle origini) o di un paese, finiamo per scambiare il marketing per la sostanza.
La lingua di un Paese è un fondamentale mediatore di una specifica cultura quando ne incontra un’altra. È un po’ come vendere una casa. Viene in mente la famosa addetta dell’agenzia immobiliare in Via della trincea di Kari Hotakainen: “mi è venuta incontro caracollando, porgendo la mano molliccia che, senza stringere, ha fatto scivolare nella mia. Vendeva il frutto di un lavoro manuale, e non capiva il senso della prima stretta di mano.”

Se i governi smettono di capire che per esportare un’idea di Paese bisogna prima di tutto esportarne le parole, una cosa maledettamente fisica e concreta, come i mattoni di una casa, si finirà per dare ragione a Eino Leino: di quell’antica e fiera cultura finnica non rimarrà nient’altro che una sbiadita caricatura.