Per l’editore Tracce e Ombre, collana Minima Moralia, è appena uscito “Grido d’allarme dalla prigione dei popoli”, di Ignati Mösšeg, nella prima edizione integrale curata da Antonio Parente. Quest’opera è la testimonianza di un esule che negli anni Venti fugge dalla Russia sovietica e raggiunge la Finlandia. Qui scrive e ricostruisce secoli di conquista, assimilazione e repressione attraverso la storia di popoli come komi, tatari, baschiri, ciuvasci e buriati. Mösšeg scrive con la rabbia di chi ha visto il proprio popolo scomparire dalle mappe due volte: sotto lo zar e sotto il commissario. Pubblichiamo qui la Prefazione, oltre alle notizie bibliografiche dell’autore.
L’opera di Ignati Mösšeg rappresenta un unicum di straordinario valore nel panorama della memorialistica e della saggistica legata all’Impero Russo e alla genesi dell’Unione Sovietica. Attraverso le pagine infuocate dei due volumi di Grido d’allarme dalla prigione dei popoli, come anche delle memorie del suo diario di guerra, Nella marmitta dei giganti d’Oriente, emerge una prospettiva sistematicamente marginalizzata dalla storiografia tradizionale: quella di una minoranza etnica oppressa.
Mösšeg non è una figura di spicco, un generale di Pietrogrado né un intellettuale moscovita, ma un maestro, un agrimensore e un soldato appartenente all’etnia komi (o siriena), una popolazione ugrofinnica sottomessa a secoli di russificazione. La sua voce, periferica e fieramente non russo-centrica, si leva dai confini di quella che lui stesso definisce, senza mezzi termini, la “prigione dei popoli”.
Le analisi di Mösšeg sulla condizione del popolo komi risultano oggi un documento imprescindibile. Come illustrato nei suoi scritti autobiografici, la repressione dell’identità culturale iniziava subdolamente sui banchi di scuola: ai bambini veniva imposto l’insegnamento in una lingua straniera, il russo, vietando categoricamente l’uso dell’idioma nativo persino come lingua d’appoggio.
La sua testimonianza getta una luce vivida sull’intolleranza del regime zarista, incapace di accettare maestri indigeni per il solo fatto di non essere etnicamente russi e, con altrettanta lucidità, smaschera le feroci illusioni del primo periodo comunista. Mösšeg documenta il tragico divario tra le promesse bolsceviche di uguaglianza e la realtà di un terrore sistematico che si abbatteva sulle campagne, depredando e affamando proprio le popolazioni che la rivoluzione sosteneva di voler liberare.

Tuttavia, nell’affrontare la lettura di Grido d’allarme dalla prigione dei popoli, è essenziale dotarsi degli strumenti critici per inquadrare l’opera nella sua corretta dimensione. Non ci troviamo di fronte a un saggio storiografico metodico, bensì a un vibrante pamphlet politico, animato da un’urgenza militante. Nel valutarne la portata come documento storico, il lettore deve tenere presente alcuni evidenti limiti strutturali. Il testo è privo di una bibliografia in senso moderno o di un apparato critico, e molte delle citazioni, delle cifre e dei riferimenti proposti dall’autore potrebbero essere stati piegati più a un’esigenza retorica che a un’indagine fattuale.

Nella foga della sua “crociata antirussa”, Mösšeg tende a sovrapporre epoche storiche radicalmente diverse, sacrificando la necessaria contestualizzazione storica in favore dell’invettiva. Inoltre, il trauma personale delle persecuzioni subite, tanto sotto lo zarismo quanto sotto i tribunali della Čeka, e il dolore dell’esilio rendono la sua analisi intrinsecamente parziale. L’odio per gli oppressori trasforma a tratti il testo in un’arringa in cui la Russia, in ogni sua incarnazione storica, assume i contorni di un male monolitico e assoluto.
Leggere Ignati Mösšeg significa accostarsi a un documento vivo, pulsante e imperfetto. I suoi eccessi e le sue forzature non ne inficiano l’importanza, ma ne definiscono la vera natura: non un distaccato manuale di storia, ma il grido d’allarme di un uomo sopravvissuto a un “calderone infernale”, che ha lottato per impedire che la voce del suo popolo venisse inghiottita dal silenzio.
Nota biografica dell’autore

Ignati Mösšeg (1880 – 1965) Nato nel 1880 nel remoto villaggio di Durev, nel bacino del fiume Kama, Ignati Mösšeg apparteneva alla minoranza ugrofinnica dei komi (conosciuti storicamente come sirieni). Figlio di agricoltori, visse fin dall’infanzia il trauma dell’assimilazione forzata: frequentò scuole elementari e superiori in cui era severamente vietato l’uso della lingua madre, subendo punizioni corporali da maestri russi che disprezzavano la cultura indigena.
Nonostante le enormi difficoltà, nel 1900 si diplomò all’Istituto magistrale di Birsk. Divenuto maestro elementare, si scontrò ben presto con l’amministrazione zarista, denunciando il divieto di insegnare nella lingua locale e le politiche di russificazione. Sottoposto a perquisizioni per sospetta attività sovversiva, nel 1908 fu definitivamente interdetto dall’insegnamento in tutto l’Impero Russo con l’accusa, di fatto, di non essere etnicamente russo. Si reinventò quindi agrimensore nel 1912, cavalcando l’onda delle riforme agrarie di Stolypin.
La sua vita fu stravolta dalla Prima Guerra Mondiale: richiamato alle armi nel 1915 all’età di 35 anni, frequentò la scuola ufficiali di Taškent e fu inviato al fronte in Galizia e Romania come sottotenente del 501º Reggimento Sarápul. Decorato con la Croce di Sant’Anna, nel marzo 1917 fu gravemente ferito da una granata sulle Alpi transilvaniche. Tornato al fronte dopo la convalescenza, nel luglio del 1917 cadde prigioniero dei tedeschi, vivendo l’inedia e le privazioni nei campi di prigionia di Rügen e Friedberg fino al termine del conflitto.
Rientrato in patria nel 1919, trovò la sua terra dilaniata dalla Guerra Civile. Fu forzatamente mobilitato come comandante di distretto nell’esercito bianco dell’ammiraglio Kolčak. Prese parte alla disastrosa e caotica ritirata siberiana, durante la quale sopravvisse a stento a tre violente ondate di tifo. Con la caduta di Kolčak, fu catturato dalle forze bolsceviche, interrogato da un tribunale della Čeka e costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa.
Assegnato a Pietrogrado nell’estate del 1920, pianificò la sua fuga definitiva. Disertò e, muovendosi furtivamente tra i boschi, riuscì a varcare il confine con l’Estonia. Raggiunta Tartu, si unì ai circoli degli esuli ugrofinnici , stabilendosi infine a Helsinki nell’ottobre del 1920, dove poté finalmente dare voce alla tragedia del suo popolo attraverso la pubblicazione delle sue memorie e dei suoi pamphlet. Mösšeg operò a Helsinki nel settore librario. Assunse la proprietà della Kirjakauppa Oma (Kaisaniemenkatu 13), nata nel 1934 come Opettajain Kirjakauppa Oy. A tale polo facevano capo anche un’attività tipografica, un marchio editoriale e la libreria di Kaisaniemi.
(Foto del titolo di Sergey Sergel, 1906)















