“Ciao rakas!” Una commedia a metà

Miniserie italo-finlandese dove culture diverse vorrebbero incontrarsi

Per decenni, l’immaginario cinematografico europeo ha utilizzato la Lapponia, e la più vasta regione del Sápmi, non come un territorio reale, caratterizzato da una propria complessità umana e socio-economica, ma come un comodo spazio vuoto su cui proiettare i propri turbamenti, desideri o ansie.

Ripercorrendo la storia del cinema, il Nord è stato ritratto prevalentemente secondo due prospettive di matrice ugualmente colonialista. Da un lato troviamo opere che inquadrano i nativi con un voyeurismo feroce, riducendoli a figure avulse da qualsiasi contesto storico, talvolta descritti come depositari di poteri magici e sciamanici, oppure come creature iper-sessualizzate dominate unicamente dall’istinto.

All’estremo opposto si collocano pellicole come Gli amanti del circolo polare di Julio Medem, in cui la Lapponia diventa un “non-luogo” utopico, deliberatamente svuotato dei suoi abitanti indigeni, per fungere unicamente da magico “depuratore” emotivo per i traumi dei cittadini dell’Europa meridionale.

Niente su di noi senza di noi

È proprio in questo campo minato di “orientalismo interno” che si inserisce la serie televisiva Ciao rakas! (Ciao ráhkis!), disponibile su YLE. Protagonista è Carmine, criminale napoletano di piccolo calibro, che, assieme a due amici della sua banda, parte per la Lapponia quando scopre di aver ereditato lì una proprietà dal fratello maggiore, morto in circostanze misteriose. Per entrarne in possesso però, dovrà passare alcuni mesi ad Inari, nel profondo Nord: qui i suoi piani prenderanno una piega inaspettata grazie all’incontro con un’affascinante ‘pastora’ di renne, Maren Elle. Sulla carta, sembrerebbe l’ennesima ricetta per la classica parabola in cui l’uomo (bianco) di città ritrova la moralità perduta grazie al “nativo magico” e al sole di mezzanotte.

Ciao rakas!, però, decostruisce questo tropo, e lo fa attraverso scelte strutturali precise. Diretta dal regista sámi Ken Are Bongo, la serie garantisce una notevole parità linguistica, dividendo la sceneggiatura equamente tra italiano e sámi settentrionale e spogliando quest’ultimo di ogni possibile esoticismo. Maren Elle e la sua comunità vengono ritratti come individui reali, inseriti in una moderna e complessa rete industriale legata alla pastorizia (delle renne). Sul piano etico, la produzione segue rigorosamente le linee guida del protocollo “OFELAŠ bagadus”, fondato sul principio “Niente su di noi senza di noi”. Sono stati infatti ingaggiati professionisti Sámi del settore cinematografico, dalla sceneggiatura alla regia.

Jarmo Lampela (wikipedia)

Secondo il responsabile di Yle Draama, Jarmo Lampela, questo è particolarmente importante. “Quando abbiamo autori che conoscono la cultura Sámi, la storia viene raccontata dall’interno e non attraverso gli occhi di un estraneo. Abbiamo voluto così garantire una storia credibile”.

Un dramma a metà

Il nucleo drammatico della storia ruota intorno a un unico tema, come ha sottolineato il responsabile della coproduttrice RAI Michele Zatta: finlandesi e italiani sono molto diversi. “Abbiamo pensato che questo fosse un tema perfetto per una storia d’amore. È una storia sull’impossibilità di capire l’altro. Il finlandese è difficile per gli italiani, e la lingua sámi lo è ancora di più.”

Il contrasto è perfetto, sottolinea Leena Virtanen su Helsingin Sanomat (HS): “quando l’esuberanza napoletana incontra la freddezza del carattere finlandese e lappone. È facile fare dell’ umorismo, ad esempio, col fatto che i ragazzi si scandalizzano quando nella pizza del bar di un piccolo paese c’è l’ananas.”

Eppure, analizzando da vicino le dinamiche della serie, sorge un dubbio ingombrante: se è riuscito bene il tentativo di ripulire meticolosamente la narrazione dagli stereotipi sámi, non si è forse dimenticato di fare lo stesso con quelli napoletani?

Mentre i nativi artici vengono giustamente ritratti con grande sensibilità etica, la rappresentazione dei tre giovani protagonisti campani sembra pescare a piene mani dal cesto dei cliché più logori sull’ Italia meridionale.

È proprio la lettura dei tre personaggi napoletani a presentarsi costruita solo su luoghi comuni, e spesso senza un adeguato sostegno narrativo.  Carmine porta con sé in Lapponia i suoi amici, e in un attimo i tre attraversano in auto il paesaggio della Lapponia. “Ma con quali soldi, visto che a Napoli erano tutti al verde?” (HS)

Luoghi esotici e luoghi comuni

Ad attenderli c’è un accogliente cottage, la consorte in lutto di Salvatore, qualche renna e, soprattutto, la pastora locale Maren Elle, di cui Carmine si innamora immediatamente e che inizia a chiamare Marinella.

L’elenco degli stereotipi che accompagnano inesorabilmente i tre ragazzi è un compito molto facile.

Il cibo. Ai tre napoletani la lingua di renna, le acciughe affumicate, e la pizza locale con l’ananas, fanno schifo. Ma quando riescono a procurarsi una caffettiera e del caffè alla napoletana, be’, allora è festa per tutti!

La mamma. C’è una invadenza telefonica costante di quella di Antonio, uno dei ragazzi, preoccupata che il suo piccolo non prenda freddo. Ma poi, nella affrettatissima chiusura della storia nel quarto episodio, è improvvisamente contenta che il figlio non torni più a Napoli e resti in Lapponia, “sistemato” in un piccolo bazar per turisti.

L’amore. Si domanda l’articolista di HS: perché gli stessi italiani autori della sceneggiatura coltivano l’immagine di uomini macho che si innamorano delle donne del nord solo per il loro aspetto? Trattandosi di napoletani, si capisce che questo avvenga a “botta” sicura: basta ‘na guardata, a  femmena è rimasta sott’ ‘a botta ‘mpressiunata…

La lingua. Naturalmente i napoletani non parlano nessun’altra lingua che non sia il napoletano, e si aspettano che gli altri, anche in Lapponia, li debbano capire (basta scandire bene le parole). Mentre invece i sámi parlano abbastanza l’italiano, e la stessa pastora, nel giro di pochi giorni, capisce quasi tutto (“Certo, è buffo che così tante persone in un posto così piccolo padroneggino l’italiano a livello colloquiale”, HS)  Alla fin fine però non è una grande impresa, poiché quel tutto si riduce a una sola frase, il chiodo fisso di Carmine: “IO TI AMO!”. Formula magica irresistibile, davanti alla quale non esiste loitsu sciamanico che possa reggere al confronto.

Il silenzio. La filosofia di vita dei tre ragazzi, certi che la caciara “vince di mille secoli il silenzio”, alla fine, misteriosamente, viene sconfitta dalla potenza della natura lappone, con le sue distese sconfinate. E senza che la sceneggiatura ci spieghi alcunché, alla fine di un party rumoroso nel cottage, all’improvviso proprio Antonio, il più caciarone della compagnia, sparisce. Lo ritrovano nel cortile, seduto sotto una betulla, un po’ fumato, e molto ispirato. Ascolta, dice poi agli amici preoccupati. Cosa? “Questo silenzio…”, bisbiglia lui. Tutto avviene per magia, ne “la pace e il silenzio dei paesaggi incontaminati” (Corriere della Sera)

I paesaggi, l’ambientazione, tutto al contrario è fortemente contaminato. Si capisce che regista e scenografo, a loro agio nel riprendere l’ambiente lappone, per presentare il mondo partenopeo hanno pescato a piene mani in un repertorio della napolitudine fin troppo noto a queste latitudini. E così l’immagine dei ragazzi che lanciano sassi sulla riva dell’acqua, alcune riprese degli incontri amorosi sulla riva del lago, sono qualcosa che si colloca nella memoria tra Gomorra e l’Amica geniale. Lo stesso nome della giovane innamorata, Marinella, non vi ricorda la spiaggia di una celeberrima serie poliziesca amatissima anche in Finlandia?

“È una serie che va vista con la dovuta leggerezza, che fa riflettere a tratti e che in altri fa sorridere”, così il protagonista Erasmo Genzini sforzandosi di scrollarsi di dosso tutto quell’armamentario di cui è per primo consapevole.

Cosa rimane di questo lavoro? È comunque un passo in avanti per il cinema nordico e per l’autodeterminazione narrativa indigena, avendo il merito di archiviare le logiche antiquate che contrappongono natura selvaggia e mondo civile.  Il limite fondamentale è proprio quello culturale. Perché due culture lontane si incontrino la prima cosa da fare è eliminare i cliché, che resteranno sempre incomparabili, e aprirsi all’esperienza del diverso. “Pizza lappone” è un esempio esplicito di un incontro impossibile, soprattutto quando chi dovrebbe realizzare l’incontro (regista, sceneggiatori) ha deciso in partenza che la pizza e il caffè di Napoli sarebbero per definizione (per cliché) il meglio che c’è al mondo.

L’augurio è solo che, nel nobile intento di liberare la Lapponia dal ruolo di periferia esotica, non si finisca per incollare quella stessa etichetta proprio a Napoli.

(Le immagini sono una serie di screen-shot dall’edizione disponibile su Yle-Areena)