Suicidi in Finlandia e in Italia: dati e rimedi

Il suicidio e i comportamenti autolesivi in genere continuano ad essere un fenomeno di attualità non solo dal punto di vista sanitario, ma anche umano, sociale e culturale. Anche se il suicidio è e resta un fenomeno “raro”, e anche se rispetto ad altri paesi il tasso di suicidio in Italia è relativamente basso (intorno al 6/100 000 abitanti), ogni anno circa 4 000 persone muoiono per suicidio in Italia, e di questi circa il 6% sono giovani tra i 15 e i 24 anni (ISTAT, 2018), per i quali resta la seconda causa di morte.

A differenza dell’Italia, la Finlandia ha detenuto a lungo il triste primato di paese con uno dei più alti tassi di suicidio al mondo, soprattutto tra i giovani al di sotto dei 25 anni. Le ragioni addotte per spiegare questo andamento sono varie: la componente culturale, l’abuso di alcool, la mancanza di luce (sulla Rondine se ne è accennato in passato, invitando a riflettere sui dati). La differenza può essere in parte spiegata anche dal fenomeno dell’”under-reporting”, probabilmente più diffuso in Italia per ragioni organizzative (mancanza di un registro nazionale affidabile) e per un retaggio culturale (ossia, la stigmatizzazione della morte per suicidio).

Nell’ultimo decennio si è comunque assistito ad una riduzione dei tassi suicidari in molti paesi del mondo, Finlandia compresa. In Italia si è passati dall’ 8/100 000 abitanti nel 1995 al 6.5 nel 2015. In Finlandia i tassi sono crollati da 31/100 000 del 1990 (oltre 1 500 morti) a 13/100 000 (731 casi) nel 2015 (Tilastokeskus, 2015). Va ricordato che la Finlandia è stata uno dei primi paesi a mettere in atto un piano nazionale di prevenzione del suicidio durante il decennio 1986-1996, iniziato con una fase di ricerca durante la quale sono stati esaminati tutti i quasi 1 400 casi di suicidio del 1987.

Sulla base dei risultati ottenuti sono state implementate delle misure mirate a migliorare la cura e il supporto per le persone a rischio e i trattamenti per depressione e alcolismo, a ridurre il consumo di alcool, ma anche alla restrizione all’accesso ad armi e altri possibili metodi suicidari, e alla sensibilizzazione dei media per una modalità più responsabile di riportare le notizie suicidarie. Soprattutto, il piano antisuicidio ha visto il coinvolgimento di quasi 100 000 professionisti di diverse discipline sanitarie e sociali, sia a livello nazionale che locale. Inoltre è stata portata avanti una campagna di informazione e sensibilizzazione mirata ad educare al riconoscimento dei segnali di rischio, ad informare sulle possibili modalità di intervento, e a promuovere il supporto sociale.

Uno dei risultati principali è che ora i Finlandesi, soprattutto gli uomini, sono più disposti ad esprimere e comunicare le proprie emozioni e il proprio disagio, a parlare di depressione e a cercare aiuto. Purtroppo questo trend positivo si è arrestato e si è assistito ad una nuova, anche se contenuta, risalita dei tassi di suicidio in Finlandia (15/100 000 abitanti; Tilastokeskus , 2017). Questo incremento può in parte essere attribuibile all’invecchiamenteo della popolazione, ma anche alla perdita di efficacia delle misure preventive. Questo perché il suicidio è un fenomeno complesso e multifattoriale che, pur mostrando degli elementi comuni (i cosiddetti fattori predisponenti, come la depressione o altri disturbi psichiatrici, e i fattori scatenanti, per esempio un evento di vita avverso), rimane un comportamento individuale, e ciò ne rende la prevenzione particolarmente difficile.

Per questo, dall’inizio del 2019, una nuova task force sta lavorando alla creazione di un nuovo programma nazionale di prevenzione al suicidio per il periodo 2019-2030. Gli obiettivi includono la promozione di cure e supporto facilmente accessibili per le persone a rischio (es. ”Mitä kuuluu?”, https://mitakuuluu.fi/), come coloro che tentano il suicidio, ma anche considerare e offrire supporto ai familiari e a chi vive il lutto da suicidio. Infatti non va dimenticato che la morte per suicidio ha un impatto potenzialmente devastante su familiari e amici della persona che si è suicidata, i cosiddetti “sopravvissuti”. Shneidman (1969) suggeriva che per ogni persona che si suicida almeno sei ne subiscono pesanti conseguenze emotive e sulla qualità di vita, anche se il numero di persone “esposte” in quanto amici/conoscenti è in realtà molto più alto (J. Cerel et al., How many people are exposed to suicide? Not six. Suicide Life Threat Behav. 2019).

Partendo da questa considerazione, ogni anno circa 24 000 persone in Italia e 5 000 in Finlandia sono colpite da un lutto per il suicidio di un loro caro. Il lutto per suicidio si distingue da altre forme di lutto sia per le emozioni coinvolte, sia per l’elevato rischio di evolvere in lutto complicato e in altri disturbi psichiatrici. Tipicamente, la persona in lutto per suicidio si trova a convivere con emozioni come la rabbia (verso il defunto e verso se stessi), l’incomprensione, il senso di impotenza, oltre al dolore, alla tristezza e al senso di colpa. Nonostante alcune di queste emozioni facciano parte di una normale reazione da lutto, spesso non si risolvono nel giro di alcuni mesi (in genere sei) per lasciar spazio all’accettazione, ma diventano persistenti e intrusive, fino ad evolvere in veri e propri disturbi psichiatrici. Inoltre i sopravvissuti al suicidio spesso sperimentano essi stessi ideazione suicidaria, e sono a rischio di comportamenti autolesivi e suicidari. Ultimo, ma non ultimo, è lo stigma che li coinvolge, acocmpaganto da vergogna e rifiuto, e da una drastica riduzione dei contatti sociali.

In Finlandia esistono un SOS-crisis center (“SOS kriisikeskus”, https://mieli.fi/fi/tukea-ja-apua/kasvokkain/sos-kriisikeskus), che organizza dei corsi di riabilitazione e una hotline per sopravvissuti, e “Surunauha”, un’associazione di familiari e amici di persone morte per suicidio (https://surunauha.net/). In Italia ad oggi non esiste un progetto nazionale sulla prevenzione suicidaria, e nemmeno un coordinamento nazionale per il supporto ai suicide survivors. Tuttavia, esistono gruppi o associazioni che offrono supporto ai sopravvissuti. Tra questi, ricordiamo SOPROXI Onlus. Soproxi è nato a Padova nel 2006 (Scocco et al., SOPRoxi: a research-intervention project for suicide survivors. Crisis 2006), e dal 2011 è operativo anche attraverso un sito web con l’obiettivo di fornire informazioni, supporto ed assistenza ai sopravvissuti al suicidio, ma anche di sensibilizzare la popolazione generale sul rischio di suicidio e sulle sue conseguenze su chi resta (consultare il sito www.soproxi.it). Tra le attività svolte da Soproxi ricordiamo la disponibilità di un servizio di consultazione online via Skype o telefono, attivo una mattina alla settimana, e la possibilità di partecipare a gruppi di mutuo aiuto via chat per un percorso di 20 incontri settimanali della durata di un’ora ciascuno.

Perché “postvention is (suicide) prevention for future generations” (E.S. Shneidman, Prologue to: On the Nature of Suicide. San Francisco, 1969).

(Immagini riprese dal trittico “Aino-taru” di A. Gallen-Kallela -1891)