Franco Figari e la canna narciso

È appena stato pubblicato il volume di fotografie “Tagli e schizzi sull’acqua” (ed. Kelo, Milano) di Franco Figari. Questa volta oggetto delle sue visioni non sono la tundra innevata o i paesaggi lacustri della Finlandia centrale, ma un aspetto assai più modesto: luci, riflessi e tagli operati dai canneti e da singole canne sull’acqua, in estate, ma anche sul ghiaccio invernale. Un passaggio dal macro al micro, in cui i fili di queste piante onnipresenti, non sempre oggetto di attenzione, diventano una trama di scrittura, i cui simboli cerca di interpretare l’occhio sensibile del fotografo. Si riproduce qui la mia introduzione al volume.

Nelle narrazioni della creazione di molte culture la nascita del mondo è legata all’acqua. Nella Bibbia, l’acqua è un elemento importante nella continuazione del racconto della creazione: quando Dio è insoddisfatto dell’umanità, la sommerge con un diluvio e salva solo la famiglia devota di Noè, che ricomincia a popolare il mondo.

I finlandesi hanno la loro versione dell’oceano primordiale. Il Kalevala racconta nel primo runo che all’inizio dei tempi c’erano solo acqua, aria e un unico essere vivente, Ilmatar. E un altro, destinato a mettere in moto la creazione del mondo, agitando l’aria e l’acqua: un’anatra che si posò sulle ginocchia di Ilmatar per deporre le uova. Quando Ilmatar mosse il ginocchio, le uova rotolarono nell’acqua e si ruppero. Da esse nacquero la terra, il cielo, il sole, la luna, le stelle e le nuvole.

C’è qualcosa di antico e di primigenio  nella ricerca fotografica di Franco Figari. Dopo un lungo percorso dedicato alle foto di paesaggio, non solo ma soprattutto in Finlandia, dopo aver composto infiniti mosaici di laghi boschi e tundre innevate, si è concentrato su una singola tessera, scoprendo una canna piegata. E il suo riflesso nell’acqua.

Vengono in mente alcune riflessioni del bellissimo romanzo di Iida Turpeinen, L’ultima sirena (2023), allorché la scrittrice finlandese si abbandona a una lunga meditazione, sorta di moderna versione della genesi kalevaliana: “La vita si sviluppa a partire dalla cellula embrionale, dai composti accumulatisi all’interno della vescicola. Gli archei e i batteri si scindono a due a due e riempiono il mare, le alghe blu iniziano ad assorbire la luce producendo l’ossigeno nell’atmosfera...”

Figari, utilizzando a momenti la macchina fotografica come un microscopio, si è messo in agguato girando attorno a quella canna e al suo riflesso, cercando lo spazio necessario tra sé e quel reperto, che sembrava sottrarsi alla giusta inquadratura, quella “pulita”.

Poi qualcosa arrivò. La nebbia sul lago gli crea una sensazione di “vuoto assoluto”. Ecco quello che cercava: la dimensione asettica del laboratorio, la visione della canna come su un vetrino, “sospesa nel nulla”. Finalmente aveva trovato il “grafismo” che cercava. E anche la sua canna inizia un’altra vita, comincia a respirare.

La parola grafismo è carica di significati.

C’è più di un’altra cultura visiva nel mondo che utilizza l’acqua come sfondo per la riflessione, oscillando tra la rappresentazione visiva e l’astrazione dell’immagine originale. A sembrarci più vicina è quella del Giappone. Altro paese, come la Finlandia, circondato dalle acque, punteggiate da una miriade di isole e scogli. Bisogna girare lentamente in barca negli arcipelaghi che circondano la Finlandia, contemplando gli alberi stremati dal vento che si protendono sulle acque, per cogliere questa profonda affinità.

Nella cultura giapponese si trova una ricerca molto vicina a quella di Figari: per esempio in certi dipinti di Yoshihito Kawase abbiamo immagini iperrealistiche che raffigurano (penso a Water, una sua opera del 2019) i rami di un albero riflessi su uno specchio d’acqua con una chiarezza tale da sembrare una fotografia. Kawase utilizza lo stile tradizionale giapponese nihonga. Che fa ricorso a inchiostro di china o pigmenti colorati, minerali o organici, ma comunque di origine naturale. Elemento fondamentale dell’arte nihonga è la semplificazione e la stilizzazione delle forme della natura finalizzata, eliminando il superfluo, alla rappresentazione dell’essenza dei soggetti naturali e alla valorizzazione dell’aspetto dinamico che tutti gli elementi naturali hanno in sé.

Se l’acqua viene increspata da onde, allora l’immagine ne risulta deformata, creando un paesaggio instabile che smembra e frammenta l’immagine riflessa del ramo. In Kawase c’è probabilmente un ricordo del terribile tsunami che aveva colpito le coste giapponesi otto anni prima con conseguenze catastrofiche.

Figari ha aspettato che le acque si placassero, per la sua canna primordiale, finché non sono diventate uno specchio. E allora quella canna, piegata narcisisticamente come ad abbracciare il suo riflesso, gli ha dato un senso di compiuto.

Nell’abbraccio di quel grafismo col suo doppio ha intravisto qualcosa di arcaico, vicino a quegli “archei e batteri che si scindono” nelle acque primordiali dando origine a qualcosa: per l’appunto una semplificazione e stilizzazione delle forme della natura.

Un grafismo, dice Figari. Un segno. Creato non dalla mano dell’uomo, ma dalla natura stessa, che piega lo stelo di una canna come un pennello intriso di china scura su una tela luminosa. Il fotografo ci mette il suo occhio.

Per realizzare questo connubio nihonga ci vuole tanta esperienza, altrettanta pazienza, e la fortuna di incrociare quell’attimo in cui sul lago, alla luce fioca dell’alba, le onde si spengono, la nebbia avvolge il resto del paesaggio, e la natura stessa si dipinge. Al fotografo non resta che cogliere quell’attimo di poesia muta.

Franco Figari

Tagli e schizzi sull’acqua

Ed. Kelo, Milano 2026

Nicola Rainò
Giornalista, traduttore letterario, studioso di lingua italiana e storia dell'arte. Emigra dal Salento a Bologna per studi, poi a Helsinki per vivere. Decise di fondare La Rondine una buia notte dell'inverno del 2002 dopo una serata all'opera.