Mitologie Multimediali: HIISI e GORA di Matteo Melotto a Helsinki

Questa estate è stata marcata da un evento singolare: Hiisi, lo spirito della foresta baltofinnico, e gli arcaici incantesimi e riti finlandesi sul serpente hanno ispirato un progetto e un’originale mostra multimediale dell’artista piemontese Matteo Melotto. Si tratta dei progetti GORA e HIISI, una performance dal vivo e una mostra multimediale presentati al Forum Box di Helsinki l’11 luglio 2026.

Un evento di un giorno può nascondere un lavoro di ricerca e produzione artistica lungo e intricato, nonché affascinante e degno di essere raccontato. Ma come è nata l’idea? Me lo spiega Melotto in persona: “Nel corso della mia carriera ho avuto modo di esporre in diversi paesi europei, ma non avevo mai avuto l’opportunità di confrontarmi direttamente con l’ Europa Settentrionale. La Finlandia mi ha attirato perché il mio lavoro si concentra sul rapporto tra culture arcaiche, ritualità, folklore, miti e il legame tra essere umano e ambiente naturale. L’idea di sviluppare un vero e proprio progetto di ricerca e una successiva mostra a Helsinki si è poi avverata grazie Culture Moves Europe, un fondo finanziato dall’Unione Europea e amministrato dal Goethe-Institut per promuovere la mobilità artistica, che mi ha permesso una residenza a Helsinki questa estate”. A Melotto interessava entrare in contatto con una cultura che conserva ancora una relazione forte con la terra, la foresta e i suoi animali: “Mi ha colpito in particolare la dimensione spirituale della tradizione finlandese, imparentata con lo sciamanesimo e a legata a una visione della natura come luogo sacro. Una prospettiva che ho trovato molto diversa rispetto ad altre narrazioni nordiche più associate alla guerra e alla conquista”.

Da questa motivazione è nato il desiderio di sviluppare questo progetto in Finlandia. Il primo passo è stato entrare in contatto con Forum Box, una galleria indipendente attiva a Helsinki da circa trent’anni, con cui Melotto ha deciso di collaborare per realizzare sia la mostra che la performance. Durante il periodo trascorso a Helsinki Melotto ha potuto approfondire i suoi interessi sulla tradizione finlandese attraverso il confronto con professionisti ed esperti locali, artisti, musei e gli archivi di Museovirasto e quelli folclorici della Società della Letteratura Finlandese (SKS), trasformando questa ricerca in una serie di lavori presentati nella mostra. Chi scrive, che di miti e riti finnici se ne occupa da una ventina d’anni a livello accademico, ha proprio l’occasione di incontrare Melotto nel cosiddetto Sancta Sactorum dell’SKS, la stanza dove sono custoditi i manoscritti dei principali etnografi e collezionisti di tradizioni orali finlandesi. Discutiamo di cerimoniali dell’orso, di Kalevala, di canti e incantesimi legati alla foresta… e a un certo punto il dialogo vira su Hiisi e gli Hiidet. Hiisi e i suoi derivati sono termini complessi e polisemici. In origine la parola probabilmente indicava sia un luogo sacro che l’haltia (lo spirito custode) che lo governava. Il termine estone hiis, presente in molti toponimi, ha mantenuto il significato originario sino ai nostri giorni. Con l’avvento del cristianesimo, il termine hiisi ha probabilmente ottenuto una connotazione più negativa, e Hiisi o gli hiidet diventano sorta di demoni, o i fabbri che forgiano i dardi degli stregoni che provocano malattie. Nel Kalevala, l’eroe Lemminkäinen deve catturare il gigantesco e distruttivo Alce di Hiisi: è una delle prove richieste dalla Signora di Pohjola per ottenere la mano della figlia, la Fanciulla di Pohjola.

La caccia con gli sci all’Alce di Hiisi di Akseli Gallen-Kallela

Hiisi compare, con il senso originario di dio o spirito della foresta, fra la lista dei cosiddetti “Dei di Carelia” presentati da Mikael Agricola nella sua introduzione in versi alla traduzione in finlandese dell’Antico Testamento (si veda il volume “Gli dèi di Finlandia e Carelia”, 1551 in traduzione italiana). Nei canti orali epici Hiisi appare anche come un essere nocivo che rapisce fanciulle nel bosco. Nella tradizione ottocentesca gli hiidet sono spiriti ctoni e forestali sia piccoli che giganteschi, spesso sono maligni e spaventosi, di certo demonizzati ma anche rispettati.

Hiisi di Akseli-Gallen Kallela 1899

Raramente il mutaforma Hiisi è stato rappresentato nell’arte, un’eccezione è Hiisi di Akseli Gallen-Kallela (1899), che si immedesimava nel personaggio per il suo amore per la foresta e la necessità di momenti di solitudine nella natura.

Tuttavia, il significato originario di Hiisi ancora aleggia nelle centinaia di toponimi finlandesi che ne contengono il nome (Hiidenjärvi, Hiidenvuori, Hiidenmäki ecc.).

Le marmitte dei giganti (pozze d’acqua scavate nella roccia) o fonti nella roccia sono chiamate in finlandese Hiidenkirnut. Anche gli alberi sacri erano spesso chiamati Hiidenmänty (pino di Hiisi) o Hiisi-puu (albero-Hiisi). Agli alberi o boschi Hiisi venivano non di rado fatte offerte o sacrifici di primizie e non dovevano essere abbattuti. In Estonia i toponimi con hiis abbondano e sono connessi a simili riti, spiriti guardiani e miti.

Negli incantesimi dai capelli di Hiisi nasce la serpe ovvero la vipera, animale rispettato per la sua potenza magica ma indubbiamente pericoloso e temuto per il veleno. L’incantesimo dell’origine della serpe (käärmeen synty) raccontava della nascita del serpente, che può avvenire nella foresta o su un’isola senza nome e spesso contiene l’episodio di un filo di sputo di un essere temibile che cade nelle acque. Al termine si pronunciava una breve formula per trasformare i denti in lana e proteggersi dai morsi o curarli. Nel Kalevala compare sia una lunga versione dell’incantesimo dell’origine del serpente che l’episodio dove l’eroe Ilmarinen ara il campo di Hiisi, che pulula di vipere.

Ilmarinen ara il campo di vipere di Akseli Gallen-Kallela 1916

Melotto dimostra un notevole interesse per le tradizioni relative al serpente, “un animale fin troppo demonizzato dalla religione cattolica”, spiega. A questo punto ci viene incontro Roope Kotiniemi, il coordinatore degli eventi dell’SKS che ha scritto una tesi di laurea sulle borsette magiche (taikapussit) dei guaritori e “saggi” finlandesi (tietäjät). Con nostra sorpresa ci mostra oggetti (denti, pelli o teste di serpente) contenuti nelle borsette magiche connessi al potere dell’animale e ci spiega il loro probabile uso rituale e a chi appartenessero. A questo punto passiamo a leggere delle cartelle dell’archivio sui serpenti e scopriamo delle cose ancora più intriganti: nel 1800 e all’inizio del 1900 le teste di vipera erano utilizzate sia per magia nera che per curare i morsi, mentre l’innocua biscia o natrice dal collare (rantakäärme) veniva spesso accudita in casa o nel cortile perché uccideva animali nocivi e poteva essere considerata lo spirito protettore della casa, a cui si offrivano primizie in primavera. La pelle della biscia era spesso infilata in qualche parte della casa per liberarla da parassiti o era ridotta in polvere e bevuta insieme ad acquavite per guarire da malattie.

Le ricerche di Melotti sono poi continuate studiando altri materiali etnologici di Museovirasto e con una visita approfondita al museo di Seurasaari con una guida italo-finlandese d’eccezione, Aurora Ciccarese, che ha spiegato in dettaglio la complessità abitativa e simbolica delle case rurali della campagna della Finlandia occidentale e orientale.

Matteo Melotti davanti a un ryjy, tappeto tradizionale appeso ai muri nel Museo di Seurasaari. Foto di V. M. Piludu 2026

La complessità mitica e rituale delle storie e riti intorno a Hiisi e alle serpi ha colpito profondamente Melotti, che nei giorni successivi ha incominciato a elaborare artisticamente il progetto HIISI. Il risultato finale è un’opera multimediale e video su tre grandi schermi dove Melotti incarna lo spirito Hiisi o il serpente primordiale.

L’installazione multimediale HIISI al Forum Box. Foto di Veera Hyvärinen 2026

Il video è stato girato a Pihjlajasaari e Melotto appare a torso nudo, truccato di bianco e con le gambe avvolte in un lungo tessuto bianco che sembra formare la coda di un lunghissimo serpente. Melotto striscia fra le foglie e il prato, si arrampica su rocce sino a gettarsi in mare sulla spiaggia, con riprese subacquee. Il filmato ricorda l’origine mitica del serpente, ma la trasforma anche in qualche cosa di nuovo, sorprendente e inedito. Melotto racconta della scelta del titolo: “Mi ha colpito immediatamente il significato originario della parola Hiisi, legato al bosco sacro e sacrificale, perché rispecchiava perfettamente la visione della performance: una ricerca di unione con la natura attraverso un contatto necessariamente fisico e doloroso. In questo contesto il sacrificio non è inteso come puro shock, ma come processo di trasformazione, catarsi e riscrittura dell’identità.”

HIISI, dettaglio viso. Foto di Tim Lange

Mi ha colpito la benda che copre i suoi occhi nel video, e Melotto me la spiega: “La deprivazione sensoriale, e in particolare quella della vista, è un elemento che ritorna spesso nei miei lavori. Durante il progetto Nagbahal, a Istanbul, indossavo lenti a contatto completamente bianche che mi permettevano di vedere solamente in modo molto limitato, distinguendo appena le ombre delle persone nella luce. Nel progetto Anabasis, a Milano, indossavo invece una maschera realizzata dalla designer francese Muriel Nisse che mi rendeva quasi completamente cieco a causa della stratificazione dei tessuti in prossimità degli occhi”. Melotto crede che la vista sia uno dei sensi che maggiormente ci mantiene ancorati alla realtà fisica più immediata ed evidente. Attraverso la privazione di questo senso fondamentale per un periodo prolungato, la mente perde alcuni dei suoi principali riferimenti e l’attenzione si sposta verso altre forme di percezione.

HIISI nel sottobosco. Foto di Tim Lange

Nel caso di HIISI, il l’attenzione di Melotti si è concentrata sul tatto: il contatto diretto tra il suo corpo seminudo e l’erba, il muschio, le rocce, i rami, la sabbia e infine l’acqua. “La bendatura non aveva solamente una funzione estetica, ma mi permetteva di concentrare completamente la mia attenzione sul terreno attraversato, instaurando un rapporto fisico e diretto con il paesaggio. La performance nasce così da una tensione tra il sacro e l’erotico: una ricerca di contatto totale con la natura, vissuta allo stesso tempo come celebrazione, sacrificio e tentativo di superare il confine tra l’umano e l’ambiente in una prospettiva antispecista,” conclude Melotto.

Ho chiesto poi sulla scelta del luogo dove filmare, e Melotto rivela quanto sia rimasto colpito dall’isola di Pihlajasaari: “Mi è sembrato il luogo ideale perché riuniva tutti gli elementi che immaginavo per il lavoro: il sottobosco, la foresta nordica, un rilievo che evocasse l’idea di ascesa e infine il mare. L’acqua è diventata così un simbolo di origine e di ritorno, e della continua trasformazione di ogni essere vivente”.

HIISI mare. Foto di Tim Lange

Ho chiesto poi del rapporto fra le ricerche etnologiche e quelle creative, e Melotto ribadisce sia le connessioni che le differenze: “La ricerca d’archivio è confluita direttamente nella fase creativa. L’incantesimo L’origine della serpe che accompagna la performance nasce infatti da un frammento studiato presso gli archivi SKS, nel quale si racconta l’origine mitica del serpente, nato da un capello caduto su un’isola senza nome che vaga per le acque e i boschi. Ho voluto trasformare quell’immagine in un nuovo mito delle origini, intrecciando simboli della tradizione finnica, riferimenti cattolici e immaginari alieni. Anche la creatura che interpreto io nasce dal vento e, sentendosi incompleta, segue per milioni di anni quello stesso fischio, lasciando sulla terra segni dai quali nasce la vita. Il suono utilizzato nel video deriva da un mio fischio reale, successivamente manipolato fino a diventare un soundscape distorto.”

HIISI con coda di serpente. Foto di Tim Lange

Per Melotto il serpente rappresenta la trasformazione continua e la possibilità di rinascere attraverso l’abbandono della propria pelle. Per questo la lunga gonna bianca o pelle di serpe utilizzata durante la performance è stata esposta a terra al Forum Box insieme ai residui naturali che ha trascinato durante l’azione. Il tessuto conserva le tracce fisiche della performance come sfregamenti, alterazioni cromatiche, strappi e persino un lieve odore del mare, diventando una sorta di “reliquia” secondo Melotti. Posata sul pavimento “richiama contemporaneamente una sindone, una pelle mutata e un corpo assente, mettendo in dialogo simboli appartenenti a culture e tradizioni religiose differenti.”, chiarisce l’artista.

HIISI è stata resa possibile da un gruppo affiatato di collaboratori, di cui Melotto riconosce l’importanza: “Quando sviluppo una performance cerco sempre di costruire un piccolo mondo. Anche se il risultato finale punta all’essenzialità, ogni elemento deve contribuire a rafforzare la stessa visione. Per questo considero fondamentale il lavoro dei collaboratori, che arricchiscono aspetti del progetto al di fuori delle mie competenze specifiche.” La prima collaborazione è stata con Tsygore, make-up artist di Helsinki. Insieme hanno sviluppato un linguaggio visivo ispirato ai rituali tribali ma reinterpretato in chiave contemporanea, queer e aliena. Per HIISI sono stati utilizzati esclusivamente pigmenti naturali e argilla bianca, così da non lasciare alcun residuo chimico nell’ambiente di Pihlajasaari. L’altra collaborazione fondamentale è stata quella con il videomaker tedesco Tim Lange, con il quale Melotti ha realizzato il video a tre canali di HIISI. Insieme abbiamo costruito un’estetica che alterna lunghe inquadrature contemplative, ispirate al cinema d’autore del Novecento, a primi piani grandangolari che deformano il corpo. Questa tensione tra lentezza e distorsione riflette uno dei temi centrali del mio lavoro: il dialogo continuo tra dimensione ancestrale e immaginario iperfuturistico. Da citare anche la collaborazione con Veera Hyvärinen, fotografa finlandese che si è occupata di documentare con un taglio documentaristico la mostra e il backstage, dando modo al pubblico di vedere il lavoro e il suo processo creativo.

HEGRA al Forum Box. Foto di Veera Hyvärinen

Oltre a HIISI, alla Forum Box Melotto ha presentato unanuova istallazione audio (HEGRA), una serie di video dei suoi precedenti progetti (URNA) e infine la nuova performance dal vivo GORA. HEGRA è un’installazione sonora a cinque canali composta da una narrazione vocale e da un paesaggio sonoro elettronico. La voce è stata generata attraverso software di intelligenza artificiale text-to-speech e legge una poesia in quattro atti dedicata al tema della perdita di significato che segue uno smarrimento identitario precedente. Il narratore ricorda in modo frammentario la vicenda di figura mitica ormai perduta, forse un’entità divina, o forse il suo alter ego. Ripercorre le fasi dello smarrimento, del vuoto e della ricerca fino a una sorta di ascesi mistica, in cui la voce sembra infine coincidere con ciò che stava cercando. Più che raccontare una storia coerente e lineare, l’opera vuole immergere l’ascoltatore in uno stato di meditazione e spaesamento. Anche la componente musicale sviluppa questi temi attraverso la stratificazione di sintetizzatori digitali e analogici, rumori di sottofondo, delle texture ambientali e una composizione originale per violoncello che Melotto ha scritto: “il violoncello ha un significato autobiografico: è lo strumento che suonavo da bambino in chiesa e all’oratorio, e rappresenta un legame con la mia prima formazione spirituale”. Lo spazio è pensato come un ambiente quasi sacrale, essenziale e geometrico, con cinque speaker disposti simmetricamente, cuscini per un ascolto contemplativo e tre stampe della poesia annotate a mano con accordi e appunti musicali, impaginate come i libretti dei canti liturgici provenienti dall’infanzia dell’artista. Anche qui la religione viene destrutturata e reinterpretata come strumento di ricerca personale, psicologica e identitaria.

In una stanza laterale, è possibile vedere URNA, ovvero una serie di video realizzati negli ultimi tre anni attraverso diversi software di intelligenza artificiale generativa. È un progetto precedente a HIISI, ma Melotti ha scelto di includerlo nella mostra perché rappresenta un nucleo della sua ricerca: il dialogo tra spiritualità e tecnologia. Come ha scritto la curatrice Beatrice Cevasco, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale di Melotti assume una dimensione “quasi divinatoria”. La produzione potenzialmente infinita di immagini diventa uno spazio di ricerca in cui simboli arcaici vengono continuamente trasformati e reinterpretati in una prospettiva ipercontemporanea, queer e postumana. Ad esempio, nel video SUBSYSTEM si immagina il rapporto tra una arcaica comunità rurale e una creatura aliena. Nel video compaiono grandi lembi di tessuto bianco molto simili a quelli presenti in HIISI, che però qui sono utilizzati come una sorta di veste funeraria per la creatura. Si notano dunque alcuni collegamenti visuali e tematici fra i vecchi e i nuovi lavori.

GORA al Forum Box. Foto di Veera Hyvärinen

Per quanto riguarda la nuova performance dal vivo GORA, si tratta di una parola che in russo significa montagna. La scelta del termine è soprattutto legata alla sua dimensione evocativa: “il suono duro e il suo significato richiamano un luogo di incontro tra terra e cielo, una dimensione sacrale raggiunta attraverso la fatica, la resistenza e una forma di immobilità plastica tipica della montagna,” spiega Melotto. L’idea alla base della performance era quella di costruire una presenza estremamente statica, Melotto è immobile e imprigionato nella rete di tessuti neri appesi a pareti e soffitti del muro, ma allo stesso tempo profondamente viva, perché animata dall’atto della sopportazione fisica di una posizione difficile da mantenere a lungo. In molte culture antiche la montagna rappresenta un simbolo di ascesa, di attraversamento di condizioni estreme e di ricerca di senso attraverso il sacrificio fisico.

GORA può essere letto come una sorta di prosecuzione e conclusione del viaggio iniziato con HIISI, dove il bianco rappresenta una purezza ideale, una condizione iniziale di apertura e possibilità, ma il confronto con la natura porta progressivamente alla perdita di questa perfezione e alla trasformazione del corpo e del tessuto. È un processo di abbandono dell’ideale per entrare in contatto con il mondo reale. In GORA questo passaggio è avvenuto: il tessuto nero appare fin dall’inizio destrutturato, consumato, segnato. Se HIISI si presenta come un processo dinamico di trasformazione, GORA troviamo un momento di arresto, un punto di arrivo. Il nero, che non è semplicemente un colore ma una condizione di assorbimento, diventa il luogo in cui tutte le esperienze precedenti confluiscono: “non è più la perdita della perfezione, ma l’accettazione della trasformazione come elemento fondante della propria identità,” chiarisce Melotto. Il tessuto nero ha anche una forte componente autobiografica. Nel lavoro artistico di Melotto ritorna spesso il tema del trauma e della memoria, e il materiale scelto per GORA nasce anche dal suo rapporto con un passato di vita nei quartieri popolari in cui l’impossibilità di acquistare nuovi abiti porta alla riparazione, al consumo, e infine all’inevitabile strappo dei vestiti: “il tessuto spesso diventa una sorta di archivio della condizione economica e sociale di una persona, un segno visibile della sua storia personale,” riflette Melotto.

In GORA questi elementi, che di solito sono associati alla vergogna o alla mancanza, viene trasformato in uno strumento di elevazione. Il tessuto, distrutto e lavorato manualmente per circa quaranta giorni tra Italia e Finlandia, diventa un’estensione del corpo: “allo stesso tempo è un peso, un mezzo di sacrificio e un portale sacrale, una forma di superamento postumano dei limiti fisici attraverso una trasformazione,” aggiunge Melotto.

Gora. Foto di V.M. Piludu

Ma c’è anche l’interpretazione degli spettatori, che possono leggere la performance a partire dalle proprie esperienze. L’arte visuale è, citando la teoria di Eco, spesso o parzialmente un’Opera Aperta: il pubblico raramente è a conoscenza dei dettagli dell’elaborazione creativa dell’artista e sovrappone i propri significati. Questa è un’attività non solo lecita nel mondo dell’arte, ma anche benvenuta. L’opera provoca nello spettatore riflessioni e connessioni che l’artista magari non aspetta. Alcuni spettatori hanno visto in GORA un enorme pipistrello od uccello. Io, che ho oltre origini finlandesi anche sarte e mi occupo di antropologia ed etnologia, ho ricordato grazie al trucco facciale e corporeo nero un simile trucco delle maschere dei carnevali rituali rurali sardi e piemontesi, dove alcuni uomini mascherati da animali o esseri ibridi hanno la pelle coperta di pece o altri pigmenti neri. Melotto mi ha rivelato di non conoscere bene i carnevali in questione, ma secondo lui una connessione più universale col mondo rituale è presente nel suo processo creativo: “il trucco è stato realizzato con carbone, pece e pigmenti neri, creando superfici stratificate che richiamano antiche pitture rituali, nelle quali il nero è spesso associato alla trasformazione e al passaggio tra diversi stati dell’essere”.

     Altri spettatori hanno pensato alla crocefissione di Cristo: “il riferimento alla crocifissione non è stato un elemento progettuale diretto, né qualcosa che cercavo consapevolmente durante la realizzazione del lavoro. Tuttavia, molte persone hanno individuato un parallelismo, forse legato alla forte influenza che l’immaginario cattolico ha avuto nella mia formazione,” riflette l’artista. L’idea del sacrificio come passaggio verso una dimensione successiva, verso una trasformazione, è sicuramente anche presente nella tradizione cristiana, ma nel lavoro e nella performance di Melotti questo tema viene rielaborato in una prospettiva non più religiosa, ma in una dimensione decisamente personale e artistica, nonché potentemente antidogmatica.

(Foto del titolo di Tim Lange)